AutoriFrancesco Costanzo
CoautoriGaspare Oliva, Giovanni Fonterico, Giorgio Mastantuono, Lucia Tartaglione
AteneoUniversità degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli"
Anno2025
L’Archivio come nuovo fronte mare
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
Strategia progettuale / Interpretazione del contesto e sua trasformazione nel progetto
Il progetto di un Centro di Tutela del Patrimonio libraio del Sistema bibliotecario dell’Università di Genova - da collocare sulla Diga Duca di Galliera - vuole verificare la plausibilità di una “Palazzata a mare” intesa come discreta sequenza longitudinale di lame, cui si affida il compito di conservare il materiale libraio.
L’immagine perentoria prodotta dalla successione di 23 edifici lamellari dell’altezza di trenta metri, che si sviluppa per circa 700 metri, è dunque dettata da questo diaframma architettonico a scala urbana e geografica, che risponde alla misura della diga, alla poderosa infrastruttura dei moli commerciali che ha reso troppo artificiale la linea di costa, alla scena urbana con le sue emergenze architettoniche e naturali.
L’intenzione del progetto incrocia però la necessità di questa perentorietà nell’iconografia della città ad un rilancio tematico, in cui il programma specialistico della complessa attrezzatura del Centro di Tutela viene arricchito da quello di un’offerta di spazi pubblici: il camminamento sul molo per la sua interezza come passeggiata a mare che guarda la città, ma soprattutto un sistema di piazze istituite sui grandi tetti delle tre forme fondamentali, corrispondenti a tre edifici a pianta centrale in cui sono risolte le necessità del Centro di Tutela del Patrimonio libraio (alti 10 metri come la sommità del muro del molo). Queste tre piazze sono distributivamente e figurativamente comprese tra il molo esistente e un corridore di progetto che connette la teoria di torri. E lo spazio tra queste figure è un paesaggio d’acqua ma dal carattere di internità, essendo le stesse figure giacenti su una porzione di mare ritagliato nelle misure e forme finite che il progetto di architettura determina.
L’isolamento di quest’architettura complessa (o sistema di architetture) trova un rapporto - un ancoraggio - con la città della terraferma attraverso tre torri, disposte a distanze significative per definire una forma relazionale di matrice triangolare che agisce sulle ciclopiche piattaforme cementizie del porto.
La relazione tra le tre torri sulla costa e il sistema architettonico in acqua è una possibile risposta del progetto urbano. Il primo gruppo inevitabilmente non può che istituirsi attraverso presenze isolate che agiscono puntualmente nel denso uso delle piattaforme portuali, ma queste esili presenze isolate costituiscono anche un modo di interpretare il paesaggio del limite genovese che è essenzialmente connotato da solitarie emergenze formali. Differentemente, la proposta di uno spazio urbano nel mare – dotato di articolazione interna e di ricchezza figurativa – vorrebbe inaugurare uno spazio della città che è un pezzo della città pubblica che finalmente ha un rapporto con l’acqua, provando a risarcire le sottrazioni prodotte da quelle stesse priorità produttive che hanno storicamente dettato le alterazioni del limite urbano verso il mare di Genova.
Progetto urbano / Scelta e uso dei riferimenti nella costruzione del progetto
La discretizzazione (o discontinuità) della Palazzata a mare, come fronte urbano-geografico, propone un ordine moderno in quanto lascia che il paesaggio delle colline genovesi collabori alla costruzione dell’immagine del frons scenae urbano. Già il progetto per Castelfusano di Franco Albini aveva mostrato la possibilità di determinare un contrappunto geometrizzante e lineare sulla linea di costa attraverso una teoria di torri.
Insieme alla grande iterazione di lame, tre grandi figure partecipano alla costruzione di un sistema complesso di architetture. Esse corrispondono a tre temi (o sottotemi: l’atrio, il centro di consultazione e gli spazi seminariali, i luoghi della conservazione). Ma la loro semplicità figurativa (euclidea) ne esalta la reciproca relazione ed il modo di interrelazione che innanzitutto tiene in conto di una disposizione secondo una sequenza progressiva di spazialità pubblico-specialistiche. Le figure sfuggono ad una meccanica ed evidente corrispondenza figura-tema: l’atrio è un triangolo, il centro di consultazione e seminariale è quadrato, l’area tecnico-specialistica è il semicerchio. Le modalità di connessione tra le stesse figure, che sembra tendere alla concatenatio (Villa Adriana a Tivoli), un modo che Kahn (Fisher house, Convento delle suore domenicane) aveva ben compreso e reinterpretato. La connessione per concatenazione, che lega tra loro le figure attraverso i vertici (”in un punto solo”) e non per adiacenza, è però nel progetto mediato. Le forme fondamentali sono separate e sono riferite innanzitutto al molo, che il progetto assume come primo elemento di collegamento di natura pubblica, e ad un lunghissimo corridore che del molo ne rappresenta il “doppio” (ma di uso riversato) che connette sia le grandi forme che la lunga teoria delle lame-archivio. Lo spazio della separatezza delle figure, contenute da queste due linee connettive, individua il mondo dell’acqua, su cui queste figure giacciono.
