AutoriFabrizia Berlingieri
CoautoriJosé Cherem Serur, Levan Eloshvili, Francesca Monteleone
AteneoPolitecnico di Milano
Anno2025
Le stanze del molo
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
Il porto di Genova è una città a sé. La sua scala e il suo sistema insediativo sono altro rispetto all’accidentata orografia dei declivi collinari ripidi sul mare dove la città si adagia, si attorciglia e, come in una foresta, spontanea sale in alto per captare la luce. Una città tutta promesse, città verticale di scale, mari e cieli, come la descrive Paul Valery. Esistono due città a Genova, una che lavora sulla sezione, l’altra sul piano orizzontale, ed esse si incontrano nei bordi filiformi e continui delle infrastrutture di trasporto, un limite che si fa presenza massiva con la soprelevata che cinge il mare e segna il confine tra le due città. “In Italia – ricorda Rosario Pavia –, a differenza di quanto è avvenuto in ogni altra parte del mondo, i porti non si sono delocalizzati, sono rimasti invece all’interno del sistema urbano. Non potendo espandersi lungo le coste, si sono proiettati in mare con infrastrutture, colmate e piattaforme. (…) Il porto è diventato un corpo autonomo, separato dalla città da barriere e varchi di controllo (…)” (Pavia 2025, 189).
Il porto di Genova è un’isola piatta, larga, enorme. Ogni pezzo di questo piano dalle linee frastagliate - una conca racchiusa tra i torrenti Bisagno, Polcevera e più in là del Varenna - si estende sul mare, conquistandolo artificialmente, espandendosi placido sotto il sole, in una continuità materica che mette assieme suolo, articolati, uomini, edifici. E con lo stesso linguaggio declina la scala dell’infrastruttura, della città e dell’architettura. Dentro questa ‘pianura artificiale’, il molo Duca di Galliera non è una eccezione ma piuttosto una solitaria propaggine, una lunga lingua di cemento con la sua barriera frangiflutto alta dieci metri sul livello del mare che da un lato respinge il Mediterraneo, dall’altro guarda la città. Nel progetto di riconfigurazione della nuova diga foranea, il molo è tagliato e rimodellato con l’aggiunta di un braccio inclinato lungo circa 270 metri che chiude la bocca del porto vecchio lasciando un passaggio di circa 400 metri per l’ingresso delle navi, mentre la linea di terra – o di trincea – della diga si sposta in avanti, proiettando il nuovo confine per una lunghezza di circa 6,2 chilometri. Rispetto all’avanzare del porto, le barriere esistenti non rappresentano più un avamposto, esse perdono la valenza portante di protezione, aprendo così ad altre possibili interpretazioni spaziali.
La proposta progettuale di riconfigurazione parziale del molo Galliera si innerva sul tema dell’infrastruttura abitata, riconoscendo il valore dell’opera non solo come supporto tecnico, ma come corpo architettonico e immaginario collettivo della città-porto. L’infrastruttura portuale – generalmente inaccessibile, interdetta, tecnica – viene colonizzata nuovamente dalla presenza umana e con la sfida programmatica di costruire un edificio per custodire la ‘memoria del sapere’, un archivio per 1 milione di volumi con servizi annessi di restauro, studio, gestione e rivitalizzazione culturale. L’ipotesi di ricerca progettuale si traduce nella scelta iniziale di espandere la sezione di barriera frangiflutto, quasi immaginandone la possibilità di autosufficienza (Kallipoliti, 2018). Il nuovo corpo si estende per tutta la lunghezza prevista dalla rimodulazione del braccio, in una scansione lineare di dieci moduli strutturali di 25m a base quadrata, ai quali si aggiungono due fodere laterali che, come dei cavedi continui, contengono i camminamenti alle quote dell’edificio e gli impianti, quasi completamente ciechi sui fronti esterni, lasciando al centro dello spessore l’architettura della memoria. Il molo diventa così un luogo abitabile, attraversabile, lavorabile, al tempo stesso non rifugge l’immaginario di barriera e limite, la cui ambiguità narrativa risiede nel doppio registro spaziale e linguistico tra scala geografica e cavità abitata. L’architettura si innesta nel corpo tecnico senza negarne la potenza originaria, ma erodendola dall’interno.
