AutoriRenato Capozzi, Federica Visconti

AteneoUniversità degli Studi di Napoli Federico II

Anno2025

JONAH. Un’architettura civile nel limes|limen tra mare e città

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Genova – Memoria Maris. Il quartiere della Diga Duca di Galliera

1. Descrizione

Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra
Matteo 12, 40.

Ideazione
L’ideazione architettonica, per quanto ci riguarda, dovrebbe partire sempre da alcuni archai fondamentali ed in particolare da quelli del ‘recinto’ e del ‘riparo’. Il recinto ha a che vedere col principio di continuità e delimitazione e perviene alla stereotomia del muro e del volume; il riparo attiene il senso del coprire, dell’avvolgere, del proteggere e approda alla tettonica del telaio, orizzontale o verticale che sia. L’esigenza di contenere e proteggere (dal mare, dagli effluvi salini e dal sole) ha determinato la scelta tipologica (un sistema iterato di corti coperte a corpo quintuplo) e la combinazione/relazione tra gli elementi prescelti. Cinque aule ipostile (più una per l’ampliamento richiesto) completamente cieche all’esterno – tranne minime forature a mo’ di ammortamenti per le impalcature e la grande apertura vetrata al piano terra protetta dalla nuova diga foranea –, sono poste in sequenza a partire dalla misura e dalla finitezza dei due approdi terminali del molo/diga Duca di Galliera. A tale sistema massivo fa da contrappunto quello intelaiato tettonico che ribatte le aule e le pause tra di esse, segnalate dalle scale di sicurezza esterne. Naturalmente questo percorso, che parte degli archetipi e perviene ai tipi e poi agli ectipi, come ci insegna Charles Sanders Peirce, non è tanto un procedimento abduttivo e men che mai induttivo quanto piuttosto ipotetico-deduttivo ovvero metodologico che muovendo da un senso originario, da una idea (eidos) perviene alla forma concreta (morphè/eidolon) e alla sua organizzazione (schemata). Un procedimento logico e razionale ma in cui il ruolo dell’analogia e della memoria diviene essenziale. Il referente analogico, ovvero l’exemplum, fondamentale in ogni pratica artistica e rilevante in Architettura è stato, in questo caso, il progetto di concorso per il monumento alla Vittoria in Piazza Fiume a Milano del 1937 dei BBPR: un recinto sospeso e scoperto (un riparo murario sine tecto) che risvolta ad impluvium, attorniato da un esoscheletro intelaiato di modulo quadrato che sostiene gruppi scultori e, nel nostro caso, potrebbe sospendere verso la città scritte con i nomi di filosofi, poeti e scienziati ma anche, verso il mare, la grande scritta JONAH che dà nome a questo progetto. E qui si aggiunge un ulteriore referente puramente immaginifico, letterario, simbolico (che tiene assieme le forme con un senso), significativo, allegorico, alla storia del profeta immaginario Giona/Jonas/JONAH, narrata nel suo libro del Tanakh, fatta di fughe, disobbedienze ai comandi del Signore, punizioni e perdoni. JONAH, in viaggio verso Tarsis, dopo essere stato gettato in mare dai compagni, viene inghiottito da un grande pesce nella cui pancia rimane tre giorni e tre notti, fino a che, per ordine di Dio, viene vomitato sulla spiaggia di Ninive ove inaugura la sua predicazione. L’analogia, non figurativa ma strutturale, è del deposito di libri con il ventre del grande pesce che contiene il sapere emblematizzato dal profeta יונה|Yōnā (‘colomba’ in ebraico, simbolo di una pace che in Medioriente il governo di Netanyahu ha definitivamente compromesso con il genocidio di Gaza), che disobbedisce per ritrovare il coraggio della verità e della pace agognata. Da qui scaturisce l’ideazione del grande manufatto poggiato a cavallo della diga, a “picco sulla natura” del mare.

