AutoriAldo Aymonino, Elisabetta Bortolotto, Fabrizio D’Amico, Marco Ferrari
AteneoUniversità Iuav di Venezia
Anno2023
Coerenti contrapposizioni
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
«Dietro le cose così come sono – scriveva Claudio Magris in un saggio in cui, alla svolta del millennio, ci invitava a confrontarci con la crisi dei grandi sistemi e le doverose ambizioni a immaginare un mondo diverso – c’è anche una promessa, l’esigenza di come dovrebbero essere; c’è la potenzialità di un’altra realtà che preme per venire alla luce come la farfalla nella crisalide».
È con questa convinzione, e con quella di una necessaria simbiosi tra Utopia e disincanto a cui lo stesso Magris faceva riferimento, che abbiamo affrontato il progetto per questo luogo. Un luogo fatto di molte storie intrecciate, di architetture nobili e architetture modeste o più che modeste, di edifici e progetti mutilati, di decisioni a lungo rimandate e ben rappresentativo di quanto la spazio della città contemporanea sia la trascrizione fisica delle molte contraddizioni (sociali, culturali, amministrative, economiche) che la animano. Ma anche di quanto la stessa città contemporanea non sia stata in grado di trovare la propria forma, il proprio specifico carattere, la propria – avrebbe detto Rem Koolhaas – «terrificante bellezza».
Allora, più che su improbabili ricuciture – di un tessuto urbano talmente fragile e frammentato da risultare privo di una qualsivoglia riconoscibilità – più che su velleitarie ricostruzioni – dei vecchi padiglioni di accesso alla Mostra d’Oltremare o dei poveri e spaesati resti dell’antica masseria San Giuseppe (tanto poveri e spaesati che proporne la demolizione non è forse un atto così irriverente) – più che su difficili valorizzazioni – di siti archeologici troppo deboli per vivere di vita propria, soprattutto all’interno di una città ricca di ben altre vestigia – più che su tutto ciò, il progetto che proponiamo si basa sulla volontà di definire, dentro e contro le molteplici incompiutezze dell’area, dentro e contro le sue antinomie, un nuovo sistema urbano capace di suggerire un diverso e articolato principio d’ordine. Quest’ultimo sicuramente diverso da quello ‘classicista-accademico’ che informa l’impianto della Mostra d’Oltremare, ma diverso anche da quello a grandi isolati che definisce le parti più compiute del vicino quartiere di Fuorigrotta e, ancora, diverso da quello fatto di piccoli scarti, frammenti e spazialità sincopate che potrebbe prendere vita assumendo come riferimento le tracce più o meno significative della storia.
Un sistema con le proprie regole e le proprie eccezioni che si configura secondo uno schema aperto, adattivo e quasi a crescita continua, fondato su di un immaginario ibrido e multiforme, capace (come le architetture e gli spazi che più amiamo) di tenere assieme suggestioni e memorie di ‘cose’ vicine e lontane (nel tempo e nello spazio), aprendosi a molteplici possibilità interpretative e d’uso. E che, naturalmente, si presta anche a precisazioni, rimodulazioni e a quegli adattamenti che qualsiasi confronto con il reale impone.
Un sistema che, per morfologia e scala, si confronta con quelli che sono le principali emergenze urbane e orografiche di questa parte di città, alcune interne e altre esterne al recinto della Mostra d’Oltremare: le grandi figure dello stadio San Paolo (ora Diego Armando Maradona), della monumentale Fontana dell’Esedra e dell’Arena Flegrea; il netto profilo del cratere di Agnano che domina l’area e ne definisce ancora uno sfondo quasi bucolico; l’asse urbano di via Terracina che dal quartiere di Fuorigrotta scende in apparenza sicuro – nella realtà colmo di irrisolti conflitti – verso l’abitato e la piana di Bagnoli. Tutti elementi in se stessi ben riconoscibili, che tuttavia sembrano al momento assolutamente incapaci di stabilire tra loro relazioni precise e intellegibili. Relazioni che invece risultano tanto più necessarie se si immagina che la Mostra d’Oltremare possa cessare di essere quel recinto specialistico, separato dal corpo urbano, che ancor oggi è e si trasformi progressivamente in un grande parco pubblico, permeabile alla città e ai sui flussi. In questo senso è del tutto evidente come il ruolo del nuovo sistema sia quello di definire, più che una semplice e simbolica porta nord di ingresso, un vero e proprio filtro tra il parco e la città. Diffuso e allungato, esso supera le rigide relazioni governate dai monumentali assi interni disegnati da Marcello Canino, sfrutta i vuoti lasciati da edifici obsoleti di cui se ne propone la demolizione (l’ex liceo Umberto Boccioni), raccoglie le linee di tensione provenienti dai fasci infrastrutturali che lambiscono lo stadio San Paolo, così come dal tessuto minore e dal paesaggio naturale circostante.
