AutoriBruno Messina

CoautoriGianfranco Gianfriddo, Cristina Elena, Francesca Licciardello, Matteo Pennisi, Costanza Scarcipino Pattarello, Federica Leonardi

AteneoUniversità degli Studi di Catania

Anno2025

Il molo Galliera. Un nuovo margine urbano

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Genova – Memoria Maris. Il quartiere della Diga Duca di Galliera

1. Descrizione

“Inutilità” del Molo Galliera
La costruzione della Nuova Diga Foranea di Genova, attualmente in corso, collocandosi su fondali più profondi (50 metri) consentirà l’ingresso in totale sicurezza a navi sempre più grandi e cambierà la configurazione degli accessi e delle banchine di uno dei porti principali d’Italia.
Ai nostri fini, questa trasformazione comporterà che il molo Galliera, nato proprio per ampliare e proteggere lo specchio d’acqua del porto genovese, verrà improvvisamente svestito dal suo importante ruolo di difesa estrema dell’area portuale. Pertanto, accade che una infrastruttura pensata e costruita per dividere un “interno”, lo specchio d’acqua rivolto verso la città, da un “esterno”, il mare aperto dal quale proteggersi, si ritrovi a cavallo di uno specchio d’acqua che è reso completamente “interno” poiché protetto da una ulteriore difesa.
Il Molo Galliera si presenta oggi, alla luce di questi cambiamenti, come un enorme relitto, un ciclopico mostro marino inevitabilmente arenato in acque interne; un processo curiosamente analogo a quello che a cavallo del XVIII secolo ha coinvolto i recinti fortificati europei che solo fino a pochi anni prima si erano resi fondamentali per la sopravvivenza di una città; le mutate condizioni geopolitiche rendono le mura delle infrastrutture innecessarie, veri e propri residuati bellici non più utili al fine per il quale furono costruiti. Costruire sopra questo singolare oggetto significa idealmente chiudere la forma urbana dalla parte del mare, rendendo manifesta la latente percezione già in essere, e costitutiva del carattere di Genova, del porto non tanto come un bacino quanto come la “piazza” più grande della città. Il nuovo edificio definisce una distanza dal costruito che permette di misurare lo specchio d’acqua rendendolo un gigantesco interno urbano (ed è, crediamo, ancor più significativo che a definirlo sia un edificio-scrigno che custodisce il materiale più prezioso possibile per una città e la sua comunità).
Il progetto, a monte delle soluzioni specifiche elaborate, tenta innanzitutto di porsi dallo stesso punto di vista col quale secoli fa le città, alcune più di altre, hanno guardato alle mura dismesse, interrogandosi sulle loro inattese possibilità nel continuare a dare forma alla città pur aldilà della loro funzione originaria; pensiamo, ad esempio, al progetto del Poggi a Firenze, in cui vengono risparmiati dalle demolizioni alcuni lacerti cospicui della cinta muraria che permangono e definiscono il carattere delle nuove piazze da aprirsi in corrispondenza delle antiche porte; o anche, in tempi più recenti, al progetto urbano di Carmassi a Pisa in cui immagina una sorta di parco lineare che rimetta in valore i lacerti di mura ancora rimasti e percepiti come marginali.

