AutoriValentina Radi

CoautoriLudovica Bulgari, Filippo Catalfamo

AteneoUniversità degli Studi di Ferrara

Anno2025

Scriptorium generativo

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Genova – Memoria Maris. Il quartiere della Diga Duca di Galliera

1. Descrizione

Nella contemporaneità all’ascesa delle pubblicazioni digitali e degli accessi online, il ruolo della biblioteca subisce una mutazione radicale che investe la sua natura storica, istituzionale, il rapporto con la città e la morfologia dei propri spazi. Inoltre, mentre il sapere si diffonde attraverso infrastrutture immateriali, molte istituzioni, ridimensionano i fondi fisici e spostano sezioni in depositi decentrati meno accessibili. Lo scarto accelera, gli archivi si assottigliano, le collezioni si riconfigurano. Queste condizioni impongono di riaprire la domanda su che cosa sia oggi una biblioteca, quale funzione pubblica essa assuma e quali forme dello spazio la rendano ancora riconoscibile e necessaria. In gioco non è soltanto il destino di collezioni e cataloghi, ma la qualità della prossimità culturale che la biblioteca offre ai cittadini e la sua capacità di costruire comunità di apprendimento durature.
La biblioteca, nel corso della storia, ha assunto funzioni differenti: archivio, deposito, tempio della memoria, ma anche officina, laboratorio e spazio di traduzione e trasformazione. L’idea di biblioteca come deposito si lega all’immaginario della Biblioteca di Alessandria o alle grandi biblioteche moderne; luoghi di raccolta e conservazione. Ma questo modello, centrato sulla memoria statica, appare oggi insufficiente a descrivere il ruolo che la biblioteca può assumere in una società caratterizzata da flussi incessanti di testi, dati e immagini. Il modello della biblioteca come deposito ha dominato per secoli e si fonda sul paradigma della conservazione, espressione di ciò che Jan Assmann ha definito memoria. La biblioteca, in questa prospettiva, è garanzia di continuità e sopravvivenza dei testi, una sorta di scrigno contro l’oblio. Ma, come osserva Foucault, l’archivio non è mai neutrale: è un sistema di esclusioni e inclusioni, che seleziona ciò che merita di essere ricordato e ciò che può essere dimenticato. Ogni biblioteca è dunque anche meccanismo, capace di ordinare i discorsi e, al tempo stesso, di silenziare ciò che non vi trova posto. In questa logica, la biblioteca potrebbe rischiare di ridursi a strumento, di contenitore chiuso che immobilizza il sapere, cristallizzandolo in un tempo passato.

Questa suggestione ci fa riflettere sull’idea di esplorare il concetto di “Biblioteca Generativa”. Per comprendere cosa significhi, occorre tornare a un archetipo antico: lo scriptorium medievale, un laboratorio di scrittura e riscrittura, di traduzioni e interpolazioni. Ogni manoscritto era esito di un processo mai neutrale, ma alla fine sempre interpretativo. I palinsesti come pergamene levigate e riscritte, testimoniano questa logica di stratificazione e metamorfosi dove il nuovo testo non cancellava del tutto il precedente, ma lo inglobava in una trama complessa di tracce. Questo modello anticipa la riflessione derridiana sull’archivio come différance, un luogo in cui conservazione e cancellazione convivono. La funzione traduttiva dello scriptorium è altrettanto significativa, dove tradurre significava far sopravvivere l’opera conferendogli nuova vita. Gli scriptoria, in questo senso, incarnano un archetipo generativo che travalica i secoli. La biblioteca generativa non viene più intesa come solo deposito, ma come dispositivo. Ovvero non più solo un archivio, ma una macchina produttiva di connessioni, traduzioni e trasformazioni. La sua natura si comprende meglio se inquadrata nella categoria deleuziana di dispositivo, definito come un “insieme di linee differenti” un archivio in cui giace la storia, che è già presente, plasmano i campi del sapere. Una biblioteca generativa non si limita a conservare testi, ma produce sapere, accogliendo processi interpretativi e generativi che incidono sul presente e prefigurano il futuro.

Ovvero tutti gli spazi legati allo studio e alla conoscenza, luoghi dell’esposizione delle opere e la possibilità di condividere la conoscenza. Essa è un dispositivo archetipico, che opera su due livelli: un archetipo architettonico, poiché la biblioteca è opera che contiene, ma anche soglia e palinsesto; e un archetipo librario, poiché la produzione contemporanea dei testi digitali e interattivi, riprende la logica dello scriptorium come spazio di riscrittura. Architettonicamente, la biblioteca non è più mero contenitore, ma infrastruttura relazionale. Sul piano librario, la produzione digitale moltiplica all’infinito ciò che lo scriptorium già prefigurava, cioè la possibilità che ogni copia sia trasformazione e che ogni traduzione sia generazione. Walter Benjamin, nell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), ricorda che la copiatura non distrugge l’originale, ma lo fa risuonare in modi nuovi. Ed è questo stesso principio che fonda la biblioteca generativa come archetipo della produzione libraria contemporanea. La contrapposizione tra biblioteca deposito e biblioteca generativa è quindi più che una questione funzionale, è una distinzione ontologica e progettuale. La prima custodisce, la seconda produce; la prima garantisce continuità, la seconda attiva differenza. Essa è concepita come dispositivo archetipale e diventa modello per ripensare non solo lo spazio architettonico, ma anche i meccanismi della produzione e circolazione dei saperi. È archetipo architettonico, perché mostra come l’opera che contiene possa essere al tempo stesso infrastruttura del generare. È archetipo librario, perché incarna l’idea che la conoscenza vive solo se riscritta, tradotta e trasformata. In prospettiva progettuale, ciò significa pensare la biblioteca come spazio dinamico, processuale; non tempio della conservazione, ma macchina di metamorfosi; non archivio immobile, ma città della conoscenza in divenire. In questo senso, la biblioteca generativa assume un carattere radicalmente critico dove non è il luogo in cui il sapere si arresta, ma quello in cui il sapere comincia sempre di nuovo.