Il lungo parallelepipedo orizzontale intercetta tre quote principali: le due quote del molo esistente, di imposta (+2.75m) e testa del muro frangiflutti (+10.00), e quella dell’acqua a quota 0.00. Lo spazio tra le due fodere è scandito da una sequenza di stanze – o di soglie – che alternano luce e penombra, opacità e trasparenze, silenzio e attività. La sezione del progetto lavora su un’idea di scavo con la creazione di spazi intensi, raccolti, immersi nella massa costruita. La luce entra sempre dall’alto, attraverso aperture zenitali, o filtra dalle fessure della copertura, disegnando ambienti ombrosi, quasi sacri. Essi costruiscono un’alternanza tra pieni e vuoti, compressione ed espansione. In questa dimensione falsamente ipogea e autenticamente infrastrutturale, la luce diventa materiale compositivo primario, non decorativo, capace di restituire orientamento e senso al corpo dell’architettura. La struttura modulare consente una composizione ritmata, e rimanda alle stanze murarie di Louis Kahn (Kahn 1991) più volte declinate nei progetti di biblioteche come la Phillips Exeter Academy Library (1965-1972), che qui incontrano la massività mediterranea e il suo carattere ancestrale (Campo Baeza, 2012). Le sei stanze di progetto rimandano a tipi architettonici generici come possibile repertorio di dispositivi di archiviazione, ma al tempo stesso specifici sia perché collettivi sia perché figurazioni di “luoghi in cui si deposita il tempo” (Bachelard 1957).
La sequenza di progetto si apre con il falso ingresso, un basamento con gradonata che ospita il teatro all’aperto e conclude la passeggiata del molo che viene attrezzato con un attracco e alcune piattaforme galleggianti che dialogano con la durezza lineare della barriera frangiflutti, limite e nuova facciata dell’edificio. Il teatro all’aperto indicherebbe uno spazio di ingresso alla quota più bassa, ma in realtà è una quinta scenica muta che ribatte il carattere infrastrutturale dell’area verso la città. L’ingresso all’edificio, invece, avviene nella semplice apertura di ‘confine’ tra la barriera esistente e l’edificio dell’archivio. Oltrepassando il muro, lato mare, si apre un interstizio in penombra, l’entrata alla seconda stanza. La stanza delle nicchie è un vuoto a tripla altezza su cui si affacciano gli spazi di lavoro, e le aule per seminari e workshops, con un disegno frastagliato sui piani verticali e segnato dai marcapiani a vista. A seguire il fulcro dell’intervento, gli spazi di deposito e consultazione, si articola in un’enfilade paratattica di altre tre stanze. Nella sequenza interrotta dai blocchi murari dei servizi si accede dapprima all’aula dove i libri vengono restaurati e digitalizzati, che ha una sezione a gradoni su tre quote alternando spazi di lavoro più riservati a terrazze più ampie e collettive, successivamente alla stanza delle assemblee. Al centro della composizione la sala allungata, con un vuoto centrale a tutt’altezza e a luce diretta zenitale, ha una sezione a piramide inversa mettendo assieme gli spazi di archiviazione e consultazione. Il primo, un sistema di archivio compatto manovrabile corre lungo i muri laterali, il secondo invece in una fodera di scaffalature continue la cui immagine rimanda a più radicali modelli tipologici (Boullée, 1981), occupa la parte centrale. L’oculo dei droni è contiguo all’archivio dove i piani sono predisposti come spazi di stoccaggio e imballaggio degli ordini effettuati con servizi di mobilità aerea leggera ‘last-mile’ su terra ferma, dal cielo. L’ultima stanza, il recinto del faro, restituisce l’edificio all’acqua ancora con un falso limite che seziona l’orizzonte verso terra e verso il mare, ospitando una piscina olimpionica per dimensioni e aree di servizi e ristoro. Tra il recinto e il molo abitato il faro è in asse con le gru, dialogando a distanza con gli altri due giganti che custodiscono e sovrintendono l’isola del porto di Genova, la Lanterna e la Torre Piloti. Il nuovo archivio del molo Galliera è una costruzione che abita il bordo, lo disegna, lo rende praticabile, reinterpretando il rapporto tra memoria e geografia, tra paesaggio e conoscenza. In questo senso, la proposta si fa dispositivo spaziale che interpreta Genova nella sua dimensione più profonda: quella di città-porta, città soglia, città doppia.
2. Riferimenti teorici
Bachelard G. (1975), La poetica dello spazio (I ed. 1957), Bari, Edizioni Dedalo.
Campo Baeza A. (2012), L’idea costruita (I ed. 1996), Siracusa, Letteraventidue.
Bo Bardi L. (1994), “A arquitetura como cultura”, in Tempos de Grossura, São Paulo, Instituto Lina Bo e P.M. Bardi, pp.5-41.
Boullée E. L. (1981), Architettura. Saggio Sull'arte (manoscritto, Bibliothèque nationale de France, Parigi 1794), Padova, Marsilio editore.
Kahn L. (1991), Silence and Light, New york, Princeton Architectural Press.
Kallipoliti L. (2018), The Architecture of Closed Worlds, Baden, Lars Müller Publishers.
Pavia R. (2025), “La separazione tra porto e città” in Salimei G. (a cura di), Terrae Acquae, 1, Catalogo del Padiglione Italia 19. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, Milano, Electa, pp. 189-198.
Zumthor P. (2006), Atmospheres, Basilea, Birkhäuser Verlag.