AutoriMarino Borrelli, Francesco Costanzo, Gaspare Oliva, Michele Pellino, Giorgio Mastantuono, Giuseppe Mattia Petrillo, Sara Piccolo, Lucia Tartaglione, Erika Zito

AteneoUniversità degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli"

Anno2023

Il grande spazio atriale per MD’O

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Napoli – MD’O. Archeologia urbana e Mostra d’Oltremare

1. Descrizione

Nel confronto tra diverse scuole ed approcci del mondo accademico-scientifico, la soluzione progettuale per “l’Archeologia Urbana e la Mostra d’Oltremare” a Napoli propone sistemi formali che vanno considerati non tanto e non solo per la “qualità di forma” quanto per la capacità di mettere in luce come un procedimento del progetto sia connesso ad un preciso orientamento progettuale.
Così il progetto è inteso nel suo valore esemplificativo rispetto ad una riflessione più generale sulla possibilità del progetto urbano di affrontare alcune criticità della città moderna. In tal senso il sistema della Mostra d’Oltremare non interessa soltanto per quei caratteri di eccezionalità propri di una parte urbana specialistica di fondazione, quanto e soprattutto per la questione della costruzione del suo bordo, come luogo in cui si condensano eterogeneità, che sembra rappresentare oltre le contingenze formali quelle ricorrenti indeterminazioni dello sviluppo della città del Novecento.
Qui il processo di accumulazioni di forme
e temi (ma anche l’approssimazione infrastrutturale), oltre a restituire la difficoltà di risolvere la città e le sue parti secondo
una precisa volontà (difficoltà innanzitutto di disegno politico sulla città), rimanda all’accettazione di un processo di formazioni che determinano un esito complessivo sempre irrisolto, incontrollato.
Il progetto urbano dovrebbe dunque, all’interno anche di soluzioni “aperte”, non strettamente perentorie, provare a definire un ordine possibile di “dimensione conforme”. Dal punto di vista della dinamica urbana e dei conflitti ad essi interni tra condizione pubblica e privata, che questo ordine si inveri oggi per frammenti ha una sua plausibilità, a patto che tali frammenti indirizzino ed orientino, ossia lascino intendere un ordine (ossia una gerarchia delle soluzioni che è anche una gerarchia dei problemi posti).
Così il progetto assume delle ipotesi prioritarie, di “orientamento”, da verificare attraverso il progetto stesso:
_sulla dimensione rispondente alla questione urbana: la Mostra d’Oltremare è intesa
come parte di un sistema più esteso, la cui iniziale logica discontinua - rappresentativa di una condizione della città moderna – è da reinterpretare definendo luoghi (misurati, d’ombra, diversamente accessibili) messi in relazione con i caratteri della parte urbana e della geografia (relazioni formali ma anche d’uso);
_sull’individuazione di segni-elementi che, nella loro forma, misura e posizione, hanno il valore di identificare un’attitudine: dare cittadinanza, oltre alla geografia che partecipa al contesto, al conflitto geometrico-formale che si manifesta sull’asse di via Terracina,
ma anche all’ipotesi che l’ “entità Mostra d’Oltremare” – chiusa oggi in un recinto – metta le sue parti (il grande “teatro di massa” dell’Area Flegrea) a diretta disposizione della città;
_sui modi di relazione tra diverse nozioni
di città pubblica e collettiva, attraverso la costituzione di uno spazio urbano atriale (si direbbe oggi “di transizione” tra pubblico e collettivo) il cui uso è reso possibile attraverso forme di regolamentazione (come avviene in altri spazi della città contemporanea).

