AutoriAntonella Falzetti, Giulio Minuto, Angela Fiorelli

CoautoriFrancesca Antonelli, Maria Carolina Cordiner

AteneoUniversità degli Studi di Roma Tor Vergata

Anno2025

Breccia di Galliera

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Genova – Memoria Maris. Il quartiere della Diga Duca di Galliera

1. Tesi / Ipotesi

Il molo Galliera, nella sua mutilata permanenza, diviene punto di accumulazione di memorie, segno che custodisce la distanza. Qui si intrecciano epifanie del destino, episodi incisi nel mito cittadino trasformano il fronte marittimo in narrazione di fragilità e resistenza. La diga diviene palinsesto memoriale, teatro di tragedie e sopravvivenze che si sedimentano come maree di senso.
Rispondere alla Call for Project equivale a progettare un’architettura sulla soglia, dove mare e muro della diga imprimono i loro sigilli sui margini vincolati dal programma. L’unico elemento identitario, nella sua esasperata linearità, sembra ridurre lo spazio di invenzione e la stessa osservazione si trasferisce nella relazione tra gli elementi emergenti; architetture essenziali, lontane da stratificazioni storiche, quasi a dichiarare l’irrilevanza del confronto urbano. Dall’isolamento del diaframma affiora un richiamo alla semplicità, come arte di rendere evidente l’essenziale.
Nella traduzione narrante si cerca un linguaggio capace di coniugare funzione, materia e contesto, offrendo al progetto l’occasione di esprimersi in una profondità silenziosa ma duratura. È da qui che la forma e le distanze si impongono come protagoniste di questa architettura del tempo. Un tempo inteso non soltanto come successione cronologica, ma come stratificazione di memorie e significati.
Il progetto scaturisce da un’interpretazione metaforica del libro: come custode che tramanda memorie, diventando il presupposto fondativo per un’architettura capace di attraversare il tempo. Ogni libro, infatti, può essere interpretato come il frammento di una temporalità che si fa materia: esso custodisce il passato, lo riconsegna al presente e lo affida al futuro. Così, la lettura e la conservazione diventano un atto di attraversamento del tempo, generando una continuità che è insieme un ponte fragile e resistente tra memoria e futuro.

2. Descrizione

Il rapporto tra Genova e il mare si espande gradatamente dalla dimensione urbana a quella di paesaggio, colonizzando progressivamente l’acqua. Il disegno portuale è frutto di uno sviluppo infrastrutturale che dal Molo Duca di Galliera (1877-1888) conduce sino alla nuova diga; queste opere incidono sulla configurazione urbana e sullo skyline, inscrivendo nel paesaggio costiero barriere protettive e dispositivi-soglia tra terra e acqua. In questo quadro, il molo Galliera assume valenza strategica come margine relazionale, dove la dimensione logistica e quella culturale convergono in un rapporto biunivoco tra natura e spazio dell’uomo.
La presenza memoriale e identitaria del vecchio molo viene, così, enfatizzata attraverso un nuovo landmark urbano, futura porta al golfo storico di Genova. Un’architettura lineare che si dispone come un guscio protettivo della diga ottocentesca per tutta la lunghezza del muro, incardinando un nuovo spazio liminale sospeso tra le due anime di una città che è d’acqua e di terra, dimensionalmente ibridato tra la scala architettonica e quella infrastrutturale.
Il grande vuoto ipogeo, cuore della composizione, contiene l’archivio librario, sviluppato su tre livelli subacquei, sottolineati da due grandi pareti vetrate. In superficie, la banchina ospita l’approdo della biblioteca galleggiante, spartiacque tra i due volumi lineari che si articolano attorno alla spaccatura centrale. In entrambi, il muro Galliera è custodito come reperto e spina dorsale della composizione: da barriera a dispositivo filtro, soglia tra dimensione pubblica e specialistica.
Al di sopra, un piano primo in acciaio e legno mette in comunicazione le spazialità con percezione trasparente e connettiva.

3. Metodologia

Il progetto urbano si fonda sulla capacità di interpretare e rileggere le stratificazioni che compongono la città, cogliendo in esse non un limite ma un’occasione per definire nuove identità. Il porto, in questa visione, non è soltanto uno spazio tecnico o funzionale, ma si configura come un paesaggio operativo inserito nella cornice viva e mutevole della città. Un archivio di forme e funzioni inserite in un orizzonte complesso che, osservato dal mare, restituisce l’immagine di una città plurale, volumetricamente composta in un insieme asincrono ed eterogeneo, dissonante e privo di un ordine gerarchico.
Da questa interpretazione emerge una condizione del progetto in cui la relazione tra il segno lineare dell’attuale diga e il waterfront del porto appare debole e discontinua: una distanza limite che sancisce una lontananza, escludendo un rapporto diretto di pertinenza tra suolo e mare, senza tuttavia negarne l’appartenenza ad un medesimo paesaggio.
Il progetto ha lavorato nelle pieghe del controllo della percezione, alla ricerca di una forma di solidarietà urbana tra ciò che esiste isolato e la sua interfaccia con cui istituire un legame di biunivoca proiezione visiva.
In questa transizione percettiva, l’edificio è pensato come un racconto che si svela a più distanze. Da lontano si percepisce come segno, presenza nitida che increspa l’orizzonte e il paesaggio. Alla media distanza la sua figura si fa più complessa nell’intreccio di proporzioni e rapporti volumetrici tra il basamento e l’alzato. Solo avvicinandosi del tutto, il racconto trova la sua voce più intima: i dettagli, le materie, le superfici restituiscono alla mano e allo sguardo la misura del costruito. Così, la distanza diventa linguaggio e la percezione esperienza di scoperta.

06. Fronte vetrato e accesso