Autorimarco mannino, Francesco Defilippis, Michele Montemurro, Antonio Nitti, Tiziano De Venuto, Walter Lollino, Marco Munafò, Angelica Pellegrino

AteneoPolitecnico di Bari

Anno2023

Il limite che non c’è

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Napoli – MD’O. Archeologia urbana e Mostra d’Oltremare

1. Descrizione

Per i greci il limite è l’elemento ordinatore del mondo, il confine originario a partire dal caos primigenio, in cui tutto era indistinto. Senza la definizione di limiti, nulla sarebbe stato creato, nulla avrebbe avuto un nome e un’identità riconoscibili.
Martin Heidegger, interpretando il pensiero greco, scrive: “il limite non è il punto in cui una cosa finisce, ma […] ciò a partire da cui una cosa inizia la sua essenza”.
Questo vuol dire che possiamo intendere il limite come il luogo in cui si manifesta una precisa identità – “la sua essenza” – e non, in forma riduttiva, come il punto in cui qualcosa finisce.
In questa prospettiva, il progetto prova a misurarsi con il limite nord-occidentale sulla via Terracina del quartiere della Mostra d’Oltremare a Napoli – una piccola «metropoli in embrione» – che, per la sua raffinata composizione urbana, si connota come esperienza originale nell’ambito delle fondazioni del ventennio fascista.
Un limite non più riconoscibile nel grande recinto perimetrale che una volta definiva lo spazio urbano del quartiere; uno spazio pensato come una forma compiuta e autonoma, una città murata fatta di edifici, di piazze e monumenti, misurati nella vastità del paesaggio naturale della conca Flegrea, una parte di città pensata come una ’isola urbana’.
Parafrasando una bella canzone di Edoardo Bennato rileviamo la condizione di una “Isola che non c’è”, o meglio, non c’è più, fagocitata in una incontrollata espansione della città.
Nel limite nord-occidentale, le tracce archeologiche della strada Antiniana, del Mausoleo funerario e del Complesso termale romano si attestano a ridosso del quartiere espositivo, sulla via Terracina, in una condizione di fatto oggi ‘periferica’ (rispetto ai limiti fisici dell’area) e incapace di esprimere relazioni spaziali dotate di un significato più ampio anche a cospetto della natura ‘potente’ che contraddistingue il paesaggio di Fuorigrotta.
La nostra proposta prova a interpretare questo tema di grande centralità per il dibattito teorico contemporaneo, focalizzato sul rapporto tra il Nuovo e l’Antico in un contesto di grande complessità storica, architettonica e paesaggistica; si interroga sulla relazione con il palinsesto urbano – dalla rovina archeologica, alle opere della modernità – in relazione alle trasformazioni spaziali dalla città contemporanea: attraverso quali modalità, le forme provenienti da un altro tempo possono partecipare, anche nel loro parziale stato di rovina, alla costruzione e alla trasformazione di questo straordinario luogo?
A partire da queste premesse, il nostro progetto sceglie di confrontarsi con la possibilità di interpretare il rapporto con le forme archeologiche della Mostra d’Oltremare all’interno di una visione trasformativa più ampia, che vuole ripensare il senso di alcuni luoghi urbani ‘marginali’, spesso privi di una chiara identità spaziale, si interroga sulla possibilità di ridefinire le forme e i caratteri del limite urbano della Mostra d’Oltremare a partire dal rapporto con i suoi ‘capisaldi’ archeologici, ma anche naturali che segnano il limite della grande ‘zolla urbana’ sull’asse di via Terracina.
A partire dalla necessità di ricondurre il rapporto tra queste parti a una struttura narrativa organicamente costruita, il progetto sceglie di interpretare il rapporto più generale che sussiste tra lo spessore di natura, che definisce il bordo nord-occidentale della Mostra, e il tessuto urbano, lungo l’asse che segna il limite tra la città compatta e la sua espansione settentrionale, a sua volta confinata dalle forme della imponente geografia napoletana: il cratere di Agnano e le sue propaggini.

Un progetto di suolo
La ‘mossa di apertura’ del progetto si concretizza nella riconfigurazione del limite fisico della Mostra su Via Terracina, facendo proprio quel carattere di naturalità dello spessore ‘verde’ che definisce il ‘bordo’ della ‘zolla’.
Una incisione continua del suolo lega e connette le quote delle forme archeologiche esistenti – l’impianto termale, i resti dell’acquedotto del Serino, il monumento funerario romano – configurando una complessa superficie continua capace di definire l’unità di un parco ‘ipogeo’ ma potentemente aperto verso il cielo.
La sua estensione, quindi, coincide con quella dell’intera ‘zolla’ della Mostra: dall’attuale ingresso su via Terracina al manufatto che chiude l’area, a nord, in prossimità dello Stadio Maradona.
Uno spazio continuo, ma che si dà nell’articolazione di una sequenza di luoghi molto diversi per carattere: le grandi ‘stanze archeologiche’, infatti, sono connesse da un dromos lineare continuo che conduce a un profondo giardino ipostilo di pietra, secondo diverse condizioni di uso dello spazio pubblico.
All’interno di questa strategia trasformativa, è il limite stesso della Mostra sull’asse urbano ad acquisire un nuovo grado di permeabilità, nei termini di una apertura visiva quanto fisica: un sistema di rampe – adeguatamente regimentate – permette di riconnettere la quota della strada a quella inferiore del nuovo parco archeologico, mitigando quella soluzione di continuità che sembra isolare fortemente il quartiere della Mostra.

Nuovi capisaldi urbani
In prossimità di piazza Antiniano e in corrispondenza del nodo viario tra via Terracina e il piazzale dello Stadio, due diversi sistemi di torri definiscono i capisaldi del progetto, misurando l’ambito urbano di intervento.
Le torri ‘chiudono’ l’ambito della composizione secondo due diverse forme: un ‘castello’ triangolare ridisegna il nodo viario in prossimità dello stadio; un sistema binato di torri costruisce il nuovo ingresso monumentale alla Mostra su via Terracina, insistendo su piazza Antiniano.
Nello iato tra le due torri, un ponte ‘massivo’ in calcestruzzo armato costruisce un’ulteriore connessione urbana e il superamento in quota della strada, assumendo il rapporto con la complessa geografia del cratere e le forme del ‘suo’ suolo terrazzato.
Incidendo il suolo e individuando alcuni ‘nuovi’ capisaldi urbani, il progetto aspira a ripensare il carattere stesso del limite della Mostra d’Oltremare, integrando le forme antiche all’interno di una nuova spazialità urbana.

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