AutoriCarmine Piscopo, Daniela Buonanno
CoautoriViviana Saitto, Maria Masi, Martina Carandente, Gennaro Finale
AteneoUniversità degli Studi di Napoli Federico II
Anno2025
DOCK2025
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
Negli anni Sessanta del Novecento Cedric Price e Joan Littlewood, con il progetto del Fun Palace, avviano una riflessione radicale sull’architettura pubblica: non più edificio compiuto, solido e permanente, ma macchina temporanea, incompleta, fondata sul movimento degli utenti. Il Fun Palace demolisce l’idea di architettura monumentale e immobile per aprire la strada a un organismo instabile e permeabile, un cantiere sempre aperto in cui gli spazi si riconfigurano di continuo in base agli usi. La sua immagine è quella di una grande maglia reticolare, un involucro fisso a cui si ancorano volumi, passerelle, piattaforme e dispositivi mobili. È un’architettura che non stabilisce confini rigidi, ma filtra e lascia entrare, che accoglie punti di vista e si attiva con la presenza umana. In questa prospettiva il Fun Palace anticipa il tema del manufatto come «scatola comunicativa»(1): un contenitore in cui tutto è esposto e visibile, in cui la struttura non nasconde ma rivela, trasformandosi in dispositivo relazionale e macchina di connessioni e conoscenza.
La forza di questa intuizione attraversa i decenni. Negli anni Settanta il Centre Pompidou di Renzo Piano e Richard Rogers ne raccoglie l’eredità, trasformando la visione di Price in icona urbana: gli impianti sono esposti, lo spazio interno è fluido, le percorrenze diventano esperienza architettonica. Nonostante l’impianto museale definito, il Pompidou si colloca nella stessa genealogia: quella dell’architettura come dispositivo meccanico e comunicativo, che rivela più di quanto protegga.
Nel 2012 Carla Juaçaba rinnova questa eredità e la declina a Rio de Janeiro in Humanidad2012: una macchina espositiva temporanea fatta di tubi e giunti metallici che non costruisce confini ma li smaterializza. Collocata tra le spiagge di Copacabana e Ipanema, non divide ma mette in relazione come un cannocchiale a scala del paesaggio. Vento, sole e pioggia attraversano la struttura e la animano, mentre auditorium, sale e percorsi si appendono alla maglia portante, tutti esposti, tutti visibili.
Price, Piano, Rogers e Juaçaba delineano una genealogia di macchine comunicative che hanno messo in crisi l’idea di edificio stabile e autoreferenziale. Sono dispositivi incompleti, permeabili, attraversabili, costruiti sul movimento e capaci di attivare processi urbani più che di concluderli. In questo senso il Fun Palace è prima di tutto un laboratorio del “non-finito”, un allestimento perpetuo che apre al ri-progetto e alla continua risignificazione, un campo di sperimentazione instancabile.
È dentro questa tradizione che si colloca DOCK2025(2). Qui la condizione del cantiere permanente non è una metafora ma una realtà strutturale: nei secoli l’espansione del porto ha ridisegnato il rapporto tra la città e il mare, permettendo a Genova di conquistare la pianura, superare i propri limiti naturali e aprirsi a nuove funzioni. Il porto è stato, e continua a essere, la grande macchina che orienta le trasformazioni urbane e che, a sua volta, si trasforma con esse. Oggi, in un momento di ulteriore grande trasformazione, il porto si offre come materia viva: un luogo fatto di flussi, di navi che arrivano e partono, di container che si accumulano e si muovono, di merci e persone in transito continuo. È un paesaggio dinamico, in cui il movimento non è eccezione ma regola, e ogni nuova architettura è chiamata a misurarsi con questo ritmo incessante.
Il progetto assume il molo Duca di Galliera come punto di partenza, ma anche come soglia preziosa da preservare e mettere in mostra. Non un luogo da cancellare con nuove fondazioni, ma da accogliere come traccia e memoria. Qui entra in gioco la logica dell’allestimento: reversibile, comunicativo, capace di poggiarsi senza ferire. La nuova struttura non demolisce il molo e sceglie un sistema alternativo di fondazione, ispirato alle attrezzature portuali, fatto di zavorre e appoggi temporanei.
L’architettura progettata non si impone, ma si innesta e, come stratificazione contemporanea, si appoggia senza alterare, rivelando il molo piuttosto che nasconderlo. Collocandosi a cavallo del muro, lo decostruisce come linea di separazione e lo reinventa come punto di continuità.
Nasce, così, una macchina comunicativa sospesa tra città e mare. Da un lato, apre lo spazio urbano, restituendolo ai cittadini come luogo di attraversamento, osservazione e incontro; dall’altro, si protende verso l’acqua, accogliendo la forza del mare, i venti, le maree, i rumori. Il molo, tradizionalmente confine tra sicurezza e rischio, tra porto e oceano, si smaterializza: non più barriera, ma soglia porosa, spazio di relazione.
