AutoriElena Vigliocco
CoautoriMichela Barosio, Martina Crapolicchio, Rossella Gugliotta, Simone Parola, Riccardo Ronzani, Marco Trisciuoglio
AteneoPolitecnico di Torino
Anno2025
Intanto nell’ombra
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
I Genovesi sono visti come gente un po’ bizzarra che tra le altre cose, «nell’ombra dei loro armadi», tengono gelosamente custodite cose inutili: lini come «corredi che non useranno mai» e vecchie lavande «che non odorano più», tanto loro vanno per mare: «Macaia scimmia di luce e di follia, foschia, pesci, africa, sonno, nausea, fantasia, e intanto nell’ombra dei loro armadi tengono lini e vecchie lavande lasciaci tornare ai nostri temporali, Genova ha i giorni tutti uguali». Così scriveva e cantava Paolo Conte nel 1975 in Genova per noi.
La ragione compositiva della proposta consiste nel fatto che si tratta di un progetto che guarda l’ombra, perché guarda Genova che sta a Nord. Così, abbiamo progettato una facciata d’ombra. L’ombra è il lato oscuro dei Liguri perché è anche uno stato dell’animo che riguarda la vita nell’entroterra. In Liguria, chi guarda il mare guarda il sole, ma girando le spalle al mare si ritrova la calma meditativa dell’ombra.
Ancora. L’ubagu, nei diletti del Ponente ligure, indica un luogo selvatico, nascosto, esposto a settentrione o, anche, l’opaco dei paesaggi non toccati dal sole perché in ombra. «Chiamasi “opaco”, – nel dialetto: “ubagu”, – la località dove il sole non batte, – in buona lingua, secondo una più ricercata locuzione: “a bacìo”; – mentre è detta “a solatìo”, o “aprico”, – “abrigu”, nel dialetto, – la località soleggiata. Essendo il mondo che sto descrivendo una sorta d’anfiteatro concavo a mezzogiorno e non essendo in esso compresa la faccia convessa dell’anfiteatro, presumibilmente rivolta a mezzanotte, vi si riscontra di conseguenza l’estrema rarità dell'opaco e la più ampia estensione d’aprico». Così scrive Italo Calvino ne La strada di San Giovanni, libro giovanile edito postumo nel 1990, in cui il protagonista è il paesaggio del Ponente ligure: colline terrazzate, l’affaccio sul mare come un golfo, chiuso a Ponente e Levante da promontori, alle spalle l’infittirsi del bosco verso la montagna, il tutto in un alternarsi di versanti assolati e ombreggiati – l’aprico e l’opaco. Il testo-paesaggio raccontato da Calvino ha origine nell’esperienza di visione di una natura che, trasposta nel testo letterario, dà luogo a una topologia ricostruita sulla geografia del territorio. È un processo che dalla natura porta alla scrittura, con al centro un punto di vista responsabile del processo cognitivo, secondo l’assunto che vedere è conoscere. Scrive sempre Calvino nella presentazione a Il sentiero dei nidi di ragno (1947), romanzo sulla resistenza in Liguria, «Il mio paesaggio era qualcosa di gelosamente mio [… ], un paesaggio che nessuno aveva mai scritto davvero. […] Io ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città – San Remo – cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico – lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville – quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo geometrici campi di garofani, preferivo le «fasce» di vigna e d’oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m’inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e così ero passato dal mare – sempre visto dall’alto, una striscia tra due quinte di verde – alle valli tortuose delle Prealpi liguri». Dentro a questo paesaggio, il progetto prende forma.
Il paesaggio della montagna sul quale si adagia la città di Genova, l’opaco, è ciò a cui il progetto ha scelto di riferirsi e “guardare”. Il progetto non si rivolge al mare, non lo conquista, ma conferma la sua relazione con la terraferma che interpella in maniera diretta.