Ideazione
Il progetto non ha una superficie di inquadramento (un’area limite) ma assume l’asse urbano (via Terracina) come luogo
di riferimento delle scelte di un progetto urbano che riguarda un sistema di relazioni più ampie, istituite dallo stadio, dai blocchi del Politecnico, dalle pendici della collina di Agnano ed altri grandi manufatti civili.
Nell’ideazione tale asse assume i caratteri di uno spazio prevalentemente naturale segnato dal fronteggiarsi di una sequenza di grandi pensiline (dal lato del bordo della Mostra) che si attestano a distanze diverse dalla strada e, sull’altro versante, di una serie di spazi urbani conquistati dal progetto (per risolvere alcune presenze episodiche ed incoerenti), definiti da nuove architetture che condensano i temi della residenza, del commercio o dell’infrastruttura idraulica.
Se la questione di fondo che il progetto prova ad esprimere è il ripensare l’asse urbano come un luogo in cui vanno chiariti i rapporti tra Mostra d’Oltremare e quella eterogenea parte di città che si è sviluppata nel Novecento sulle pendici, allora il progetto guarda all’intera spazialità inspinata dall’asse superando il “tema del bordo” e la connota come un luogo in cui vengono espresse e trasferite le geometrie sia dell’insediamento della Mostra d’Oltremare sia di quelle dettate da alcune emergenze (l’Ospedale,
il Cimitero, il cluster residenziale privato,
il piccolo insediamento pubblico, la strada
di caricamento alla sommità del colle di Agnano, alcuni frammenti di tessuti urbani consolidati). Tra queste, vale la pena sottolineare, si prova ad interpretare anche la forma della natura (la collina di Agnano), intesa come grande emergenza formale della geografia. Ciò avviene nella forma particolare e dimensionalmente conforme di un lungo elemento (un condotto che funge da collettore idrico) che, posto trasversalmente rispetto
al declivio, prova a registrare il dislivello e così ad annunciare, in forma architettonica, la partecipazione dell’orografia al generale sistema di forme e di relazioni.
Per l’ambito 1, il progetto ripropone la figurazione storica della Masseria S. Giuseppe, ridefinendone il braccio (testimoniato dall’iconografa storica, ma oggi assente) attraverso un blocco dal chiaro principio tipologico (edificio a ballatoio) per rispondere al tema delle residenze studentesche. Inteso come duplicazione di quest’ultimo, un altro edificio è disposto secondo l’organizzazione a pettine dei laboratori politecnici di Luigi Cosenza.
Il progetto mette insieme i temi dell’ambito 1 e 2, relativi al ruolo dell’archeologia (le Terme Romane, la strada antiniana ed i
resti limitrofi) e al ripensamento della Porta Nord della Mostra. Il progetto propone la determinazione di un luogo, posto alla quota archeologica (-3.7 m rispetto alla quota di via Terracina), che sia inteso come un grande spazio atriale (una “hall” scoperta), uno spazio collettivo (e quindi eventualmente selettivo) derivato formalmente dalle preesistenze e che anticipa l’accesso alla Mostra (da cui, per certi versi, prescinde). Uno spazio alla cui caratterizzazione partecipano le presenze archeologiche (che sono dunque messe a sistema), gli spazi naturali con le grandi alberature, le architetture che insistono
sul limite settentrionale della Mostra e
che vengono così attrezzate. Qui dunque,
in misure più controllate e di più agevole gestione, si riuniscono i temi dello svago
e della ristorazione, della divulgazione culturale-scientifica, del rapporto con l’arte (il teatro, la musica).
L’ambito 3 è pensato come un luogo in cui il grande manufatto progettato da Giulio
de Luca, l’Arena Flegrea, prova a divenire attrezzatura della città svincolandosi dalla subordinazione alla Mostra d’Oltremare. Qui i limiti della Mostra si rompono e una grande spazialità si offre alla città con autonomia
di accesso e di funzionamento. Questo ambito diventa l’occasione per sperimentare una “zolla dello spettacolo” (di bisogniana memoria): un luogo pubblico e autonomo definito dalla relazione tra manufatti distinti e dedicato alla rappresentazione teatrale
e musicale. Qui rinveniamo il senso che s’intende attribuire al nuovo edificio della Grande Attrezzatura a supporto dello Spazio Atriale e della Zolla della Spettacolo. La sua necessità risiede nell’essere un manufatto costitutivo della “Zolla”, che contrapponendosi all’Arena, ne mette in crisi la solitudine di artefatto rilanciandone il ruolo in un “gioco tra architetture”.

