AutoriBruna Di Palma, Gioconda Cafiero, Elvira De Felice, Luca Esposito, Erika Scotto di Covella, Antonia Sodano, Ivana Volpe

AteneoUniversità degli Studi di Napoli Federico II

Anno2026

Emersioni

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CFP Cagliari – Limen. Una porta per l’area archeologica di Tuvixeddu a Cagliari
01. Il sistema capillare dell’emersione al colle, a partire dall’interpretazione di Viale Sant’Avendrace come luogo della porosità urbana continua

1. Tesi / Ipotesi

Tra la città densa di Cagliari e la laguna di Santa Gilla si posiziona il colle di Tuvixeddu, sintesi di natura e storia, un deposito di terra scavata, incisa e punteggiata da segni appartenenti a tempi diversi, rispetto ai quali l’affioramento delle sepolture di epoca fenicio-punica e romana e i processi estrattivi di erosione e cavatura del banco calcareo si sono intrecciati agendo, in maniera spesso involontaria, in termini di “distruzione, disseppellimento e disvelamento” [1], scrivendo una comune storia di “emersioni”.
Più che il valore dei singoli manufatti, ciò che interessa il progetto è il sistema di relazioni tra morfologia, archeologia e città, sotteso alla configurazione urbana e che, nell’emergere, assume un ruolo attivo e ri-fondativo. La riflessione di Gregotti, secondo cui l’origine dell’architettura nasce proprio e anzitutto dalle idee di «disseppellimento e di emersione» [2] in riferimento al rapporto continuo tra forme del tempo, ragioni della terra, della geologia, della geografia e principi insediativi risulta, in questa prospettiva, particolarmente significativa.

[1] Cfr. A. Stiglitz, "La necropoli punica di Cagliari. Tuvixeddu, un colle e la sua memoria", Janus, Cagliari 1999, e M. Cadinu, "Il territorio di Santa Igia e il progetto di fondazione del Castello di Cagliari, città nuova pisana del 1215", in "Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea", 15/2, 2015, pp. 95-147
[2] V. Gregotti, "Il sublime al tempo del contemporaneo", Einaudi, Torino 2013, p. 7

2. Descrizione

Le più recenti fasi di urbanizzazione, però, non sempre hanno favorito lo svilupparsi di relazioni tra morfologia, archeologia e città. I margini di Tuvixeddu, infatti, sono andati progressivamente saturandosi, accentuando il carattere di isolamento dell’area archeologica. Al piede del colle, il tracciato di viale Sant’Avendrace, l’antica Karalibus Turrem, conserva ciononostante un carattere riconoscibile di collegamento territoriale e strutturale tra il colle e la città consolidata da un lato, e il colle e la laguna dall’altro. Alle spalle della cortina che insiste sul viale si apre, inoltre, una porzione del colle che conserva molteplici tracce ed evidenze che ne arricchiscono il quadro storico-archeologico e verso la quale si dipanano una serie di risalite pedonali, prefigurando un’ascesa densa di accadimenti.
A partire da queste condizioni, la proposta assume il piede del colle come area lungo la quale densificare nuove funzioni, a completamento di quelle di hub e museo digitale ospitate negli edifici che punteggiano l’interno dell’area, come il centro servizi e Villa Mulas, secondo un’organizzazione policentrica ed “esplosa” del programma. Su viale Sant’Avendrace, la cui cortina viene assunta come bordo poroso che il progetto segna con tre soglie, una serie di emersioni declina la risalita al colle trovando il suo culmine in un lapidarium di paesaggio. Questa infrastruttura espositiva accoglie e struttura un racconto di quanto è conservato nel sottosuolo, mira al controllo dell’orizzonte e, con la sua fissità, misura e narra la mutevolezza della natura [3], selezionando la quota del piazzale antistante i capannoni industriali come livello prescelto per il suo fondarsi.
A partire da una reinterpretazione dei rapporti tra luce e ombra, pieno e vuoto, compressione e dilatazione offerti dalle necropoli, le tre soglie che conducono al lapidarium da viale Sant’Avendrace richiamano le forme degli antri sepolcrali e anticipano diverse declinazioni dell’emersione. L’architettura che commenta il paesaggio del colle procede, infatti, lungo l’articolata topografia superficiale o in ipogeo e si manifesta per scavo, infissione e sospensione attraverso tre episodi che scandiscono il sistema delle risalite.
In corrispondenza dell’ex cementificio, all’estremità sud-orientale, dove trovano spazio le sale per eventi, la risalita ipogea conduce in uno spazio al riparo della copertura voltata, scandito e animato da elementi sospesi che si proiettano verso quinte del sito assunte dal progetto come scenografie di scala paesaggistica.
Il complesso di Villa Laura e dei ruderi di Villa Maria Pia Garzia, in cui sono collocati l’archivio-museo e gli spazi all’aperto per gli artisti, costituisce uno degli ambiti più significativi nella trama complessiva dei percorsi. In questo punto, oltre a rendere continui i giardini terrazzati e lo spazio su viale Sant’Avendrace, si individua un nodo di penetrazione e sollevamento puntuale, strategico per il collegamento delle diverse quote, definendo una perforazione capace di generare una nuova porosità urbana.
Il confronto con il suolo, per l’intero sviluppo del lapidarium fino all’Arco del Cavallo in prossimità della testata nord-occidentale che ospita i laboratori di restauro e gli spazi per la formazione, ha sollecitato, infine, un lavoro per scavo, infissione e reiterazione. L’introduzione di pilastri, muri e coperture che segnano la topografia e inquadrano il paesaggio configura un limite che lavora con gli strati del suolo, costruendo un ulteriore spazio di relazione tra paesaggio, archeologia e città.