Il progetto riconferma il ruolo di limite che la diga ha instaurato tra la città e il mare aperto e, al contempo, la rinnova come infrastruttura che consente l’insediarsi di nuove opportunità urbane. Il progetto coinvolge l’intera estensione della superficie disponibile della diga e ne amplifica il potenziale lavorando sulla sua sezione trasversale. Infatti, è nella sezione trasversale della diga che il progetto struttura la sequenza compositiva di cui si compone: una sequenza incrementale composta da una partitura di setti che incidono la diga, assorbendola. I setti sono il pentagramma che permette di accogliere opportunità compositive e funzionali diverse.
Si costruisce così un abaco di opportunità alternative che, composte, definiscono, verso la città, un fronte aperto, articolato e luminoso anche di notte, mentre, verso il mare, un fronte maggiormente introverso, compatto che non sottragga l’attenzione che dal mare si rivolge alla città
Le peculiarità geometriche della diga divengono occasione per strutturare un abaco capace di conciliare ordine e varietà. Gli elementi costitutivi di tale sistema – moduli di larghezza variabile tra i 10 ed i 20 metri – non si configurano come mere unità dimensionali, ma accolgono singolarmente funzioni eterogenee. Questi elementi vengono quindi disegnati per sfruttare le necessarie caratteristiche formali-compositive delle singole funzioni, trasformando vincoli e criticità in risorse progettuali.
Quattordici moduli compongono dunque l’abaco funzionale del progetto: essi rappresentano un vero e proprio alfabeto progettuale, le note attraverso le quali comporre il nuovo brano urbano fatto di relazioni, concentrazioni, aperture e linearità.
Attraverso questa impostazione modulare, la diga è trasformata in un nuovo boulevard urbano, un asse lineare che si sviluppa come infrastruttura di movimento sull’acqua, accessibile esclusivamente via mare, tanto dal Porto Antico di Genova quanto da quello antistante la diga stessa – comprensivo anche della zona Expo – e dalla porzione di città più a levante, dove viale Brigata Bisagno definisce l’asse di connessione verso la stazione ferroviaria Genova Brignole.
Il nuovo boulevard è percorribile longitudinalmente per tutta la sua estensione ed è scandito dal ritmo del pentagramma dei setti, la cui regola severa è interrotta solo dall’inclinazione dei moli di approdo, cha accolgono e invitano l’arrivo delle barche. Lo spazio pubblico che ne deriva non è però monolitico, ma si struttura secondo una sequenza di episodi concatenati, ognuno dei quali interpreta e mette in relazione terra, mare e città. Passeggiate al di sopra della verticalità della diga ed a raso, spazi espositivi e per eventi all’aperto, piscine, dehors per la ristorazione, sale lettura, aree ludiche e spazi performance definiscono il mosaico compositivo senza perdere però l’unità. Il boulevard, così progettato, non è solo sistema di percorribilità, ma diviene luogo di attività, di sosta, di aggregazione, capace di restituire alla diga il carattere urbano e la dimensione collettiva.
La domanda posta dalla call, finalizzata al progetto di un nuovo grande deposito librario che fosse accessibile, ha portato, da un lato, a definire molteplici tipologie di spazi, ma, dall’altro, a controbilanciare la singolarità di ciascuno di questi attraverso l’impiego di ritmi, materiali e elementi ricorrenti. Un programma misto composto di sale lettura, uffici, reception, depositi museali, aree workshop, laboratori, sale conferenze, caffetterie e spazi polifunzionali per la città, si snoda lungo i quasi 1900 metri della diga e su due livelli complessivi. Gli spazi sono quindi articolati in modi differenti rispetto a dimensioni e organizzazione volumetrica, caratterizzando quattro macroaree che riflettono e interpretano la morfologia e variazioni geometriche della sezione esistente.
Queste quattro sezioni corrispondono ad altrettante “anime” della diga:
- Passeggiata ed espansione: la prima porzione a levante e più distante dal litorale, seppur non specificatamente area di progetto, è disegnata per accogliere in futuro possibili ampliamenti. Già predisposti i setti modulari caratteristici dell’intervento, essi fungono quindi da impalcatura progettuale e da accesso alla passeggiata al di sopra del muro della diga.