Opponendosi all’oggettualità delle grandi figure e assecondando, senza tuttavia subirla, la netta direzionalità di via Terracina, il nuovo sistema urbano si compone di due diversi elementi costruiti: le coperture modulari e il viadotto.
Le prime sono strutture metalliche reticolari, quasi ‘gotiche’, a ‘carena rovesciata’, di larghezza costante (8 metri) e lunghezza variabile (da 60 a 170 metri) che, pur rispettando un andamento prevalente (appunto quello parallelo a via Terracina), si inseguono con scarti, disassamenti e leggere rotazioni per assecondare le diverse geometrie interne all’area. Possono funzionare come semplici ripari (dei resti archeologici, di nuovi spazi pubblici, della futura fermata della metropolitana), oppure trasformarsi in veri e propri edifici per accogliere ulteriori attrezzature urbane. Il loro lato esposto a sud può trasformarsi, all’occorrenza, in una grande superfice predisposta alla captazione dell’energia solare. La struttura reticolare, geometricamente rigorosa ma flessibile dal punto di vista statico e costruttivo, consente di modulare i punti di appoggio al suolo, reagendo alla presenza di strade e dislivelli diversi, nonché a quella degli scavi archeologici.
Nel loro insieme le nuove coperture ridefiniscono in modo radicale il profilo del fronte su via Terracina arrivando poi ad affacciarsi prepotentemente verso viale Claudio Appio e Piazza Gabriele D’Annunzio. Qui disegnano un nuovo prospetto urbano ampliando l’impianto a pettine dei vicini laboratori del Politecnico e bilanciando la perentoria verticalità della lama della facoltà di Ingegneria di Luigi Cosenza – collocata esattamente dalla parte opposta dello stadio San Paolo – con un’orizzontalità sfrangiata, fatta di volumi completamente permeabili al livello del suolo (ai pedoni come alle auto) e abitabili ai piani superiori (con possibili nuove aule, spazi di studio, studioli e uffici dipartimentali).
All’esilità e alla leggerezza delle strutture di copertura si contrappone la monoliticità del viadotto ad ampi archi ribassati che in sommità accoglie un percorso pedonale e un giardino lineare. Occupando gli interstizi tra i volumi costruiti (nuovi o esistenti), anch’esso corre in prevalenza parallelo a via Terracina, ma puntualmente accetta infrazioni e cambi di direzione che nel complesso gli conferiscono uno sviluppo quasi tentacolare.
I terminali sono ampie scale che scendono al livello della città, del parco o degli scavi archeologici seguendo il dorso degli archi ribassati; oppure grandi belvedere circolari che si protendono, sospesi, verso i maggiori attrattori urbani dell’area: ancora una volta lo stadio San Paolo, la Fontana dell’Esedra e l’Arena Flegrea.
Così come coperture e viadotto si contrappongono sul piano figurativo, volumetrico e tettonico (pur essendo tra loro complementari), così si contrappongono (e sono complementari) anche su quello puramente materico.
Rame e ceramica sono infatti le materie prevalenti: la prima utilizzata in ampie lastre continue, opache e cromaticamente omogenee; la seconda, all’opposto, nelle forme di un fitto cretto dai colori che alludono a un’esuberante mediterraneità. Come in un gioco delle parti, tra loro si scambiano reciprocamente ruolo e posizione. Il rame avvolge allora le grandi coperture e allo stesso tempo definisce i fianchi interni del viadotto; le ceramiche danno luce agli intradossi delle stesse coperture (rivestendo grandi pannelli romboidali sagomati sull’andamento delle strutture reticolari), ma foderano completamente anche le lunghe pareti esterne del viadotto, finendo con il dare vita a un monumentale mosaico a scala urbana che nel suo insieme ha uno sviluppo di oltre 1,5 kilometri. Con buona pace del ‘grazioso’, del caratteristico e di ogni timido contestualismo di maniera.