AutoriAlessandro Lanzetta, Federica Morgia, Manuela Raitano
CoautoriBenedetta Tamburini, Giovanni Manfolini, Luisa Morgani, Marta Rimedio
AteneoUniversità degli Studi di Roma "La Sapienza"
Anno2025
Innalziamo una diga. All’opera!
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
Di.G.A. (Dipartimento Genova Archivi) è un edificio stra-ordinario, nel senso che si pone al di là dell’ordinario, e non solo per la sua inconsueta collocazione in mezzo al mare. “Contro i diluvi di parole - ha scritto Majakovskij nel 1920 - innalziamo una diga. All’opera!”1. Ma se la diga stessa fosse fatta di parole, che cosa accadrebbe? Avremmo un paradosso: un confine che non trattiene, che non respinge il flusso, ma che lo organizza. Una diga che non ferma il mare, ma che lo traduce. Un muro-diga che diventa archivio, barriera da un lato e teca trasparente dall’altro.
A partire da queste premesse concettuali, l’edificio ambisce dunque, per noi, ad essere innanzitutto un monumento alla conoscenza, uno smisurato scaffale che fronteggia il golfo di Genova, un enorme espositore che offre il suo contenuto alla vista, perché mai come in questo caso il contenuto si identifica con il messaggio: un invito a conoscere e a migliorarsi attraverso la lettura.
La facciata principale del corpo dell’archivio è una grande parete vetrata continua, che lascia intravedere i dorsi colorati dei libri, allineati come tessere di un mosaico. L’archivio è pensato come un’infrastruttura meccanizzata, un deposito climatizzato alto 15 m. e lungo 518 m., dove migliaia di volumi scorrono su binari silenziosi fino ai punti di raccolta e distribuzione verticale, posizionati ogni 60 metri.
L’intero sistema è regolato da un impianto di controllo ambientale che garantisce temperatura e umidità costanti, essenziali per la conservazione dei materiali cartacei. La facciata si presenta così come un diaframma dinamico, dove i carrelli orizzontali che movimentano i volumi generano un flusso visibile, quasi continuo, che anima la superficie. Questo moto produce un effetto vibrante, in cui il disegno statico della struttura metallica si intreccia con il movimento modulare dei libri. Il risultato è una parete in costante trasformazione, un’infrastruttura tecnologica che unisce funzionalità logistica, efficienza spaziale e valore estetico, trasformando il deposito in un dispositivo urbano riconoscibile.
La struttura portante dell’archivio, essenziale e sintetica, è caratterizzata da un unico spesso setto di cemento armato, dalla sezione a scarpa. Tale lungo setto dialoga con l’orizzonte del mar Mediterraneo e con il traffico navale che anima lo scalo, mentre sull’altro fronte, rivolto verso Genova, la lunga superficie vetrata si apre verso la città, trasformandosi di notte in una gigantesca lanterna che brilla come un nuovo punto di riferimento urbano.
La vetrata continua è costituita da lastre di vetro stratificato dallo spessore uniforme (es. 10–12 mm), montate su telai metallici sottili in alluminio estruso, con lega resistente all’aria salina. I profili verticali sono minimizzati tramite fissaggi a punto fisso e barre orizzontali nascoste, affinché l’effetto dell’unitarietà della superficie prevalga sulla percezione della singola specchiatura.
Un secondo corpo di fabbrica, più spesso e meno esteso in lunghezza, sfila poi davanti all’archivio e si protende verso nord, fino ad affondare le sue fondazioni direttamente nell’acqua. Qui trovano posto le sale lettura, luminose e affacciate sul mare, i servizi, gli uffici e gli spazi di supporto di quella che potremmo definire come una vera e propria “Biblioteca del Mare”, concepita come volume autonomo ma in dialogo continuo con l’archivio retrostante.