L’ipotesi urbana
La Call for project promossa da ProArch per la progettazione di un grande deposito di libri da collocarsi sulla Diga Duca di Galliera nel porto di Genova richiedeva una architettura urbana, seppur posta nel bacino portuale, capace di partecipare “alla definizione dello spazio urbano, valorizzando la memoria maris e contribuendo a costruire nuove relazioni urbane in un luogo simbolico che segna il confine tra città e mare”. Abbiamo risposto con un progetto a grande scala, tipico delle grandi architetture poste lungo il fronte dei porti: si pensi, in senso associativo, allo stringente referente tipologico in absentia costituito dai Granili di Ferdinando Fuga a Napoli, di ben 550 metri anch’esso a cinque blocchi, o in senso sintagmatico, in præsentia, ai silos Hennebique a Genova, di 220 metri destinati allo stoccaggio e alla movimentazione dei cereali o, ancora più in prossimità dell’area di progetto, ai grandi padiglioni modulari della fiera alle spalle del prezioso e ‘dispendioso’ Padiglione Blu di Jean Nouvel, inopinatamente abbattuti come l’edificio NIRA per realizzare l’ennesimo progetto ‘regalato’ alla città dal senatore a vita Renzo Piano dopo quello dell’anonimo viadotto che ha sostituito il ponte sul Polcevera, perduto capolavoro dell’ingegneria italiana di Morandi.
Il progetto, assunti tali referenti, intende rimisurare per la sua intera estensione il molo Duca di Galliera attraverso una sistema di blocchi in sequenza che da sud est a nord ovest realizzano una grande murazione traforata conclusa dal faro che fronteggia la città e il porto e che, nel principio di ripetizione che mette in opera, attraverso opportuni iati e dilatazioni, accoglie l’ampliamento del deposito, la radice del ponte che connette il sistema, tramite il prolungamento della via Nuova banchina industriale coi limitrofi cantieri navali, al bacino Duca degli Abruzzi e alla fiera campionaria che, nelle previsioni del costruendo waterfront di Levante, verrà separata dalla città da un parco lineare di cintura. Un grande limite morfologico, quello del grande edificio proposto, che magnifica e riconosce la singolarità del molo storico e che intende concludere e riassumere la parte urbana che fronteggia il bacino portuale contrastando sia le utopiche espansioni commerciali del porto, incuranti del rapporto con la città e incoerenti rispetto alla struttura insediativa dei quartieri coinvolti, sia le prevedibili anfibie speculazioni immobiliari o turistiche, proponendo invece, con una intenzionale radicalità ‘resistente’, un cospicuo antemurale, un argine architettonico lungo 480 metri, da opporre al delirio urbano e a quello del porto. L’enorme edificio-struttura ambisce, al tempo stesso, a realizzare un nuovo monumento civile per la conservazione e la tutela del patrimonio culturale e librario come pure un segno (polarità) a valore morfologico in grado di triangolare con i silos esistenti, le grandi gru, le navi porta container, i traghetti e quelle mega città galleggianti che sono le navi da crociera. Un edificio mondo articolato e commisurato alla interscalarità tipica dei porti industriali, una grande fabbrica, una struttura continua esatta e concisa non ampliabile e che non si accontenti di essere una ennesima infra-struttura filtrante e neppure un dispositivo eterotopico, ma possa costituire “quasi un unico immenso edifico senza fine” – come gli spazi delle carceri di Piranesi secondo Quaroni1 – un’architettura icastica in grado di risignificare, limitandone il delirio, la città e il porto nel loro complesso e nella loro costitutiva e ineludibile relazione.

