AutoriRenato Capozzi, Camillo Orfeo, Federica Visconti, Claudia Sansò, Francesca Capano, Raffaele Amore, Lucrezia Cascini, Claudia Procentese

AteneoUniversità degli Studi di Napoli Federico II

Anno2023

DISCONTINUO | CONTINUO. Un limite permeabile tra città e parco

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Napoli – MD’O. Archeologia urbana e Mostra d’Oltremare

1. Descrizione

Nell’ottobre del 1936 Alberto Calza Bini sceglie un’area pressoché pianeggiante che ‘annuncia’ il territorio vulcanico dei Campi Flegrei, per realizzare l’Esposizione delle Terre Italiane d’Oltremare a Napoli, città che nella retorica di regime doveva rappresentare il porto del neo-impero secondo la previsione del PRG del 1936-39 di Luigi Piccinato et alii. Lo stesso Piccinato, con Carlo Cocchia, assunse il ruolo di responsabile del settore architettura mentre a Calza Bini fu affidata la Direzione dei Servizi Tecnici. Dopo un primo plastico-planovolumetrico di Marcello Canino, l’impianto fu concepito da Piccinato e Cocchia come «una mostra dentro nel verde» che accoglieva 36 padiglioni espositivi permanenti e semi-permanenti, un palazzo per uffici, un’arena, due teatri, una piscina, ristoranti, bar, parco faunistico e di divertimenti, suddivisa in aree tematiche, con due ingressi principali a est e a nord. Nonostante la presenza rilevante della natura, fortissimo è il carattere urbano di questa ‘parte formalmente definita e morfologicamente compiuta’, basata su un sistema fondativo ortogonale di grandi isolati che costeggiano un asse centrale, dotato di spessore, che, con una leggera rotazione, conduce all’ingresso principale a est. Pur nella sua condizione ‘cintata’ la Mostra significativamente si colloca in posizione baricentrica rispetto agli altri sistemi consolidati già presenti nell’area con i quali stabilisce relazioni: il nucleo antico di Fuorigrotta innervato da un unico asse viario di antico impianto che solca la piana, il quartiere di Bagnoli sorto agli inizi del secolo su un chiaro impianto a scacchiera in stretto rapporto con il rione Giusso e la grande fabbrica dell’ILVA che, a seguito della legge Nitti, aveva orientato quest’area – da sempre luogo di villeggiatura – verso un destino industriale e, infine, le prime propaggini del sistema di crateri dei Campi Flegrei con le nuove terme di Agnano e i resti di quelle antiche. È proprio qui, infatti, sul bordo nord della Mostra, che, durante i primi lavori di scavo, furono ritrovate alcune vestigia romane che, con grande enfasi, furono integrate all’interno del parco. L’area archeologica ricadeva nel Settore della Produzione e del Lavoro – affidato a Stefania Filo Speziale – che occupava l’area settentrionale lambendo via Nuova Miano-Agnano (oggi via Terracina) e parte del versante orientale. La Strada Antiniana, un colombario, le terme di Terracina e un piccolo Antiquarium, progettato da Giovanni Sepe, costituivano il percorso archeologico. Inaugurata il 9 maggio del 1940, chiusa a giugno per l’entrata in guerra dell’Italia, occupata dai nazisti e bombardata dagli alleati nel 1943, la Mostra fu ricostruita e nuovamente inaugurata l’8 giugno del 1952 ma né il Settore della Produzione né il porticato emicircolare dell’ingresso nord ovest, opera sempre della Filo, furono ricostruiti. È sempre su questo confine che si sono poi verificate le maggiori compromissioni recenti, dovute all’abbandono, all’alienazione delle aree di bordo e alla miope gestione del post-terremoto del 1980 ed è proprio la riconfigurazione di questo margine tra la Mostra e la città il tema assunto oggi dal progetto urbano che scandisce il limite con elementi puntuali, in parte tenuti insieme da un elemento longitudinale, in parte autonomi, per ridefinire il sistema degli ingressi settentrionali. Partendo da est, la masseria esistente viene ricomposta e assume il ruolo di cerniera del sistema che rigira verso lo stadio con un’organizzazione a pettine che potrebbe accogliere residenze per gli studenti del Politecnico e di Monte Sant’Angelo. Proseguendo lungo via Terracina verso ovest, superati gli edifici universitari di Luigi Cosenza, si incontra la copertura archeologica delle terme e, poi, una piazza arborata – al dí