AutoriDavide Sigurtà, Alberto Soci
CoautoriDavide Sigurtà, Alessandra Vazzoler, Chiara Turelli, Giovanni Federico Buizza
AteneoUniversità degli Studi di Brescia
Anno2026
MOUSEION. ARCHITETTURA E ISTITUZIONE
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Tesi / Ipotesi
Progettare i «luoghi del museo» è divenuto nel tempo una scelta coerente e necessaria, capace di articolare nello spazio funzioni strutturali quali la raccolta, l'inventario, la collazione, la rielaborazione e la ridestinazione delle conoscenze, finalizzate alla riconversione della produzione e alla riattivazione del patrimonio antropologico, etnico, insediativo e culturale di un contesto.
Se distruggere o manomettere i grandi musei ereditati dalla tradizione illuministica e positivistica costituisce un gesto di ignoranza e di barbarie, è altrettanto vero che l'autenticità museale non rappresenta un valore acquisito una volta per tutte, ma una condizione da ricercare e costruire continuamente, adattandosi alle trasformazioni delle epoche e dei luoghi.
Una questione centrale riguarda il rapporto tra istituzione, funzione e localizzazione. La compresenza originaria delle discipline trova fondamento nell'etimo stesso di mouseion (Tempio delle Muse) e nelle reciproche relazioni operative che esse instauravano; la successiva tendenza all'accentramento e alla separazione deriva invece dalla progressiva specializzazione disciplinare e, più recentemente, dalle logiche del management.
Strettamente connesso a tale tema è il rapporto tra interno ed esterno del museo, nel quale architettura e insediamento assumono un ruolo decisivo nel radicare l'istituzione al proprio contesto. È sull'architettura e sul territorio che il tempo rende maggiormente leggibili gli effetti delle trasformazioni strutturali. Da qui nasce la diffusione dei musei urbani, nei quali la storia della città.
2. Descrizione
L'area archeologica di Tuvixeddu manifesta con particolare evidenza questa condizione. La sua identità non deriva esclusivamente dalla necropoli fenicio-punica, ma dalla sovrapposizione del sistema dei colli, del porto, della laguna, delle archeologie industriali e della crescita della città contemporanea. Più che un paesaggio unitario, essa si configura come una geografia di relazioni interrotte.
Il progetto assume tale frammentazione non come una condizione da mitigare, ma come materia della composizione. Non occupa semplicemente un vuoto, ma ricostruisce la continuità della struttura urbana, riconnettendo il colle con la città, il porto e il mare e trasformando la soglia in una nuova centralità civica. Più che un edificio per Tuvixeddu, propone un'infrastruttura civile per Cagliari, capace di ricucire parti di città storicamente separate e di restituire continuità a uno dei sistemi territoriali fondativi della sua identità.
In questa prospettiva il museo non costituisce il fine del progetto, ma il dispositivo attraverso cui costruire un nuovo disegno di città. Gli spazi destinati alla conservazione, al restauro, alla ricerca, all'archiviazione e alla formazione, integrati da biblioteche, sale per esposizioni temporanee, auditorium, teatro e luoghi per la vita pubblica, non rappresentano funzioni aggiunte, ma le manifestazioni di un'unica istituzione civile.
Le funzioni cessano così di essere un semplice programma distributivo e divengono strumenti attraverso i quali l'architettura costruisce conoscenza, produce relazioni e restituisce continuità alla città. Il progetto ricompone la frammentazione specialistica entro un organismo unitario, capace di restituire allo spazio pubblico quella complessità funzionale, simbolica e rappresentativa che distingue lo straordinario pubblico dall'ordinario privato. Il museo diviene un'infrastruttura permanente della conoscenza, capace di produrre cultura oltre il tempo della visita e di ricostruire, insieme alla continuità fisica della città, l'unità delle sue istituzioni.
Coerentemente con tale impostazione, il linguaggio architettonico rifiuta ogni approccio mimetico nei confronti del contesto archeologico. L'intervento assume come riferimento il carattere infrastrutturale del paesaggio portuale di Cagliari, reinterpretandone la logica costruttiva e la forza espressiva in una nuova architettura pubblica, capace di dialogare con la memoria del luogo senza rinunciare alla propria autonomia.
Il limen non coincide quindi con la soglia di un edificio o di un luogo, ma con la costruzione di un nuovo disegno di città, nel quale memoria, ricerca, produzione culturale e spazio pubblico costituiscono un'unica struttura insediativa, riconoscendo nell'architettura il principale strumento di ricostruzione della continuità tra città, territorio e comunità.
3. Metodologia
L'architettura, considerata non come categoria disciplinare separata ma nel contesto fisico di appartenenza, assume la propria pregnanza attraverso il rapporto con il divenire della città e del territorio, che ogni opera significativa e ogni progetto consapevole continuano a rimettere criticamente in discussione. Ne deriva un preciso «codice morale», nel quale analogia, allusione, autenticità e finzione assumono valore compositivo purché, accanto alla permanenza degli archetipi – dalla capanna al tempio, fino al sintagma colonna-architrave – emergano discontinuità, irrazionalità e alternative, quell'«antimateria» della città costruita indispensabile a rivelarne la struttura profonda.