L’architettura e il carattere
Un deposito librario per un milione di volumi, centro per la tutela del patrimonio librario del Sistema Bibliotecario dell’Università di Genova, con un già previsto ampliamento, da realizzarsi sulla Diga Duca di Galliera nel bacino portuale del Porto di Levante in previsione della realizzazione di una ulteriore diga foranea più esterna e di un taglio di quella esistente per facilitare le manovre delle navi portacontainer, da carico e dei cosiddetti “Ro-Ro”, è ben più di un mero programma funzionale ma una ‘domanda’ che richiede una attenta riflessione su come rispondere a tale istanza tematica.
Il programma funzionale da assolvere consisteva in: un deposito librario con servizi aggiuntivi per un milione di volumi e la previsione di un ampliamento pari a circa il 20-30%; un collegamento con la terraferma, coerente con la soluzione progettuale proposta; dispositivi di segnalazione visiva per il traffico marittimo (un faro). Il tutto con una limitazione di altezza per il deposito di libri di 30 m s.l.m.
L’interrogazione era dunque quella su come collocare una tale quantità immane di volumi (un milione e due/trecentomila) a cavallo di una infrastruttura tecnica ma che nel tempo si è storicizzata per definirsi come un monumentum nel doppio senso di ‘ammonimento’ e di ‘memoria’ che fa pensare (con riferimento al termine Denkmal nella lingua tedesca che tiene dentro la radice Denk- da cui viene Denken|Pensare), da preservare e valorizzare per il suo valore storico testimoniale in grado di rammemorare l’identità e le radici di un quartiere e di una intera città affacciata sul mare Tirreno che, come forse non è troppo noto, continuamente si accresce di nuova materia per la sua natura geologica di sistema di vulcani sommersi. La scelta prioritaria è stata quella di immaginare un sistema seriale longitudinale che si collocasse al di sopra del muro a T rovescia della diga di circa 7 metri di altezza, lasciandolo a vista e fondandolo verso sud sulla scogliera a scarpa frangiflutti. È stato messo a punto un modulo base dimensionato per 200.000 volumi consistente in un blocco a corte di sei livelli (più uno doppio di coronamento) di ballatoi perimetrali sovrapposti contenti libri e spazi per la loro consultazione. I ballatoi anulari a nord si poggiano sul muro della diga, di cui assumono il forte spessore, mentre a sud risultano sollevati su una teoria di setti con passo costante di 5 metri a realizzare una lunga apertura continua (anche per il carico e scarico o l’arrivo da mare) nell’‘attacco a mare’ che ospita servizi comuni, spazi per il ristoro e l’accoglienza. La corte base di 25 x 35 metri di ampiezza diviene – tramite un sistema ipostilo di snelle colonne disposte su una maglia pervasiva di 5x5 m –, un’alta lichthof, una sorta di alta cattedrale illuminata da lucernari quadrati sormontanti da un tetto cassettonato denunciato all’esterno dalla fuoriuscita delle travi di coronamento. In corrispondenza del sesto impalcato dei depositi si arresta il sistema a telaio esterno avente un passo ampio di 20 metri che, oltre ad assolvere alla funzione strutturale di contoventatura e ripartizione dei carichi soprattutto verso il mare, realizza verso la città un alto portico a protezione della suola della diga (la strada-molo). Tra ogni blocco a corte, ripetuto cinque volte più una per l’ampliamento, si colloca un sistema trasversale destinato ai servizi, agli impianti tecnologici, ai collegamenti verticali e alle uscite di emergenze poste all’esterno nell’incavo di 3,6 metri ove si collocano le scale in ferro a tenaglia. I blocchi sono definiti da una muratura portate continua in lastre di cemento armato prefabbricato assemblate in opera e coibentate, con piccole finestre ogni 5 metri, rivestite in lastre di grande formato di breccia ligure, mentre il telaio è in cemento armato prefabbricato, montato a secco, e colorato in pasta con graniglia di marmo di Carrara. Il contrasto tra il candido il sistema tettonico e il massivo e scuro paramento murario definisce il carattere singolare del grande opificio che riconosce un suo diretto ulteriore antecedente nel progetto di concorso per il frontemare di Patrasso del 1997 di Antonio Monestiroli di cui assume l’espressività e la figurazione in un contrasto calibrato tra la tettonica dell’esoscheletro, assunto come decoro necessario, e la stereotomia dei blocchi ripetuti (la stessa del faro) come denotativa del tema del recingere e del proteggere l’immenso patrimonio librario che il progetto è chiamato a custodire. L’intero sistema dei blocchi e degli attracchi, misurato dalla forma della diga, si connette alla terra ferma mediante un ponte girevole di 240 metri con una struttura in acciaio colorata di bianco composta da un sistema reticolare spaziale controventato e ancorato a due piastre circolari (ove si colloca un rotore che ne consente la dislocazione), diviso in due parti autonome ognuna di 120 metri che consente la connessione carrabile e pedonale col bacino Duca degli Abruzzi e il passaggio delle imbarcazioni secondo necessità realizzando tre varchi: quello centrale di 110 metri e quelli laterali ciascuno di 55 metri. Una architettura che vuole ostentare, anzitutto mediante i modi della sua costruzione, il suo carattere distintivo di essere al tempo stesso uno scrigno di culture e un ‘fatto urbano’ per Genova.

2. Riferimenti teorici

1 Ludovico Quaroni nella didascalia a commento di alcune immagini delle Carceri di Piranesi, ne La torre di Babele, usa l’espressione “quasiununicoimmensoedificiosenzafine” senza interruzioni parafrasando il motto di un progetto collettivo di Salvatore Bisogni e altri della Facoltà di Architettura di Napoli del 1969, L. Quaroni, La torre di Babele, intr. di A. Rossi, Marsilio, Padova 1967. Si ringrazia per il reperimento della fonte esatta e la genealogia della espressione Pierpaolo Gallucci.

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