Composizione
La procedura compositiva adottata nel progetto è il montaggio di elementi tipizzati: la pensilina, il tetto, lo spazio dello scavo, alcune architetture (come le residenze, che manifestano già nella figurazione la loro ragione tipologica), i portali, il lungo condotto idrico.
Nell’estrema riduzione di forma e costituzione, ognuno di questi elementi individua una questione di fondo che i singoli temi sollecitano: la determinazione dello spazio d’ombra e la protezione, la delimitazione dello spazio selettivo (che
si fonda ad una quota sottoposta, laddove temenos è l’invaso dettato dal “cavar terreno”), il controllo della ripetizione e l’espressione del principio di sovrapposizione nella residenza, la chiarezza ed evidenza non retorica dei punti di accesso, il dare misura alla varietà della grande forma della natura
(ma anche la centralità del tema del controllo idraulico del territorio).
Com’è noto, il montaggio degli elementi esalta il gioco posizionale e le giaciture stesse, nel senso che dichiara la rilevanza di una geometria di relazioni.
Così, nel progetto, le pensiline con le loro misure restituiscono la dimensione di quattro ambiti (l’insula politecnica, la porta nord
con la fontana-esedra, l’arena, il bosco ad ovest) e si dispongono parallelamente tra loro secondo l’asse urbano. Questi stessi segmenti individuano il luogo di accesso alla Mostra con il contributo di altri elementi puntuali (setti e piccoli “pezzi”), che a loro volta rimandano alla geometria della Mostra, provando ad esprimerne l’ordinamento ruotato, che
il progetto originario non risolveva nella relazione con l’asse urbano.
Al di fuori della logica elementarista che informa il progetto è la nuova grande attrezzatura che partecipa alla Zolla dello Spettacolo, che risulta come manufatto altamente formalizzato. Il suo contrapporsi all’Arena determina la necessità di sviluppare un ragionamento formale sull’architettura ex-novo a partire da una ricerca sull’identità formale (“architettura distinta” dunque per separatezza e per “stile”). In questa ricerca, basata sul confronto tra aspetti compositivi-costruttivi e le questioni del progetto, proprio rispetto a questi ultimi si considerano sostanzialmente due implicazioni contingenti che l’area esprime con chiarezza. La prima riguarda la relazione con l’architettura non più esistente della Mostra d’Oltremare, che significa relazione con la memoria del progetto fondativo; l’occasione è offerta dal Padiglione della Caccia, della Pesca e degli Enti di Colonizzazione, di Stefania Filo Speziale, la cui presenza icnografica è ripresa solo in parte dall’attuale edificio della Scuola d’Arte (in disuso, la cui inadeguatezza sismica e la presenza di amianto impone la demolizione) ed è solo parzialmente testimoniata da un piccolo frammento in stato di rudere.
La seconda implicazione riguarda la relazione che il grande manufatto dell’Arena Flegrea istituisce con la collina, che ne costituisce il fondale ideale, e che agisce sulla trasversalità dell’asse urbano.
Stabilite così gli aspetti ineludibili da affrontare, nel progetto si è dunque pensato di determinare la forma della grande attrezzatura come “calco”, “negativo”, dell’edificio degli anni ’40, la cui memoria è affidata ad una iconografia limitata. Con un’inversione tra invaso (“antico”) e involucro (“nuovo”),
di quest’edificio la figurazione ne ricalca la consistenza della corte allungata originaria, e ne riprende finanche le particolarità minute degli incavi accessi, risultandone così tre propaggini. Il rudere, superstite dell’’ “antico”, è mantenuto come tale, nella sua consistenza muraria.
Così il suo interno diventa “conclusus” scoperto, luogo in cui vengono collocati piccoli padiglioni.
Le alberature popolano questo spazio, fortemente umbratile, mentre le altre alte alberature, un tempo della corte, segnano i punti in cui il grande tetto è forato.
Posta tra il teatro dell’Area Flegrea e la collina di Agnano, “elementi” identificati essenzialmente dalla loro inclinazione, la grande attrezzatura è pensata come un unico grande tetto, la cui pendenza esibisce con chiarezza quasi didascalica la volontà di determinare il manufatto come contro-teatro. Teatro dell’Arena Flegrea e nuova architettura si fronteggiamo idealmente, essendo separati da un folto diaframma di alberi, una quinta condivisa, bi-frontale.
Di fatto l’inclinazione del tetto consente anche di costituire uno spazio coperto sotto si sé ad altezza variabile in cui vengono risolti i dislivelli tra il piano dello spazio atriale-archeologico (posto a +4 m) e il piano fondativo dell’Arena.
Se queste sono le considerazioni di partenza, allora l’identità dell’edificio è tutta affidata alla presenza del piano inclinato, e lo sforzo dei sostegni rimanda ad una condizione infrastrutturale.
La presenza dei grandi setti nella spazialità si riferisce a questo.

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