- Deposito librario e desk services: la sezione successiva si avvicina al porto ed è la più riparata, introversa, e inaccessibile – a causa dell’elevato livello dei frutti frangionde sul lato verso il mare aperto. Sfruttando queste caratteristiche viene identificata come area perfetta per ospitare il deposito librario, anch’esso concepito come corpo architettonico compatto e chiuso, coerente con la sua funzione di custodia e protezione.
- Lettura, conferenze e servizi: il terzo brano della diga prosegue nell’allineamento del muro rispetto al precedente, lasciando, però, maggiori possibilità di sviluppo planimetrico anche verso il mare aperto. Questa porzione diviene quindi soluzione utile alla definizione e successione dei moduli di maggior frequentazione ed attività. Le funzioni risultano connesse su ambo i lati della diga e su ambo i livelli, strutturando un blocco lineare composto da trame di funzionalità e da un elevato livello di permeabilità fra gli spazi.
- Open air e sala urbana: l’estremità occidentale, di nuova costruzione, interrompe la linearità per la predisposizione della nuova configurazione portuale e per il passaggio delle navi, seguendo però la precedente nel disegno dell’asse del muro della diga che può quindi essere sfruttato per il prosieguo delle funzioni ad alta frequentazione. In questo caso, le attività spontanee tutt’oggi praticate sulla diga ancora “in abbandono” – pièce teatrali, manifestazioni, conferenze – possono ritrovare la loro possibilità di realizzazione in differenti spazi aperti e chiusi.
Funzioni, moduli e geometrie sono, quindi, applicati e messi in relazione all’interno delle aree accessibili della diga, divenendo caratteri identitari delle quattro sezioni della stessa, e delineando, allo stesso tempo, una possibile definizione temporale dell’intervento: 1) approdo e passeggiata a levante; 2) deposito e distribuzione; 3) servizi ed attività; 4) raduno e collettività; 5) possibile espansione.
5 tempi, 4 sezioni. Questa apparente incongruenza progettuale è in realtà precisa risposta alla richiesta della call di possibili espansioni del deposito e di eventuali servizi annessi, attraverso flessibilità e adattabilità degli spazi. La modularità della soluzione progettuale definisce infatti le possibilità della colonizzazione del mare antistante alla diga ed allo stesso la sezione strutturale a levante viene disegnata a priori comprensiva delle strutture identitarie – moduli e setti – per essere già predisposta alle future eventuali necessità di ampliamento.
L’insieme di questi elementi e l’articolazione degli spazi che ospitano funzioni differenti determina, inoltre, un’inaspettata sequenza di percorsi semi-pubblici: dai volumi su un lato si possono raggiungere, attraverso feritoie e corridoi, i volumi sull’altro lato, disposti su livelli diversi. Collegando tra loro gli spazi della biblioteca, del magazzino librario, gli approdi, i servizi, si materializza un nuovo quartiere tridimensionale disposto tra terra e mare.
Questa stessa articolazione spaziale non limita la propria azione alla dimensione planimetrica, ma restituisce alla verticalità altrettanta variazione. Il progetto risulta quindi l’avvicendarsi di funzioni che definiscono la percorribilità, gli usi e le possibilità di questo spazio, disegnando la nuova articolazione verticale della facciata. I setti modulari, con il loro ritmo costante, diventano l’elemento ordinatore di questa soluzione, scandendo la facciata urbana come un pentagramma architettonico. Ogni funzione trova in questo modo la propria espressione singolare anche nella dimensione verticale, mantenendo però il necessario grado di coerenza e riconoscibilità complessiva. Ne emerge una nuova quinta urbana, capace di ridefinire il profilo di Genova restituendo alla città un’infrastruttura riqualificata ed un nuovo paesaggio capace di connettere le sue radici terrestri e la sua vocazione marittima.