Il prospetto si articola attraverso ampie aperture vetrate e superfici filtranti che garantiscono luce naturale e ventilazione controllata, rafforzando il rapporto diretto con il paesaggio costiero della città di Genova. Tra i due corpi di fabbrica si trovano poi i sistemi di distribuzione orizzontale e i collegamenti verticali, organizzati in un “luogo sicuro” coperto ma aerato, caratterizzati da una struttura leggera in acciaio, che assolvono anche il ruolo di uscite di emergenza. La lunga facciata vetrata della “Biblioteca del Mare” è trattata, infine, come uno schermo mutevole: una vetrofania pixelata è fissata sul lato interno, per protezione e conservazione, ma è visibile da entrambi i lati. Essa riproduce i cyanotypes di Roberto Ghezzi, un artista che è stato chiamato a esporre all’ultima Biennale per le profonde relazioni tra la sua opera e l’elemento acqua. Tele immerse in fiumi, laghi o mari che registrano, attraverso la luce e il tempo, il passaggio dell’acqua e delle sue forme di vita. Il caratteristico blu profondo della cianotipia accoglie tracce di alghe, sedimenti, correnti, creando immagini che sembrano paesaggi astratti e, allo stesso tempo, mappe biologiche. Portate sul piano verticale di facciata, le immagini dell’artista di Cortona, filtrate dal sole e dal riflesso del mare, vibrano come una materia liquida. In tal modo questo lungo prospetto, al tempo stesso trasparente e pittorico, fonde architettura e natura, restituendo alla città di Genova un’eco di sé stessa, poetica e contemporanea.
Di.G.A., in sintesi, si compone quindi di due elementi: la “Biblioteca del Mare” e il retrostante corpo dell’archivio; entrambi poggiano, però, su un suolo artificiale, un’isola che rimodella e amplia la linea sottile della diga foranea. Questo nuovo suolo fa da banchina, da approdo e, deformandosi in una lunga piega, diviene anche il sostegno su cui poggia il corpo della Biblioteca. Per questa via, la diga foranea è trasformata in un vero e proprio elemento di paesaggio, capace di connettere architettura e mare con un gesto unitario e plastico insieme.
L’isola artificiale si configura dunque come una piattaforma rimodellata, capace di accogliere percorsi pedonali, rampe e terrazze belvedere che si aprono sul porto e sul mare aperto, creando un forte rapporto visivo con l’orizzonte da un lato, con la città dall’altro. La piega strutturale diventa al tempo stesso suolo e sostegno, dialogando con la linearità delle altre dighe e introducendo un nuovo segno architettonico nella geografia costiera. Qui, nella punta nord di questa nuova terraferma, proteso verso la seconda diga foranea, un alto pennone sorregge un radio-faro, concepito come landmark verticale e dispositivo di orientamento, capace di proiettare nel paesaggio marittimo l’identità simbolica dell’intero complesso.
Infine, un “pezzo” di questa nuova isola artificiale si stacca e naviga tra l’archivio e la città. L’isola, infatti, non è collegata direttamente alla terraferma, dal momento che qualunque ponte, per quanto elevato, metterebbe in difficoltà il passaggio delle navi da crociera, che è previsto passino in questa prima bocca di porto. Per questo motivo, nella nostra proposta il collegamento tra la Di.G.A. e la città di Genova, oltre ad essere assicurato dal servizio navebus, si avvarrà infatti di una “zattera” caratterizzata da un’unica superficie continua che, piegandosi e deformandosi, determina un sotto e un sopra, entrambi abitabili. Non è tuttavia, solo questa la ragione di tale scelta: il rapporto col mare, attraverso il navigare lento, viene recuperato e valorizzato come parte della nuova dimensione urbana.
La zattera, che nella sua superficie esterna è un esplicito omaggio al teatro di Gibellina di Francesco Venezia, come dispositivo urbano e riferimento concettuale richiama invece il Teatro del Mondo di Aldo Rossi. La sua conformazione plastica, ottenuta attraverso una superficie continua in vetroresina e una struttura metallica leggera, consente una grande flessibilità d’uso, trasformandola in scena mobile e spazio urbano temporaneo. Come nel teatro rossiano, questo enigmatico oggetto galleggiante potrà ospitare spettacoli, reading, performance tanto al suo interno quanto, nei mesi estivi, sulla sua copertura, e potrà vagare lungo il porto di Genova risignificandone la linea di costa attraverso la forza evocativa della sua sola presenza.
* Il poeta è un operaio, V. Vladimirovic Majakovskij, 1920.