1° elemento: il molo
Il “lacerto” a disposizione consiste in un molo lungo 800 metri, caratterizzato da una sezione trasversale a “T” rovesciata e asimmetrica che tocca un’altezza massima di 10 metri sul livello del mare col muro spesso 4 metri impostato sul piano della banchina che si estende trasversalmente per circa 18 metri. Questo elemento, pur già sufficientemente massivo, è solo la punta di un “iceberg” che in verità nasconde sotto il livello dell’acqua la maggiore entità di lavoro e materia, consistente in una complessa stratificazione di pietrame che scende fino ai 30 metri di profondità del fondale e si presenta consolidato sui fronti da massi ciclopici dal peso variabile dalle 2 alle 10 tonnellate. È su questo enorme lavoro e sulla fatica necessaria per realizzarlo che il progetto intende fondarsi: l’edificio poggerà sopra il muro spesso 4 metri, utilizzando la sezione in calcestruzzo a “T” rovesciata come una grande trave rovescia, come alfine è, suggellando con un elemento significativo questo enorme suolo artificiale realizzato due secoli fa. La inutilità del molo ci permette di proporre due diversi tipi di “manomissioni” da operare su di esso che segnalano una prima presa di possesso di questa infrastruttura. La prima consiste nell’aprire una serie di varchi lungo l’intero sviluppo del muro attraverso lo spessore di 4 metri affinché questi, oltre a manifestare con evidenza l’inutilità funzionale del molo, permettano di passare da una parte all’altra della banchina migliorando la domesticità di una singolare passeggiata che permetterà di traguardare da un lato la città o dall’altro l’orizzonte. La ragione di intervenire alla quota della banchina è dovuta alla centralità che nel progetto assume questo livello in seguito alla decisione di risolvere il collegamento con la terraferma mediante un sistema di attraversamento via mare che renderebbe il molo stesso il punto di accesso all’edificio. Si tratterebbe di predisporre una nave di piccola dimensione che attracchi in corrispondenza del punto in cui la banchina è più ampia e garantisce un sufficiente spazio di ingresso. La decisione dell’Autorità Portuale di mantenere il canale di accesso esistente a levante per le navi da crociera e traghetti, infatti, richiederebbe un collegamento via terra che si ritiene irragionevolmente complesso e dispendioso rispetto a una forma di economia del pensiero prima ancora che letteralmente intesa. La seconda azione consiste nel sagomare la sommità del muro del molo attraverso una sequenza regolare di tagli che ne caratterizzano il prospetto facendolo apprezzare come un enorme muro merlato. Questa nuova sagoma del molo garantirà la stabilità percettiva della relazione tra la preesistenza e il nuovo edificio che su questa si “incastra”.

2° - Il bunker
L’elemento nodale del progetto è il bunker in quanto risolve e garantisce il raccordo fisico tra il nuovo manufatto e il Molo Galliera. Si tratta di una struttura tanto massiva da poter essere intesa come lunga “trave cava” in calcestruzzo alla quale è affidato il compito di ancorarsi alla preesistenza, verso sotto, e di garantire un piano regolare al centro per la tutela del patrimonio librario, verso l’alto. È una soluzione che risponde alla necessità di relazionarsi con il ciclopico manufatto portuale misurandosi con lo stesso ordine di grandezza che esprime, aggiungendo un nuovo elemento che possa “cavalcarlo” in modo da addomesticarlo ma senza stravolgerne e tradirne la natura, nel tentativo di restituire un carattere di urbanità a una infrastruttura portuale. La misura dell’elemento permetterà di essere utilizzato anche al suo interno, prevedendo in questo spazio le funzioni meno adatte alla presenza del pubblico e alla luce naturale (come ad esempio il laboratorio specializzato nel restauro dei manoscritti o alla digitalizzazione, magazzini, etc.). Il bunker si imposta rispetto al muro esistente seguendone la nuova sagoma “merlata”, a una quota tale da permettere di beneficiare all’interno di “affioramenti” puntuali della parte sommitale del dente esistente, utilizzabili come seduta.

