AutoriFrancesca Claudia Maria Belloni, Francesco Bruno

CoautoriArianna Allegri, Sofia Brunelli, Leonardo Carugno, Anna Cosmacini, Umberto dal Barco, Mattia Moretti, Matteo Nobis, Anna Setti, Nikol Stojnic, Eliana Villotta

AteneoPolitecnico di Milano

Anno2025

Lieber Josef

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Genova – Memoria Maris. Il quartiere della Diga Duca di Galliera

1. Descrizione

Percorso progettuale
Un progetto tra terra e mare.
Un progetto più di mare che di terra che, per via di una collocazione imprevista e per certi versi improbabile, si trova a fare i conti con vincoli stringenti, nel tentativo di marcare una condizione labile, in cui l’architettura sembra estranea. Fari, dighe foranee, banchine, approdi, frangiflutti, moli, aree logistiche, elementi per lo più tecnici caratterizzano questo lembo di mare proteso verso il golfo al cui prospetto Genova si mostra altera e superba.
Nulla di tangibile pare essere d’aiuto in quest’ambito sospeso, se non l’immagine del limite tra due mondi di cui non resta che definirne i fronti, quello interno verso la città e quello esterno verso il mare, parte a loro volta di un unico elemento bifronte per natura, per via della conformazione lineare e della giacitura parallela alla costa del Molo Duca di Galliera.
Non vi è città qui, non vi è territorio costruito. Nessuna regola insediativa determina la struttura dei luoghi, tutto è governato da codici di navigazione, venti, moti ondosi e mareggiate, fondali profondi e opere ingegneristiche, alcune ereditate dal passato, altre in fase di realizzazione per poter accogliere quello che in gergo viene chiamato “gigantismo navale”, per ospitare cioè navi sempre più grandi, lunghe fino a 400 metri. Qui transitano enormi portacontainer e immense navi da crociera. Qui il paesaggio cambia continuamente: il porto guadagna il mare, il mare si riversa nel golfo e la città assiste a questo incessante spettacolo tecnico dall’alto di Palazzo Reale o dalla Spianata di Castelletto. Il rapporto di Genova con il mare è per certi versi di pura prossimità. Alter ego di Trieste, più simile a Napoli o Palermo, la città si richiude su se stessa, rinunciando a costruirsi sul golfo; pur vivendo del porto, essa se ne distacca, per inerpicarsi verticale, quasi invisibile e occulta, a meno della sequenza insistita e solida della palazzata monumentale della Ripa che, insieme a Palazzo San Giorgio, si allinea con il basamento di portici su Piazza Caricamento.
All’interno di questa distanza tra la città e il mare si colloca il progetto.
Tra coni aeroportuali, sezione ridotta del molo Duca di Galliera e incolmabile distanza con la terraferma, il luogo deputato al progetto non sembra affatto credibile per ospitare un grande archivio del patrimonio libraio. Ed è proprio per ovviare in qualche modo a questa inadeguatezza d’origine che il progetto si fa costruzione, struttura e limite, elemento in sé concluso, seppur idealmente infinito, in stretta relazione con il mare e, solo a distanza, con la città a cui guarda, ma di cui non può essere parte se non per prossimità. In lontananza, appunto. Per questo motivo, il progetto fa riferimento agli elementi tecnici per trovare la sua ragione costruttiva nella forma della murazione; altro non è che una sorta di estrusione della diga foranea per la lunghezza della porzione esistente e si interrompe dove essa piega verso l’avamporto o si riduce di sezione verso la Bocca di Levante, senza altro motivo che non sia la configurazione della sottostruttura che lo ospita e lo sostiene.

Progetto urbano
Abbandonata fin da subito la velleità di trasformare un’infrastruttura tecnica in un progetto urbano facendo leva sul valore culturale della destinazione funzionale, si opera in direzione opposta, cercando di rafforzare il valore dell’infrastruttura in sé, come se si trattasse di architettura militare o ingegneria portuale. Proprio per enfatizzare questa scelta il progetto si commisura con gli elementi che definiscono il porto e il suo funzionamento, trovando la sua cifra distintiva nel mare e nel dialogo a distanza con la città.
In assenza di elementi urbani di riferimento si opera alla ricerca di una struttura interna capace di aggregare le parti e disporle in sequenza. Il progetto si compone di tre elementi – l’edificio dell’archivio, il faro e il ponte – combinati secondo il principio paratattico, impiegando la distanza tra gli oggetti – o meglio la loro relazione a distanza – come trama compositiva.
Si tratta di tre elementi in sé formalmente e tipologicamente conclusi che, nell’atto stesso della loro combinazione, entrano a far parte di un disegno composito all’interno del quale il ruolo giocato dall’acqua e dalla porzione di levante della diga foranea consente di alludere a un discorso indirettamente urbano. Se si pensa al progetto come una semplice sequenza di elementi, il ponte ne costituisce l’inizio (o alternativamente la conclusione); collocato a est del porto turistico, è concepito come un ponte di barche sul modello dei ponti militari mobili e permette, seppur non continuativamente, il collegamento con la terraferma. L’impalcato stradale posato sopra a galleggianti ha una larghezza di 6 metri e si estende per più di 200 metri con due porzioni apribili da 50 metri ciascuna; per consentirne l’apertura, la porzione centrale è mobile grazie all’utilizzo di cerniere meccaniche montate sulle parti fisse laterali. In questo modo il passaggio delle navi da crociera, dei traghetti, delle imbarcazioni da diporto, a vela o di piccolo cabotaggio, previsto nella corsia di Levante prospiciente alla costa esistente, entrerà a far parte del funzionamento del progetto scandendo i tempi di apertura e di chiusura del ponte e facendo sì che l’archivio stesso diventi uno tra gli elementi tecnici del porto. Prolungamento della via Nuova Banchina industriale, il ponte ha il suo approdo a mare in corrispondenza dell’estremità orientale della porzione di molo a sezione ridotta, che diventa così parte del progetto in quanto collegamento con l’edificio dell’archivio. L’approdo del ponte, per cui è previsto un contenuto allargamento della banchina, si innesta a completare un’ideale piazza d’acqua su cui si affaccia il faro, unico elemento verticale che interrompe la sequenza di oggetti orizzontali, confrontandosi a distanza con la nuova Torre dei Piloti.
Sebbene l’altezza massima prevista in funzione dei coni aerei sia 30 metri, il progetto prevede l’inserimento di un faro di circa 40 metri che abbia la forza di dialogare a distanza con gli altri elementi del progetto. Si tratta di una struttura tronco piramidale in carpenteria a pianta esagonale sulla cui sommità è ricavato un volume anch’esso esagonale che ospita un belvedere. Sopra la cabina trovano posto gli spazi tecnici e la lanterna. Un edificio che si gioca sulla coincidenza dei caratteri costruttivi, tecnici e linguistici, facendo eco ai fari della tradizione navale, ma anche ai tralicci delle antenne radio o alle torri di trasmissione.
Dallo slargo definito dall’approdo del ponte e dal faro si diparte il camminamento verso l’archivio, lungo il quale si gode di una prospettiva continua verso il mare e verso la città, cogliendo nello stesso tempo il frontespizio cieco dell’edificio in lontananza. Si prevede che la porzione a sezione ridotta del molo sia percorsa sul lato interno per permettere agli utenti di accedere direttamente al porticato d’ingresso all’archivio, previsto a tre metri s.l.m., alla quota dell’attuale camminamento del molo.

