AutoriFabio Guarrera

CoautoriRoberta Rinallo, Francesco Ragusa, Federica Pisciotta

AteneoUniversità degli Studi di Palermo

Anno2025

Insediarsi su una linea

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Genova – Memoria Maris. Il quartiere della Diga Duca di Galliera

1. Descrizione

Per una ibridazione tipologica del Molo Galliera
Il progetto si confronta con una sfida complessa: l'area del Molo Galliera, identificata per la call for projects, appare priva di appigli morfologici o riferimenti relazionali a cui ancorare le funzioni e i servizi proposti. Sebbene talvolta si intervenga in contesti desertici, privi di corrugamenti orografici, o si operi senza un luogo specifico, componendo astrattamente forme e funzioni, è raro avere l'occasione di ragionare sull'insediamento di un edificio su una linea infrastrutturale, come un ponte, una diga o, in questo caso, un molo. In tali situazioni, le difficoltà, sia concettuali che pratiche, consistono nell'individuare gli elementi di relazione necessari per configurare un principio insediativo efficace. L'obiettivo è posizionare un nuovo edificio su un segmento di suolo molto ristretto – di fatto poco più che una linea – e, al contempo, rifunzionalizzare l'infrastruttura stessa con attività "abitative" che non erano previste nella sua costruzione primaria.
Analizzandone il problema da una prospettiva storica si individuano molti esempi di “ponti abitati”1 che da semplice “luogo dell’attraversamento” si sono trasformati in spazi di vita in cui la dimensione pubblica ha assunto nuove forme di relazione con quella privata. Il ponte di Rialto a Venezia, o il Ponte Vecchio a Firenze, sono testimoni di come il “principio di ibridazione tipologica” permette ad una infrastruttura umana di “imbastardirsi”2 attraverso un atto insediativo (e trasformativo) che conduce alla definizione di elementi di inedita complessità “transtipologica”.
A rappresentare il principale problema progettuale in questi casi - così come per Molo Galliera - è l’individuazione di soluzioni figurative appropriate che permettano di comporre nuove architetture in luoghi dalle condizioni morfologiche “estreme”, generati per risolvere altri problemi di natura funzionale – un ponte o una diga foranea non nascono certo per costruirvi sopra degli edifici - e adattati dal progetto a inedite funzioni.
Esempi di “ibridazione tipologica” si possono riscontrare soprattutto sul piano architettonico più che su quello infrastrutturale, come succede ad esempio per i templi classici trasformati in chiese cristiane (vedi il Duomo di Siracusa); per gli stadi, i teatri e gli anfiteatri romani che diventano invasi pubblici su cui si sono insediate edificazioni perimetriche (Piazza Navona, Teatro di Marcello, Lucca, Catania, ecc); nei palazzi imperiali modificati fino al punto da trasformarli in brani di città (Spalato); nei grandi muraglioni di dighe acquatiche che, al di là de ruolo infrastrutturale assunto, possono essere configurati come dispositivi dello sguardo utili alla osservazione del territorio (si pensi al celebre progetto per la diga di Bakra di Le Corbusier), ecc.
Gli esempi citati chiariscono sul come, il progetto di un edificio su una diga foranea, imponga la risoluzione di due problemi compositivi fondamentali: da un lato il controllo dell’imbastardimento tipologica della infrastruttura, ovvero, nel caso specifico oggetto del nostro progetto, della trasformazione di una barriera frangiflutti in un dispositivo dell’abitare; dall’altro, la gestione compositiva dell’innesto architettonico, attraverso il posizionamento di un nuovo edificio puntuale, su una lingua di suolo estremamente stretta e lineare: una condizione insediativa quasi ai limiti dell’atopia.
È necessario in sintesi insediare un punto su una linea, lavorando sulle figure della baionetta e del nodo. Due immagini evocative che si riferiscono alla forma del muro foraneo, con la sua peculiare linea spezzata (a baionetta), che segna l’ambito di estensione dello stesso molo in direzione sud est, verso la Bocca di Levante; e al tentativo di insediare, proprio in corrispondenza della baionetta, un edificio “annodato” (termine che rimanda inevitabilmente ad una delle azioni più comuni praticate in ambiente portuale) composto da due parti: un’arca circolare destinata ad accogliere gli spazi per il deposito libraio e un parallelepipedo poligonale rivolto ad accogliere i servizi annessi, le sale di lettura, la caffetteria e un grande auditorium.

La baionetta: i calicioni e il parco pubblico sul molo
La complessità insediativa del progetto è strettamente legata al rapporto tra la quantità volumetrica e di superficie richiesta dalla call per allocare le funzioni previste e l’oggettiva larghezza trasversale del molo. A questi si aggiunge il limite di altezza di edificazione imposto, che rende impossibile scegliere come soluzione quella dell’edificio a torre. Il progetto propone di aumentare la sezione trasversale del molo attraverso la costruzione di una serie di grandi calici in calcestruzzo armato. Insediati su pali e disposti a forma di gradonata, i calici servono a contenere sia la nuova quota di imposta del progetto (quella a + 6,00 m slm e corrispondente alla strada del parco lineare), sia il necessario terreno vegetale per trasformare l’intero molo in una grande infrastruttura alberata a servizio della città di Genova. Un parco inteso come estensione dell’area a verde prevista dalla riqualificazione del fronte mare della città che, a prescinde dal progetto dell’edificio previsto dagli organizzatori della call for project, trasforma il molo in un giardino lineare raggiungibile dai cittadini.

