AutoriPaola Scala, Gianluigi De Martino, Viviana Saitto, Marella Santangelo, Anna Terracciano, Francesco Casalbordino, Maria Fierro, Mario Galterisi, Stefano Guadagno, Teresa Nocerino, Grazia Pota, Fabiola Cristalli
AteneoUniversità degli Studi di Napoli Federico II
Anno2023
Il moderno in gioco
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
Il contesto e la strategia urbana
Il progetto si inserisce in un contesto urbano caratterizzato da ambiti differenti che, come tessere di un mosaico, compongono una parte di città attraversata dalla via Terracina. Ciascuno di questi ambiti nasce in risposta a precise esigenze ed ha caratteristiche proprie ben definite, nessuna di queste zone è riuscita nel tempo a costruire relazioni efficaci con le altre parti. La Mostra d’Oltremare conferma questa condizione di isolamento nonostante i numerosi assi di collegamento su gomma e su ferro e la molteplicità di centralità urbane che la circondano, generando importanti flussi di persone e un forte dinamismo nel contesto. Nelle immediate vicinanze della Mostra sorgono infatti lo Stadio Diego Armando Maradona, la Scuola Politecnica delle Scienze di Base, lo Zoo di Napoli, la sede della RAI e un tempo anche l’Edenlandia.
Quando non si svolgono fiere, concorsi, o eventi, il complesso della Mostra resta comunque un grande arcipelago di oggetti spesso accosti e muti all’interno dello stesso recinto, pur presentando le potenzialità per essere un parco a servizio della città, oltre ad essere un simbolo nella storia architettonica ed urbana della città di Napoli.
In questo quadro così composto, la Via Terracina si configura come un insieme di luoghi marginali e privi di una identità, oltre che di relazioni con il contesto, definito dalla collina alle spalle della Mostra d’Oltremare, e dall’altro lato, dal segno duro del muro di confine. Inoltre, nonostante rappresenti un importante asse di collegamento per l’area ovest di Napoli, il bordo della strada è caratterizzato da una sequenza di luoghi dismessi e/o abbandonati, anche in prossimità del recinto della Mostra, che restituiscono la dimensione di una strada vissuta solo attraverso l’uso dell’automobile.
Queste considerazioni sono essenziali per comprendere la strategia urbana che intende perseguire il progetto, che allarga la dimensione di questo asse viario traguardano l’idea di uno spazio pubblico urbano continuo e poroso, in grado di agganciare e mettere in rete le differenti centralità presenti - unitamente alle archeologie, che divengono fruibili e maggiormente percepibili - anche penetrando tra gli spazi della Mostra d’Oltremare, oltre il recinto, e risalendo la stessa china della collina, fino ad arrivare a quella che sarà la nuova fermata “Terracina” della Metropolitana linea 7, situata nelle vicinanze dell’Ospedale San Paolo.
Brain storming
La stratificazione delle architetture in una città come Napoli offre possibilità di lettura di storie differenti. Talvolta proprio quelle storie che sembrano più semplici riservano inaspettate complessità. Il caso di Fuorigrotta/Bagnoli, che rientra in questa seconda categoria, è caratterizzato da una sequenza di episodi architettonici e paesaggistici peraltro ben noti. Il grande complesso della “Mostra Triennale delle Terre d’Oltremare”, già nella evoluzione delle sue storiche denominazioni fino all’attuale semplificazione di sintesi in “Mostra d’Oltremare” può considerarsi quasi uno spin-off della storia recente della città. Neanche tanto recente a ben guardare, segnatamente nella riscoperta della via Antiniana durante i monumentali lavori di movimento terra della prima realizzazione dell’impianto. Proprio a partire da tale permanenza è possibile quindi ridefinire la continuità della città antica verso l’area occidentale. Nella realizzazione della mostra negli anni 30 del 900 i ritrovamenti archeologici furono interpretati ovviamente come un auspicio diretto dalla Roma antica alla nuova idea di impero. L’eco di tale retorica di regime risuona in tutta l’operazione, dalle suggestioni di impianto urbano ai singoli padiglioni, dalle denominazioni dei singoli edifici fino alle illustrazioni e alle grafiche pubblicitarie per l’inaugurazione.
I due episodi architettonici al margine nord della mostra sono forse quelli che più sfuggono alla grottesca paratassi messa in piedi dal regime e raccolgono la sfida forse più interessante di integrare le metafore morfologiche della città “italica” classica con funzioni delicate di interfaccia con l’esterno del recinto. Ingresso quindi in ciò che resta dell’intervento di Stefania Filo Speziale ed esedra nella fontana progettata da Piccinato, in una contrapposizione planimetrica che riecheggia un “quartiere dei teatri” da città archeologica, ma anche in una contrapposizione volumetrica che vede nello scalone un pieno convesso e nella cavea della fontana quasi una matrice. Le dimensioni sono poco dissimili e la linea di congiunzione è rappresentata idealmente solo dal muro di recinzione, una traccia quasi involontaria per tenere insieme questi due elementi, ribadita oggi in maniera troppo esile dal tracciato del basolato della via per colles.