Progetto architettonico
Frutto dell’estrusione della diga, l’archivio è un volume unitario e compatto, un muro in forma di edificio. Architettura dell’utopia, il progetto ricerca la propria forma attraverso la riduzione all’essenziale e la ricorsività di alcuni elementi, alludendo figurativamente a forme archetipiche della memoria collettiva in una sorta di astrazione figurale. Un lungo e sottile parallelepipedo di 14 metri di sezione per 390 di lunghezza si ancora al muro esistente della massicciata lasciandolo in vista e accostandosi ad esso senza intaccarne la sostanza materica. Il progetto mantiene infatti invariata la sezione del molo costruendosi sopra di esso con la medesima estensione trasversale. Sebbene esternamente l’edificio si mostri come un parallelepipedo unitario e compatto, in sezione esso è costituito da due porzioni: la prima, verso la città, si estende da terra a cielo, impostandosi su un piano terra porticato e concludendosi nella sequenza dei camini collocati sulla copertura; la seconda è il prolungamento del piano inclinato del tetto, in aggetto al di sopra del muro della diga, a cui la distribuzione verticale si accosta tangente al lato settentrionale.
Volumetricamente la sequenza ininterrotta dei camini differenzia i due fronti. Concepiti come lanterne attraverso le quali la luce possa filtrare dall’alto fino ai piani inferiori, sono volumi a sezione triangolare con uno dei tre lati curvato a raccordarsi con l’inclinazione della copertura: a nord, verso la città, si innestano senza soluzione di continuità rispetto al filo di facciata come fossero merlature di un’antica struttura difensiva, mentre a sud, verso il mare, mostrano la loro tridimensionalità esibendo una matericità leggera che richiama quella delle lanterne dei fari.
Rispetto agli spazi interni i camini assumono un triplice ruolo, alternandosi per tutta la lunghezza dell’edificio. Alcuni, posizionati in prossimità dei nuclei di distribuzione verticale, ospitano due ordini di ballatoi leggeri lungo i quali trovano posto spazi di lettura; altri sono veri e propri pozzi di luce che bucano il solaio tra il piano terzo e il secondo per portare luce all’archivio collocato a livello inferiore; infine, in corrispondenza dei depositi meccanizzati, tre camini ospitano i robot di archiviazione automatizzati.
Questo meccanismo è pressoché muto all’esterno: verso la città una serie ossessiva di piccole bucature, più simili alle tracce di antiche buche pontaie che a vere e proprie finestre, cela la suddivisione interna e ne altera la scala esibendo una superficie uniforme dal carattere anonimo e silenzioso, come se l’edificio idealmente volesse appartenere all’antica struttura difensiva del porto. Con il loro ritmo costante e insistito, che gioca sulla reiterazione del quadrato, le aperture producono una sorta di decorazione in filigrana volutamente zoppa in prossimità dell’estremità orientale dell’edificio, a marcarne in qualche modo la labilità e la finitezza. Verso il mare invece la murazione si afferma in tutta la sua perentorietà, come se ancora potesse avere un qualche ruolo difensivo nei confronti della città; a contrassegnare la scala territoriale dell’intervento, sul fronte meridionale sono incisi in bassorilievo alcuni versi di Edoardo Sanguineti che descrivono Genova alludendo indirettamente alla destinazione d’uso del progetto, quasi che questo possa aspirare a diventare architettura parlante all’interno della sfera di competenza del mare.
Tentando di non cedere a processi combinatori di maniera, il progetto accosta figure geometriche primarie: le colonne cilindriche del portico al livello dell’ingresso, il volume regolare poggiato sopra di esse, i camini reiterati come antiche merlature, le bucature regolari del fronte verso la città. Tutto è frutto di un’operazione molto semplice: per caso, come spesso accade, il progetto si è costruito attraverso il confronto diretto con un’immagine per certi versi utopica, con un riferimento tanto esibito quanto ostinatamente celato, per via del quale il titolo di questa proposta non può esser altro che Lieber Josef.

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