[3] F. Venezia, "Le idee e le occasioni", Electa, Milano 2006, p. 171

02. Le sequenze ascensionali dell’emersione al colle di Tuvixeddu
03. Il lapidarium di paesaggio che racconta il sottosuolo, controlla l’orizzonte e, con la sua fissità, misura la mutevolezza della natura
04. I dispositivi dell’emersione in rapporto agli strati del suolo: scavo, infissione, sospensione

3. Metodologia

È a partire da queste riflessioni operative che guardano all’emersione come lente interpretativa di tracce sovrapposte e come tema progettuale che prevede un lavoro sulla relazione tra gli strati urbani, che la proposta si formalizza.
La necessità di ricostruire queste relazioni suggerisce di assumere il margine non come limite da presidiare, ma come materia del progetto. La nuova accessibilità al colle nasce dalla reinterpretazione delle condizioni urbane esistenti, trasformando la soglia tra città e parco nel principale campo di sperimentazione progettuale. Il parco è inteso come dispositivo di inclusione urbana e lo spazio archeologico come spazio pubblico: il programma complessivo si sviluppa attraverso una trama di percorsi, aree attrezzate e giardini del “quotidiano” che costruisce un paesaggio continuo, a partire dalla comprensione e dall’operatività della topografia storica.
La nuova accessibilità all’area sceglie poi la diffusione e non la concentrazione per delineare un ampio dispositivo di esplorazione urbana. L’idea di avere più porte, ovvero più modalità per accedere al parco, scardina l’idea di enclave archeologica e aggancia l’area alle componenti urbane limitrofe andando sia a integrare la mobilità pedonale esterna con percorsi che invitano ad entrare e attraversare gli spazi archeologici, sia ad includere ambiti residenziali, scolastici e universitari nel disegno di nuovi giardini sportivi, spazi attrezzati di transizione, soglie e belvederi che intercettano ulteriori frammenti archeologici.
Inoltre, se la complessità morfologica del colle e i caratteri delle sepolture a pozzo della necropoli fenicio-punica che popolano il versante alto suggeriscono l’efficacia di una visione di sistema che trova in una giusta distanza e in una prospettiva ascensionale la più opportuna condizione della contemplazione, la tipologia a camera delle tombe romane che punteggiano la parte bassa del colle suggerisce, invece, una esperienza di prossimità.

05. La trama diffusa e continua delle relazioni urbane di progetto, in relazione all’operatività della topografia storica, alle forme dei processi di cavatura estrattiva e del disseppellimento archeologico

4. Riferimenti teorici

Attraverso un ragionamento sull’emersione, il progetto stabilisce un rapporto con il suolo e l’archeologia di Tuvixeddu assumendo il rapporto tra matrice morfologico-topografica e stratificazione urbana come principio interpretativo e operativo di un progetto che prova a superare la “separazione fatale” tra architettura e archeologia [4]. In questa prospettiva, il concetto di “emersione” espresso da Gregotti [5] costituisce il principale riferimento teorico del progetto, interpretando il rapporto tra forme del tempo e ragioni della terra come fondamento dell'architettura. Analogamente, l’operatività della topografia storica e delle relazioni tra città e archeologia trovano un riferimento nelle riflessioni di Tsiomis e Miano [6], assumendo il progetto dello spazio pubblico come dispositivo di inclusione in un’ottica che integri il programma architettonico con l’indagine archeologica.
A partire da questo impianto teorico si innesta, poi, il confronto con alcune sperimentazioni progettuali che orientano l'intervento. La soglia disegnata da Venezia come terminale topografico e loggia per la contemplazione del paesaggio dalla piazza del Battery Park a Manhattan suggerisce la definizione di spazi di transizione per sequenze urbane interconnesse; mentre il Museo della Stratigrafia di Toledo offre una riflessione sul progetto come lavoro sul suolo archeologico attraverso radicamenti per infissione e sospensione. La nuova accessibilità proposta da Byrne per il Chiado orienta, invece, il tema di una nuova porosità urbana ascensionale che mette in relazione livelli e spazi della città tramite azioni di “perforazione”, mentre la riflessione di Chillida [7] sull'«incontro tra gli opposti» restituisce il senso di un'architettura che opera attraverso il dialogo tra pieno e vuoto, luce e ombra, superficie e ipogeo.
Il progetto ricompone così un rapporto tra archeologia e suolo, provando a «costruire in continuità con la pesantezza dei suoi strati […], stabilire delle gerarchie tra i diversi tracciati […] – e imprimere – il grande bassorilievo delle nostre geometrie: […] misura di ogni eccezione […], condizione dell’accoglienza e del dialogo […] che fondano il paesaggio della nuova città» [8].

[4] F. Venezia, "Che cos’è l’architettura", Mondadori Electa, Milano 2011, p. 17
[5] V. Gregotti, op. cit., p. 7
[6] Si vedano Y. Tsiomis, "Progetto urbano e progetto archeologico", in A. Massarente, M. Trisciuoglio, C. Franco (a cura di), "L’antico e il nuovo", UTET, Torino 2002, pp. 171-183, e P. Miano, "Indagine archeologica e programma architettonico", in A. Capuano (a cura di), "Paesaggi di rovine paesaggi rovinati", Quodlibet, Macerata 2014, pp. 252-261
[7] Cfr. E. Chillida, "Lo spazio e il limite. Scritti e conversazioni sull’arte", Christian Marinotti Edizioni, Milano 2010
[8] V. Grego

06. Il lapidarium di paesaggio come infrastruttura di emersione che declina la risalita al colle in una sequenza di soglie, scavi e affacci