3° elemento: la sala
Al di sopra del bunker si imposta la sala, che di fatto costituisce il “piano terra” dell’edificio. Una prima verifica di dimensionamento per un edificio che contenga un milione di libri e preveda un loro considerevole incremento, fornisce la schematica configurazione del volume principale, ancor più precisato dalla restrizione di non superare i 30 metri sul livello del mare imposta dalla call. L’edificio proposto si presenta come un corpo stretto e lungo, 8 x 20 x 800 metri, che copre la quasi totalità della lunghezza complessiva della banchina esistente. L’articolazione del molo, in verità, non presenta un andamento costante ma incontra una discontinuità circa a metà del suo sviluppo in seguito alla quale il fronte orientale si trova leggermente slittato verso nord rispetto a quello occidentale. Questo accidente è scaturigine di una più viva articolazione del volume che lo porta da una condizione di mero schema a quella di un corpo plastico. La necessità di garantire all’edificio un appoggio comporta in primo luogo la “rottura” del blocco unico in due corpi distinti e, in secondo luogo, una loro minima ma percepibile rotazione; queste due manomissioni sono necessarie a garantire ai due corpi di poggiare “a gravità” sul bunker e quindi sulla trave rovescia sottostante rappresentata dal Molo Galliera. La leggera rotazione e lo iato centrale permettono alla luce di cadere sulle pareti di un volume diversamente dall’altro; inoltre la concavità verso lo specchio d’acqua interno sembra risentire della presenza della città che in questo modo viene come “accolta”, al contrario la convessità verso il mare aperto sembra protendersi verso l’orizzonte, ricordando lo stagliarsi di un bastione verso il visitatore.
La sala consiste in una lunga navata illuminata lateralmente da una batteria di finestre con un passo variabile a seconda delle esigenze previste all’interno e dall’alto da una lunga finestra sulla parete nord che garantisce una luce diffusa lungo l’arco della giornata. La sala si caratterizza per la presenza di diversi elementi di arredo che costituiscono alcove più o meno intime che permettono di leggere in una condizione maggiormente appartata e garantiscono prospettive sempre diverse che solo raramente lasciano percepire l’intera lunghezza dello spazio. Al di sopra della quota principale, tre piani di passerelle-librerie corrono lungo l’edificio e accolgono la mole di volumi che riveste così l’interno della sala.

4° elemento: le stanze palizzate
La considerazione per cui il centro per la tutela del patrimonio librario costituirà l’edificio di Genova più avanzato, in quanto il primo edificio che si incontra da mare, induce a ricercare un rapporto con la città e la sua forma necessariamente “a distanza”, interrogandosi sulle modalità con le quali ciò possa attuarsi. La necessità di radicarsi con la forma della città e quella di offrire alle persone che vivranno questo edificio spazi per stare insieme, trovano una sintesi nell’aggiunta di alcune stanze centrali come contrappunto alla continuità delle lunghe sale lineari. Ai due volumi longilinei si innestano alcuni spazi che ne estendono la misura trasversale e permettono alle persone di riunirsi o lavorare in luoghi più appropriati a questi scopi. Il principio in base al quale sono state dimensionate le stanze è desunto dalla città, infatti la misura e la forma di questi spazi è in relazione ad alcuni dei luoghi più emblematici di Genova. Procedendo da ovest verso est si incontra: la stanza della corte di Palazzo Tursi che ospita gli uffici di catalogazione, la stanza della Cattedrale che ospita i laboratori e gli spazi co-working, la stanza della corte di Sant’Agostino che ospita l’auditorium, la stanza della torre scenica del Carlo Felice che costituisce l’eccezione poiché la sola ad essere riproposta nella sua esatta sagoma e ad essere visibile dalla città e dal mare aperto, nella quale è ospitato l’ingresso principale e tutte le funzioni necessarie all’accesso di visitatori e dipendenti, nonché il bar; e la stanza della Basilica di Santa Maria Assunta di Carignano che ospita i laboratori di restauro. L’idea è costruire un edificio che “metta in fila” alcuni dei peculiari e maggiormente iconici luoghi della città, proponendo l’esperienza spaziale di attraversarli stando all’interno di un solo edificio. Questo gruppo di volumi sporgenti dall’edificio risolveranno in se stessi la questione della segnalazione visiva per il traffico, in quanto durante le ore notturne questi appariranno come delle enormi lanterne sospese sul mare e renderebbero identificabile alle navi la presenza dell’edificio.

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