Il progetto della nuova biblioteca individua la propria collocazione nel porto di Genova, in relazione diretta con la nuova diga foranea. La configurazione morfologica del sito spinge a una relazione diretta con l’acqua e la direttrice della città. La riflessione che si porta è un manifesto concettuale di quanto narrato, utilizzando l’idea di ponte come archetipo del collegamento, che risale, discende e risale alla diga luogo di osservazione, luogo di segnalazione e osservazione di mare e città.
La metonimia del ponte di stratifica come idea di spazialità, mantenendo il carattere primario di attraversamento e di passaggio, passage, inteso come soglia, chiarisce l’etimologia interseca della dei luoghi reali o irreali di tipo geometrico, topografico, sociale, nella reciproca dimensione di connessione dello spazio, fisico e cronologico. La sua precisione in localizzazione ed ampiezza costruisce la convivenza del binomio di atto vitale di unione ed elemento proprio della costruzione, archetipo di senso, modello e materia, nel quale l’uomo in rapporto all’opera e ai paesaggi direziona le intersezioni. Si possono individuare due aspetti della soglia, quelli di idea archetipica dal tedesco schwelle che identifica una zona di mutamento, straripamento, osservando il contesto tettonico e rituale, insieme al carattere di gonfiarsi e lievitare. Semantica ampliata in seuil francese, che rimanda all’italiano latino solia, movimento del passaggio e radicamento al suolo ovvero all’acqua, che nell’inglese threshold contiene la percezione umana di trattenersi, esitare nell’attraversare un territorio di zone i cui confini si possono scrutare oltre i limiti spaziali.

L’interpretazione che si è voluto dare attraverso il collage è una dimensione evocativa di ponte che contiene, composto dal Progetto di concorso per il padiglione italiano all'Esposizione universale di Osaka del 1970, Costantino Dardi (1968); Ponte dell'Accademia, Biennale Architettura '85 Costantino Dardi (1985); Piazze di Badoere Biennale Architettura '85, John Zissovici (1985) e capace di interpretare la diga come soglia abitabile e come dispositivo di connessione: un ponte reale e simbolico tra il porto e l’acqua, tra la città e il mare. La biblioteca non è solo luogo di conservazione e cura del patrimonio librario, ma si configura come spazio pubblico poroso, destinato a generare interazioni, prossimità e nuovi usi collettivi, lungo una promenade capace di articolare piazze, belvedere e approdi. Il progetto si inserisce a Genova, una città in cui il rapporto con il mare e con il disegno della linea di costa costituisce una struttura primaria del paesaggio urbano. Il progetto indaga tale relazione assumendo il ruolo di ponte tra il costruito e l’ambiente marino, una soglia capace di mediare continuità e differenza. Attraverso un dispositivo di discesa oltre la quota zero portuale, l’intervento consente di accedere a una dimensione subacquea inedita, finora non percepita, che restituisce prospettive nuove sulla città e sul suo orizzonte d’acqua.

La configurazione progettuale si struttura come un dispositivo culturale complesso, concepito per integrare in un unico sistema funzioni di conservazione, ricerca, formazione e valorizzazione del patrimonio. L’elemento centrale è rappresentato da un deposito librario con servizi accessori, il quale non si limita a garantire la mera tutela fisica dei volumi, ma si configura come nodo strategico di interconnessione tra memoria documentaria e pratiche contemporanee di produzione del sapere.
Sul versante dei servizi alla comunità accademica e scientifica, la presenza di punti per il prelievo e la restituzione dei volumi si accompagna alla predisposizione di locali destinati alla consultazione e allo studio, pensati per favorire tanto l’attività individuale quanto le dinamiche collaborative. A ciò si aggiunge una sala per la digitalizzazione e la conservazione digitale, che estende la portata del patrimonio librario oltre i limiti della sua materialità, garantendo forme di accesso remoto e strategie di tutela a lungo termine.
Particolare rilievo assume l’istituzione di un laboratorio altamente specializzato nel restauro dei manoscritti, articolato in aree tecniche per l’analisi scientifica, la diagnostica avanzata e gli interventi conservativi. Tale dispositivo trova naturale integrazione nella presenza di magazzini destinati ai beni di interesse storico, artistico e scientifico appartenenti al patrimonio dell’ateneo.
A completamento del sistema, sono previsti spazi per workshop e seminari, funzionali alla promozione di attività formative e di disseminazione culturale, nonché uffici dedicati alla gestione e alla catalogazione, indispensabili per l’efficienza amministrativa e per la sistematizzazione delle pratiche di archiviazione e studio.

L’intera configurazione, in quanto intreccio sinergico di tutela, innovazione e produzione culturale, si propone come paradigma di nuova generazione per le istituzioni accademiche e bibliotecarie. Essa si manifesta quale scriptorium generativo, un luogo in cui la memoria del passato si rigenera costantemente in forma di conoscenza viva, capace di orientare e alimentare i processi futuri della ricerca e della cultura.

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