sotto della quale è prevista una nuova fermata della metropolitana – con un serrato ipostilo di cipressi che scavalca via Marconi che, a sua volta interrandosi, ritrova le sue uscite su via Terracina. La seconda area archeologica, sottoposta rispetto alla quota stradale e collocata tra la strada e la fontana dell’esedra, resta invece scoperta in quanto protetta dalla rigogliosa vegetazione e, in sua corrispondenza, una torre posta di coltello, attraverso la quale può raggiungersi la quota inferiore, segna un nuovo ingresso, originariamente previsto ma mai realizzato, utile anche per l’Arena Flegrea, e l’inizio di una lunga stoà porticata che, allineata sulla strada, si incurva solo in corrispondenza dell’ulteriore ingresso collocato dove insisteva quello progettato dalla Filo Speziale e poi demolito. Un altro elemento alto, per attività ricettive e terziarie, quadrato in pianta, segna a ovest, con giacitura analoga a quella della copertura delle terme sul lato opposto, il terminale del sistema. In sostanza attraverso le scelte operate dal progetto si vuole ribadire, morfologicamente, la condizione di ‘parte’ cintata della Mostra il cui bordo settentrionale – oggi solo escludente – diventa finalmente permeabile in più punti evitando che si determini una condizione di separazione e di alterità tra la città e il parco. Un approfondimento di scala è stato sviluppato per l’area delle terme romane di via Terracina, per affrontare il tema rilevante della copertura archeologica in ambito urbano. Il complesso delle Thermæ di via Terracina si presenta oggi come un ‘rudero’, completamente decontestualizzato, senza nessun rapporto con l’intorno, soggetto al lento, ma naturale e progressivo, processo di disgregazione, visitabile solo in occasioni particolari. ‘Rudero’, perché, come ha segnalato Cesare Brandi, si tratta di un’opera che non contiene più «una sua implicita vitalità per adire ad una reintegrazione dell’unità potenziale originaria» . Dell’originario edificio termale organizzato su più livelli esistono oggi le murature in opus vittatum e latericium delle parti basse e, sebbene si possa ipotizzare lo sviluppo volumetrico di alcuni degli ambienti, è da escludersi ogni ipotesi ricostruttiva, che richiederebbe una tale quantità di integrazioni da snaturare quanto ancora si conserva. Ne discende che gli interventi da compiere sulla materia antica non possono che essere innanzitutto quelli di consolidamento e di restauro, al fine di garantire la conservazione delle testimonianze fisiche pervenuteci. Come sempre in questi casi, la questione da affrontare è quella di ‘limitare’ per quanto possibile l’innesco di fenomeni di degrado – soprattutto per i mosaici – dovuti agli agenti atmosferici e alla vegetazione. Si dovrà, dunque, immaginare una serie di interventi conservativi scegliendo tra quelli sperimentati da decenni nelle aree archeologiche, compatibili con le specifiche esigenze del caso in esame e, quindi, immaginare una possibile copertura. Progettare coperture in campo archeologico è un tema molto delicato i cui esisti non sempre sono stati positivi. Si spazia dalle ricostruzioni delle coperture delle domus di Pompei di Amedeo Maiuri del dopoguerra alle sperimentazioni di Franco Minissi, da soluzioni tecniche improbabili come quelle adottate per piazza Toscano a Cosenza ai molteplici interventi ‘anodini’ eseguiti negli ultimi decenni sempre a Pompei. Nonostante le difficoltà compositive e tecnico costruttive che il tema lascia presagire, nel caso in esame si è ritenuto di dover accettare la sfida di immaginare un elemento di copertura dell’intero complesso termale. Piuttosto che coperture, però, si è immaginato e progettato un ‘riparo urbano’, tornando alle radici stesse dell’architettura. Il ‘riparo’ è una architettura ad aula indivisa, a pianta quadrata, con gli appoggi verticali disposti solo sul perimetro per interferire il meno possibile con i ruderi e una copertura cassettonata costituita da travi spaziali incrociate nelle due direzioni. Un ‘riparo’ in grado di accogliere al suo interno ciò che rimane dell’antico edificio termale senza, peraltro, rinunciare a suggerire attraverso elementi leggeri diafani appesi mediante cavi in acciaio al nuovo soffitto – vere e proprie forme spaziali erratiche – le spazialità originarie affrontando così quello che Brandi definiva un «problema urbanistico» che interessa lo «spazio ambiente» del rudero. Il ‘riparo’ non si assume dunque solo il compito di proteggere ma, attraverso gli elementi sospesi a quote differenti, evoca le coperture originarie di alcuni degli ambienti più importanti – l’ambiente circolare caldo, il sistema vestibolo-frigidarium, il calidarium – e, in tal modo, ‘commenta’ e ‘rivela’ le inintellegibili rovine.