Il nodo: l’arca/deposito e il blocco servizi
L’estensione della sezione trasversale del suolo del molo, attuata tramite la costruzione dei calicioni, consente di insediare l’edificio contenente le funzioni previste, sollevato da terra per mezzo di pali e piloni. Come già accennato, da un punto di vista combinatorio l’edificio è generato dall’annodamento di due parti: una circolare, destinata ad accogliere il deposito libraio, che richiama l’immagine di un’arca o di una scialuppa di salvataggio pronta a galleggiare per mettere in salvo i libri in caso di un improvviso innalzamento del livello del mare; l’altra poligonale, che ospita i servizi accessori (sale lettura, spazi per workshop, caffetteria e auditorium) e che è configurata per garantire vedute interne che inquadrano i vari punti della città e del mare aperto. Questa doppia configurazione volumetrica conferisce all’architettura proposta una accentiata mutevolezza formale, rendendone l’aspetto variabile in funzione del punto di osservazione. Arrivando dal mare, l’arca/scialuppa rossa si erge come una sentinella guardiana della città, ma allo stesso tempo dialoga, con il suo carattere marinaro che rimanda a una gigantesca boa, con l’ambiente portuale. In controcampo, osservando il molo dalla città, l’edifico appare come un grande muraglione verde-blu che galleggia sulla linea del parco e si smaterializzata nel punto di contatto tra il cielo e l’orizzonte.
Al di là della retorica legata alla metafora dell’edificio galleggiante sollevato su pali pronto a salpare nel caso di un nuovo diluvio universale, la scelta di alzare i due blocchi su piloni e pilastri è la soluzione più efficace per garantire una ventilazione naturale alla base, nel punto di maggiore vicinanza alla forza erosiva del mare. Il sollevamento su pilotis è inoltre funzionale alla permeabilità all’attacco a terra dello stesso edificio, in modo da rendere fluida la continuità del parco così da generare spazi pubblici protetti utili per le attività culturali all’aperto.

Il ponte e l’approdo, ovvero il collegamento con la città
Trasformare il molo in un grande parco cittadino, dotato di servizi e di spazi per attività culturali, implica la necessità di potenziare il collegamento con la terraferma, in modo da rendere agevole l’accesso al pubblico a prescindere dalla fruizione degli spazi interni dell’edificio. Si prevede di risolvere tale problema adottando una doppia strategia: da una parte immaginando la predisposizione di un ponte galleggiante composto da calici esagonali della stessa forma e dimensione di quelli fondati sul molo generatori di un percorso pedonale a +3.00 metri dal livello del mare. Un ponte che è possibile aprire e chiudere, attraverso un sistema di tiranti subacquei, per consentire il passaggio delle grandi e delle piccole navi. Dall’altra parte si prevede invece un nuovo approdo, in prossimità della baionetta, che permette di ormeggiare piccole imbarcazioni private e un vaporetto pubblico che risolverebbe il collegamento tra il molo Galliera con altre parti della linea di costa urbana.

Conclusioni
Il progetto proposto supera la semplice risoluzione di un problema funzionale per porsi come profonda riflessione compositiva sul ruolo della trasformazione delle infrastrutture in un tema di architettura contemporanea. Non si tratta solamente di "insediare" un edificio su una struttura preesistente, ma di avviare un processo di rigenerazione e di modificazione identitaria che ridefinisce il rapporto tra infrastruttura, città e mare.
L'operazione concettuale è duplice. Da un lato, si prova a dimostrare come una "infrastruttura muta" – un mero dispositivo ingegneristico, una barriera frangiflutti progettata per un'unica specifica funzione – possa essere elevata a "dispositivo abitativo" e culturale. Questo "imbastardimento" tipologico, come richiamato dagli esempi storici citati, non è un atto di violenza sul preesistente, ma un'azione di arricchimento e di stratificazione, in cui il nuovo conferisce un senso inedito al vecchio. Il Molo Galliera, da solida e anonima linea di confine, diventa così una linea di vita, un tessuto connettivo che ospita memoria (i libri), cultura (le sale lettura, l'auditorium), socialità (la caffetteria) e natura (il parco lineare).
Dall'altro lato, la scelta di sollevare l'edificio su pilotis e di dotare il molo di un giardino pubblico non è un semplice vezzo estetico, ma la traduzione architettonica di un profondo interesse a creare relazioni con il contesto urbano limitrofo. Il sollevamento garantisce infatti la permeabilità, il dialogo tra il molo e l'elemento marino, proteggendo il patrimonio librario dalla forza erosiva del mare, ma soprattutto genera un "suolo" libero e accessibile a tutti.
In tal senso, il parco, non è da intendersi come un accessorio del progetto, ma il suo vero cuore pulsante, un polmone verde che estende il fronte mare della città e che, indipendentemente dalla fruizione dell'edificio, restituisce alla collettività uno spazio di relazione, contemplazione e svago.
In questa prospettiva, il progetto proposto si configura come un esempio di come l'architettura possa affrontare le sfide della contemporaneità – la riqualificazione urbana, la sostenibilità, la rigenerazione di aree marginali – non con gesti utopici, radicali o autoreferenziali, ma con la costruzione di relazioni: con la città fisica, con la storia del luogo, con la natura circostante e, soprattutto, con la comunità che lo abiterà.
Il “nodo” e la “baionetta”, in conclusione, non sono solo metafore evocative, ma principi ordinatori che danno forma a un'idea di architettura come punto di incontro e come linea di percorrenza. Un'architettura che non si limita a occupare uno spazio, ma lo ridefinisce, lo arricchisce e lo proietta verso un futuro in cui le infrastrutture non sono solo elementi funzionali, ma veri e propri spazi di vita.

2. Riferimenti teorici

1 Per un approfondimento su questo interessante tema si veda il numero monografico della rivista Rassegna n°48, 1991- Ponti abitati - curato da Vittorio Gregotti.
2 La parola “ibrido” deriva dal latino hybrĭda che significa per l’appunto «bastardo».

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