L’archivio di un milione di volumi prende forma nello stesso modo in cui i porti archiviano le merci: torri di container appoggiate sul molo. La parte bassa di esse è pensata come fondazione alternativa, una base di zavorre-container riempite di taniche d’acqua, compatta e solida, proprio come nel progetto Triangle Stack di LOT-EK a Brooklyn (2020). Su questo basamento si innestano i corpi verticali, che ospitano l’archivio vero e proprio. La parte centrale delle torri diventa lo spazio della catalogazione organizzato in depositi, resi leggibili dall’esterno mediante una grafica che si affaccia sulla città. Scritte, segni, informazioni rendono immediatamente visibile ciò che è custodito in ciascun container: dall’acqua, avvicinandosi in barca, è già possibile intuire la destinazione funzionale degli spazi interni. L’archiviazione, dichiarata in prospetto, diviene parte della vita urbana e del porto rafforzando la logica della scatola comunicativa.
Ma nel loro sviluppo verticale, le torri rivelano anche un’altra dimensione: i container stessi possono diventare nuovi spazi pubblici. Nel coronamento, i volumi iniziano a muoversi, a slittare, ad arretrare per accogliere terrazze o ad avanzare per dichiarare nuovi accessi. Le torri non sono più soltanto archivi inerti, ma strutture abitate, capaci di generare luoghi di sosta, di incontro, di osservazione, aprendo la macchina alla città e al paesaggio.
Il progetto si inserisce in una linea di sperimentazioni che hanno trasformato i materiali industriali in linguaggio architettonico. Il Centre de Technologie di Jean Nouvel a Wismar assume l’acciaio e i pannelli produttivi come lessico costruttivo, specchio diretto del contesto industriale. A La Coruña, lo stesso Nouvel, con il Congress and Leisure Centre, non sostituisce il porto ma ne prolunga la vitalità, facendo di metallo, vetro, gru e rampe parte integrante dell’architettura. Allo stesso modo DOCK2025 rivela la struttura portuale e la integra: i container diventano torri-archivio, elementi funzionali e comunicativi in cui la catalogazione si fa segno urbano, esperienza visibile e condivisa.
Da un lato, le torri di container si presentano come interfaccia verso la città, dichiarando l’archivio e la sua catalogazione; dall’altro, la macchina-edificio dialoga con i flussi delle grandi navi. Verso il mare le torri non comunicano più solo i volumi custoditi, ma si trasformano in sistema di segnalazione: torri luminose che si aprono sull’acqua e diventano parte del paesaggio portuale, segnali riconoscibili nella trama dei traffici navali.
Un apparato che si completa innestandosi all’interno di un grande sistema reticolare, un impalcato che sostiene non solo la struttura ma anche la vita pubblica. L’impalcato connette le torri, ne consente l’uso tecnico e al tempo stesso si dilata in rampe, camminamenti e terrazze che attraversano longitudinalmente l’edificio. Una nuova infrastruttura urbana a cavallo del porto, che consente di raggiungere quote diverse e di scoprire spazi pubblici inediti: piazze sospese, moli alla quota del mare, sale di consultazione, punti panoramici da cui traguardare la città.
Il tutto reso possibile da un progetto che, piuttosto che limitarsi a occupare il molo, si connette alla terraferma attraverso un sistema di relazioni urbane già in trasformazione. L’accesso è pensato a partire dall’area del porto ridisegnata da Renzo Piano nel grande piano di ampliamento: un contesto che oggi è ancora cantiere e che in futuro ospiterà il nuovo polo nautico. DOCK2025 si colloca dentro questa traiettoria, scegliendo consapevolmente di abitare una condizione di transizione: un’architettura che non si concepisce come episodio isolato, ma come parte di un processo urbano più ampio, capace di innestarsi su infrastrutture in divenire e di ipotizzare collegamenti futuri. In questo senso, la macchina-archivio si afferma come nodo di una città-cantiere: ponte tra il molo in mezzo al mare e la terraferma, dispositivo che traduce il carattere trasformativo del porto in spazio pubblico condiviso.
DOCK2025 non è solo un archivio, né soltanto un edificio. È una macchina aperta, un’infrastruttura comunicativa che rende visibile ciò che normalmente resterebbe nascosto: la memoria dei libri, i flussi del porto, il respiro della città. Un organismo incompiuto, sempre riscrivibile, che abita la condizione del cantiere come stato permanente.
Nel suo innestarsi sul molo e nel suo protendersi verso il mare, DOCK2025 diventa soglia e ponte insieme: tra città e oceano, tra memoria e trasformazione, tra funzione tecnica e spazio pubblico. La sua architettura non si limita a contenere, ma rivela; non chiude, ma apre; non protegge, ma espone.
In questo senso, DOCK2025 è allo stesso tempo archivio e piazza, faro e infrastruttura, segnalatore e laboratorio. Un nuovo palace che rinnova l’intuizione di Price nel cuore del Mediterraneo, facendo del porto di Genova non solo il luogo del transito delle merci, ma il teatro vivo della conoscenza e della comunità.
2. Riferimenti teorici
1 S. Marini, Nuove terre. Architettura e paesaggi dello scarto, Quodlibet Studio, Macerata 2010, p.108.
2 Il nome DOCK2025 sottolinea innanzitutto la natura di macchina-dispositivo, pensata come infrastruttura più che come edificio compiuto. Dock in inglese indica sia il molo sia l’intero spazio operativo della movimentazione portuale, evocando quindi il carattere tecnico e industriale del progetto; allo stesso tempo, per assonanza con doc (documento), rimanda a una dimensione archivistica, legata alla custodia della memoria e della conoscenza. L’indicazione temporale 2025 colloca il progetto nel presente, come in Humanidad2012 di Carla Juaçaba, affermando la sua appartenenza al tempo della trasformazione in corso del porto di Genova.