Nella unità di condizione spaziale e costruttiva del progetto, la progettazione strutturale è stata affrontata nella consapevolezza che, agli ordinari requisiti di sicurezza, funzionalità e durabilità, nei confronti delle diverse condizioni di carico previsti dalle norme, si aggiungono in questo caso esigenze specifiche legate non soltanto alla conservazione del valore storico-culturale del bene ma anche e soprattutto alla particolarità del sito nel quale si interviene. L’opportunità di interagire strutturalmente con le rovine esistenti, l’organizzazione del cantiere in considerazione della logistica del sito, la necessità di garantire la possibilità di estendere le aree di scavo in tempi futuri, la scelta del posizionamento delle strutture in elevazione e delle fondazioni, sono solo alcune delle questioni che rendono complesse le scelte quando si tratti di progettare strutture di copertura in aree archeologiche. Si è scelto quindi di realizzare una nuova struttura di copertura completamente indipendente dalle rovine archeologiche, a pianta quadrata, sostenuta, lungo l’intero perimetro, da un sistema di colonne verticali. La pianta della copertura si sviluppa secondo una griglia modulare e regolare in ambo le direzioni, con sostegni verticali posti ad interasse costante lungo il perimetro. Da un punto di vista strutturale, il sistema di copertura si configura come un sistema bidirezionale a due vie, nell’ambito del quale la collaborazione di elementi portanti in due direzioni prevalenti rende particolarmente efficiente la trasmissione dei carichi dalla copertura alle strutture in elevazione e da queste in fondazione. Particolare attenzione dovrà essere rivolta alla risposta del sistema di copertura nei confronti delle azioni sismiche, in considerazione anche delle recenti attività telluriche registrate nell’area flegrea, nonché alla risposta alle azioni indotte dal vento. Da un punto di vista tecnologico, uno dei sistemi strutturali più idonei alla soluzione del problema in esame è quello del graticcio di travi su appoggio continuo, da realizzarsi, ad esempio tramite strutture prefabbricate in cemento armato e/o acciaio con travi disposte secondo una griglia ortogonale ed un numero cospicuo di sostegni verticali al fine di minimizzare i momenti flettenti in copertura. Al fine di limitare non solo il peso complessivo del sistema di copertura ma anche le operazioni di scavo necessarie a fondare gli elementi verticali a sostegno della copertura, una alternativa percorribile è quella di realizzare una copertura a traliccio spaziale in acciaio o alluminio, appoggiata in maniera puntuale sugli spigoli esterni della pianta: tale ultima ipotesi, ritenuta la più adeguata al caso in esame, andrà verificata dopo una attenta analisi delle caratteristiche dei terreni e della localizzazione degli scavi necessari alla realizzazione delle fondazioni, in relazione allo sviluppo delle rovine. Il ‘riparo’ che copre le rovine delle terme romane di via Terracina è stato immaginato come una struttura semplice che reifica una unità di concezione spaziale e strutturale, in grado di farsi teca icastica delle antiche vestigia e costruire, con gli altri manufatti immaginati lungo via Terracina, relazioni compositive utili a riconfigurare e ricomporre, in modo continuo e discontinuo al contempo, il fronte nord del complesso della Mostra lungo via Terracina. Se, come ha affermato Richard Sennett, il limite è un confine dove le cose finiscono mentre il bordo è un confine dove diversi gruppi interagiscono, è a costruire un bordo tra la città e la Mostra che il progetto ambisce.

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