AutoriAlberto Calderoni, Tommaso Fantini
CoautoriAlberto Rossi, Tommaso Sala
AteneoUniversità degli Studi di Napoli Federico II
Anno2025
Infrastructural space
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
PERCORSO PROGETTUALE - Intenzione
Nella condizione contemporanea, sebbene molte infrastrutture si presentino innanzitutto come strumenti tecnici, rigidamente vincolati a logiche pragmatiche, non è escluso che proprio in esse si manifesti una possibilità peculiare di generare spazi potenti e inattesi. In alcuni casi, infatti, esse sembrano aprire a chi le progetta una libertà diversa, che consente di misurarsi, seppure in forme indirette, con quella grandezza dell’architettura che non dipende esclusivamente dalla scala, talvolta immensa e talvolta ridotta, dei sistemi messi in atto. Tale grandezza può piuttosto essere ricondotta al fatto che questi dispositivi sono chiamati a rispondere a questioni che oltrepassano la dimensione ordinaria, producendo spazi che incidono sulla vita collettiva pur non essendo concepiti immediatamente per l’uso quotidiano. Come i templi di civiltà remote, talvolta sottratti all’accesso dei più, anche alcune infrastrutture finiscono per incarnare valori non sempre decifrabili, dando forma a costruzioni enigmatiche che, erigendosi, si pongono a simbolo della comunità che le ha prodotte, talvolta fino a costituirne l’unico lascito durevole. Esse sono opere calibrate, esito di una razionalità tecnica che tuttavia non impedisce la possibilità di una lettura poetica, aperta alla stratificazione di significati che derivano dalla nostra esperienza.
Affrontare l’ideazione di tali dispositivi implica, in questa prospettiva, un’attenzione scrupolosa alle condizioni che ne determinano l’origine – morfologiche, tecnologiche, climatiche, economiche – evitando che intervengano elementi estranei al loro stesso statuto. La ricerca del progetto si rivolge allora ai valori propri dell’infrastruttura, interrogandone la complessità e le potenzialità spaziali, nella scala come nelle relazioni paesaggistiche e produttive che la innervano.
In questa direzione si orienta la proposta: indagare i valori spaziali specifici della diga foranea, assumendola come edificio-diga capace di accogliere al suo interno, quasi per incidenza, gli ambienti previsti dal programma e, al contempo, di rispondere attraverso la forma a questioni più ampie, pertinenti alla società contemporanea.
PROGETTO URBANO - Figura urbana
L’edificio-diga protegge e definisce lo spazio di manovra e la nuova figura urbana è completata dalla torre di segnalazione che raccorda la nuova costruzione all’esistente e da un molo-ponte galleggiante e sommergibile. La figura urbana della diga foranea si presenta, nella sua essenzialità, come un sistema di linee prolungate, la cui larghezza appare quasi indefinita se rapportata alla loro lunghezza e alla scala complessiva del paesaggio marittimo. In un contesto di tale natura, il progetto si colloca come ulteriore traccia lineare sul piano del Mediterraneo, assumendo un’altezza che, nella percezione, sembra giocare un ruolo secondario di fronte alla dimensione delle navi che vi scorrono accanto e alla presenza della città che si dispiega sui pendii retrostanti.
Il posizionamento e l’impianto dell’edificio intendono misurarsi con una condizione di equilibrio precario che caratterizza questa tipologia di infrastrutture: da un lato la diga, pur assumendo una figura imponente, si innesta su un fondale instabile, esposto a fenomeni di cedimento differenziale o persino a rischi di sprofondamento; dall’altro, il quadro economico in cui tali opere vengono concepite e realizzate, segnato da variazioni repentine che ne possono compromettere la compiutezza, e le esigenze funzionali che occorre garantire con continuità.
Nell’area prescelta, l’edificio trova posto in sostituzione dell’unico tratto in cui era prevista una nuova costruzione utile a chiudere la porzione rimanente del Molo Galliera: quel braccio che definisce e protegge un secondo spazio di manovra, recentemente oggetto di interventi di riconfigurazione successivi alla pubblicazione della call for projects, con l’obiettivo di ampliare il diametro dell’area di evoluzione delle navi da 400 a 500 metri, agevolando così le fasi di ingresso e uscita tra l’avamporto e la nuova diga foranea rivolta a ponente.
Dal punto di vista costruttivo, il progetto non si innesta sulle strutture esistenti, concepite per resistere alla forza orizzontale delle onde ma non per sopportare carichi verticali di entità significativa. Una circostanza che, pur apparendo in prima istanza ovvia, suggerisce una riflessione più ampia sull’opportunità di inserire un edificio di questa natura in un sistema fortemente caratterizzato, nonché sulla reale possibilità di tradurre in opera un dispositivo che ambisce a introdurre una dimensione culturale pubblica in un ambito storicamente chiuso in se stesso.
In tale prospettiva, l’edificio proposto, oltre a collocarsi entro coordinate economiche e funzionali precise, si configura non come sovrapposizione ma come elemento riletto nella sua necessità, capace di accogliere al proprio interno una spazialità inattesa.
PROGETTO ARCHITETTONICO - Spazialità e programma
Lo spazio interno viene qui inteso come dilatazione della struttura tipica della diga foranea, che smette di essere mera massa compatta a contrasto della pressione marina per trasformarsi in un organismo architettonico capace di resistere non per inerzia volumetrica ma per l’ampiezza e la rigidità della propria configurazione. Ne risulta un edificio che, pur mantenendo la logica di barriera e di protezione rispetto al mare, si propone come struttura abitata, in cui la solidità costruttiva diviene dispositivo spaziale.
La concezione si articola dunque in una struttura reticolare di travi-parete, concepite come griglia resistente, all’interno della quale gli spazi richiesti dal programma non vengono semplicemente aggiunti, ma scavati come volumi secondari, capaci di abitare la struttura primaria senza contraddirne i valori tettonici. La rigidità dell’ossatura diventa così condizione per un’inedita permeabilità verticale, che consente la circolazione di persone e impianti, trasformando la diga in un sistema articolato e funzionale, piuttosto che in un diaframma cieco.
La distribuzione del programma segue un principio di stratificazione, capace di generare specifiche forme dello spazio: al livello superiore, in posizione panoramica e aperta, trovano posto gli ambienti destinati alle funzioni pubbliche; a un livello intermedio si colloca il deposito librario, concepito come massa silente che trova nella griglia strutturale la propria condizione di protezione e stabilità; mentre nei livelli inferiori, a diretto contatto con il moto ondoso, prende posto una centrale elettrica in grado di produrre energia a partire dall’oscillazione del mare. A questa sequenza verticale si aggiunge dunque non soltanto un’organizzazione funzionale, ma anche una funzione supplementare, capace di amplificare il ruolo culturale ed economico dell’edificio e di radicarlo ulteriormente nelle logiche produttive del contesto.
L’organizzazione spaziale del programma si configura quindi come operazione critica, in grado di rivelare e potenziare i valori tettonici che appartengono alle grandi infrastrutture. Figura, tettonica e spazio non si pongono come categorie separate, ma come manifestazioni di una medesima sintesi: l’incontro tra l’intenzione architettonica e costruttiva dell’edificio e le condizioni culturali, fisiche ed economiche che ne determinano la necessità. L’opera, così concepita, si situa nella soglia tra dispositivo tecnico e architettura, tra macchina pragmatica e spazio pubblico, assumendo la propria specificità da questa irriducibile tensione.