Cosa resta di questa storia? I temi di progetto
Oggi il complesso della Mostra, con il vicino Zoo e l’Edenlandia, rimanda all’eco di un Luna Park in dismissione. Le architetture, un tempo paradigmi del moderno italiano, sembrano tradurre la perdita di senso del complesso che, quasi sempre, utilizza solo i padiglioni più recenti, privi di carattere architettonico ma molto più flessibili dal punto di vista spaziale.
Il titolo del progetto “moderno in gioco” allude alla possibilità che la mostra “rimetta in gioco” la sua architettura ma, anche (e forse soprattutto) che, perdendo la sua dimensione monumentale/retorica, possa essere partecipe di un gioco “postmoderno” che le consenta di assumere nuovi significati. Da qui i temi che vengono declinati nel progetto. Quello delle “quinte” che articolano il bordo nord in una sequenza di scene, da quella della mostra, a quella archeologica, a quella della città “contemporanea” per arrivare a quella del paesaggio. Il tema della “quinta scenica “diventa così centrale in un progetto che la declina anche dal punto di vista figurativo, scomponendo il bordo della mostra in una serie di scenografie disposte su piani paralleli, intorno alle quali si costruiscono strutture più leggere ed effimere.
A tenere insieme le diverse figure e i diversi “tempi” del progetto c’è in filigrana una griglia, definita dalla dimensione e dall’orientamento del piccolo Mausoleo, che all’altezza di Via Cuma a Fuorigrotta si allinea alla direzione della Mostra e definisce la struttura del nuovo Hotel.
Il nuovo Hotel, costruito al posto dell’ex liceo artistico Boccioni, declina il terzo e ultimo tema ovvero quello dell’architettura incrementale. La struttura è costituita da parti “dure” (l’impalcato e le quinte sceniche che ospitano gli impianti) e da cellule/stanze che possono essere implementate a seconda delle necessità. L’ Hotel, diventa quindi l’immagine analoga di una “macchina da festa”, nella quale la memoria dell’architettura monumentale di inizio Novecento rappresenta l’hardware di un progetto aperto, flessibile e potenzialmente adattabile nel tempo. L’idea di proporre un’architettura “effimera” nasconde anche la volontà di “accendere e provocare” una riflessione sulla “necessità” di una nuova volumetria, richiesta dall’ente Mostra, rispetto all’attuale stato dei padiglioni storici.
Il progetto
Il nuovo ingresso alla Mostra è situato nel punto in cui una volta si trovava l’architettura di Stefania Filo Speziale e ne evoca in qualche modo la memoria, ricostruendo un bordo “spesso” che, se da un lato apre verso lo scalone che porta alla quota dell’Arena Flegrea dall’altro, consente l’ingresso alla prima piattaforma dell’Hotel. La ricostruzione della geometria dell’ingresso, perduta con l’abbattimento dell’architettura della Filo Speziale, determina la definizione di una nuova figura urbana caratterizzata da due polarità, quella della esedra da un lato e quella del nuovo ingresso dall’altra. Le quinte urbane individuate dalla griglia di impianto, costruiscono scenari progressivi e gestiscono la rotazione tra la direzione di impianto della Mostra e la Via Terracina. Il “colpo di frusta” della rampa che riconnette le diverse piattaforme dell’Hotel, rimanda all’immagine delle montagne russe e trasforma i muri attrezzati che accolgono gli impianti, nelle scenografie di un Luna Park fantasma.
Il centro della nuova “figura”, verso cui indirizzano le diverse quinte è il foro centrale che consente la risalita diretta all’interno del recinto della Mostra della stazione della Metropolitana sul fronte opposto di via Terracina. Le quinte urbane articolano lungo questo asse viario in un sistema di spazi pubblici urbani continui e porosi, che partecipa alla costruzione di una sorta di “infrastruttura” urbana. Questo “spessore attrezzato “si articola lungo tutto il bordo e consente l’affaccio verso l’area archeologica attraverso delle terrazze che “scavalcano” il muro di confine. In corrispondenza della fontana dell’Esedra l’infrastruttura consente un ulteriore accesso alla mostra attraverso una passerella pensile che scavalca i resti dell’acquedotto.
La dimensione di questo spazio pubblico, continuo e poroso, si genera attraverso la colonizzazione della molteplicità delle aree di scarto presenti lungo la Via Terracina, coinvolgendole e reinterpretandole all’interno di un progetto più ampio, attraverso anche la nuova realizzazione di dispositivi progettuali leggeri, modulabili e variabili nel tempo, in grado anche di intersecare la strada, oltrepassando così il limite fisico del muro.
La sede stradale così si allarga, diviene luogo dello stare, ospitando playground e aree per la sosta dai quali traguardare le archeologie e le architetture presenti all’interno ed all’esterno della Mostra.