Le grandi coperture di queste architetture sono piazze da cui l’orizzonte si rivela negli intervalli delle lame-archivio. E queste lame assumono con chiarezza quel compito che i grandi elementi giganti assumono nell’architettura monumentale. Analogamente al portico dell’Altes Museum di Berlino, che Schinkel rappresenta nella sua straordinaria prospettiva dalla quota di approdo al piano della gipsoteca, quando prima dell’ingresso al nucleo sacrale dell’edificio, l’immagine della città colta dall’ultimo sguardo è modulata dal ritmo delle colonne la cui dismisura è accentuata dalla perdita della cognizione della loro connessione al suolo.
Progetto architettonico / Sintesi del programma attraverso le forme del progetto
Così connesse dai modi di relazione istituiti dal progetto urbano, le diverse figure immesse nel gioco compositivo rispondono ad una chiarezza e semplicità formale.
Le torri a terra si affermano come solidi semplici (a pianta quadrata) nell’ evocazione delle torri di Genova in un procedimento di riduzione alla generalità la cui applicazione è adeguata perché la ragione di esistenza di queste architetture risiede strettamente nella logica di costruzione di un sistema di rapporti. Il significato delle torri, contenuto nella definizione di un trittico, allora sottomette le stesse torri-elementi ad un quasi esclusivo valore indicativo della propria posizione. Esse sono luoghi pubblici di cognizione dello spazio urbano, la cui sommità diventa l’occasione per una visione distante dagli accadimenti (sul suolo su cui si fondano, occupato dalla frenetica produzione e movimentazione, oppure nella città storica) ma anche la visione più prossima della diga e della nuova piazza pubblica proposta dal progetto.
Le tre grandi architetture a pianta centrale rispondono ad usi generali e così interpretano il loro ruolo nella costruzione formale e in quella costruttiva, che è identica e comune nelle sintassi. Così, in questa unificazione stilistica vivificano le diversità figurative. Nella loro successione le tre architetture determinano esperienze iniziali di maggiore grado di usabilità pubblica che va poi riducendosi. Così la prima architettura che si incontra dopo l’approdo sul molo, una volta percorso lo spalto lineare protetto dal muro esistente, è l’atrio del Centro, luogo di orientamento e consultazione cataloghi, d’impianto triangolare. La seconda architettura, collegata all’atrio attraverso un passetto/muro tecnico che emerge distaccandosi dal muro della diga, è di forma quadrata ed è luogo di messa in opera collettiva del materiale libraio (spazi per i workshop, seminari; punto per il prelievo e la restituzione dei volumi; locali per la consultazione e lo studio). La terza architettura è di forma semicircolare e è la più grande spazialità. Essa è il luogo per le attività tecniche, specialistiche e gestionali (sala per la digitalizzazione e la conservazione digitale; sala per la digitalizzazione e la conservazione digitale; laboratorio specializzato nel restauro con aree attrezzate; uffici per la gestione e la catalogazione).
Le tre architetture costituiscono una spazialità interna delimitata da una peristasi diptera che regge il grande tetto e la parete perimetrale che è così sospesa, dove le colonne più esterne affondano nell’acqua e sono separate dalla fila interna da un vetro, consentendo una flebile illuminazione dalla luce che proviene dalla riflessione sull’acqua. A differenza del tetto (retto da travi vierendeel collegate alle peristasi), il solaio di capestio è invece sostenuto da un fitto ipostilo nell’acqua. Sospesi sull’acqua, i muri perimetrali sono muri-archivio cui sono agganciati gli elementi di interesse storico, artistico e scientifico costitutivi del patrimonio culturale dell’ateneo (antiche attrezzature di laboratorio e apparecchiature di misura, plastici, bozzetti, materiali iconografici e audiovisivi, reperti museali e opere d’arte).
Ogni forma presenta due accessi in corrispondenza dei vertici: un accesso pubblico-collettivo dall’esterno (separato dal muro della diga che quindi si fessura) e un accesso riservato che connette ad un corridore tecnico. Questo corridore permette la connessione delle lame-deposito).
Le lame deposito di basano sulla relazione tra un setto di calcestruzzo di 30 metri di altezza (una libreria gigante) e una ossatura di acciaio – una capriata verticale, il telaio di una vela… - che funge da nervatura a geometria variabile per il contenimento delle azioni di ribaltamento. Ad eccezione di alcune dominanti verticali, tutte le nervature sono rivolte verso l’internità, definendo il carattere dello spazio interno e ordinando la sequenza di ballatoi.
Costituito dall’iterazione delle lame-deposito, il grande diaframma urbano presenta un passo di ripetizione anch’esso di trenta metri, ma variato in misura e giacitura laddove è necessario trasferire le interferenze figurative provenienti dalle grandi architetture a piastra.