Il luogo assume rilevanza perché comporvi l'architettura diventa possibile soltanto indagandone il farsi storico e le risorse disponibili per costruirne il futuro. Ogni opera si colloca all'intersezione tra l'esperienza dell'architetto e l'identità del luogo destinato alla trasformazione. La fase conoscitiva e ideativa della composizione trova sintesi nel progetto.
Il contesto non deve offrire occasioni di mimetizzazione, ma di approfondimento del ruolo istituzionale dell'architettura, chiamata a estrarre e riconfigurare le potenzialità tipologiche, funzionali e formali del luogo secondo espressioni di conformità o difformità, comunque orientate alla trasformazione. Il confronto critico non riguarda la necessaria contestualità dell'architettura, bensì il ricorrente equivoco del localismo: la soluzione risiede nella costruzione di un nuovo impianto, non nell'adeguamento nostalgico a un passato idealizzato.
Un ulteriore aspetto riguarda la destinazione dell'opera e le sue condizioni di fruibilità nell'insediamento. Oggi i servizi collettivi tendono a essere concepiti come estensione del privato, assumendone progressivamente i caratteri tipologici e figurativi: la scuola-villetta, il municipio-palazzina, l'ospedale-condominio, la chiesa-capannone. Se la grande tradizione architettonica ha attribuito centralità allo straordinario pubblico, il funzionalismo e la successiva riduzione agli standard urbanistici ne hanno progressivamente indebolito il valore rappresentativo.
La destinazione deve invece liberare un'energia funzionale ed espressiva capace di contrastare la prevalenza dell'ordinario privato e di promuovere, attraverso il progetto, l'integrazione e la continuità del sistema delle istituzioni collettive. L'accorpamento delle funzioni pubbliche alla scala urbana restituisce così alla composizione una nuova materia progettuale, nella quale destinazioni differenti convergono nel concetto di centro civico, rafforzandone il valore d'uso, la rappresentatività e la riconoscibilità nella dialettica tra dominio pubblico e dominio privato.
4. Riferimenti teorici
Il progetto si colloca entro una tradizione della composizione architettonica che interpreta la città come organismo storico in continua trasformazione, nel quale l'architettura non si limita a risolvere esigenze funzionali, ma costruisce relazioni permanenti tra memoria, forma urbana e istituzioni civili.
In questa prospettiva risultano centrali le riflessioni di Guido Canella che, in Comporre secondo alcune costanti, individua nelle permanenze morfologiche, infrastrutturali e tipologiche gli elementi generatori della trasformazione urbana. La composizione non nasce dalla riproduzione delle forme esistenti, ma dall'interpretazione critica delle strutture profonde della città, capaci di mantenere continuità attraverso il mutare delle funzioni e delle epoche.
Analoga è la posizione di Aldo Rossi, che nell’Architettura della città riconosce nei fatti urbani, nei monumenti e nella memoria collettiva il materiale fondamentale del progetto. La città viene così interpretata come costruzione storica, nella quale ogni intervento rinnova criticamente una struttura già esistente senza interromperne la continuità.
Questa concezione trova ulteriore conferma nelle riflessioni di Salvatore Settis, il quale, in Se Venezia muore, interpreta il patrimonio storico non come realtà da conservare passivamente, ma come componente viva della città contemporanea. La tutela coincide così con la capacità di mantenere attive le relazioni tra spazio pubblico, paesaggio, istituzioni e comunità.
Su un piano complementare, le sperimentazioni di Archigram introducono il tema dell'infrastruttura come supporto aperto e trasformabile, capace di accogliere programmi mutevoli nel tempo. Pur distante dagli esiti tecnologici del gruppo inglese, il progetto ne condivide l'idea di un'architettura intesa come dispositivo capace di sostenere l'evoluzione della città più che come oggetto concluso.
Questa ricerca trova una significativa traduzione progettuale nell'opera di Takis Zenetos, il cui teatro all'aperto dimostra come una struttura essenziale possa costruire spazio pubblico instaurando un rapporto di continuità con la morfologia del luogo. Allo stesso modo, le architetture di Steven Holl mostrano come luce, materia e percorso divengano strumenti di costruzione dell'esperienza urbana, mentre John Hejduk restituisce all'architettura il valore civile e simbolico della forma, intesa come luogo di riconoscimento della memoria collettiva.
Il progetto del Museo di Tuvixeddu assume tali riferimenti come strumenti di interpretazione piuttosto che come modelli formali. Il museo viene così concepito non come edificio autonomo, ma come infrastruttura urbana e istituzione civile, capace di ricostruire le relazioni tra paesaggio, archeologia, città e spazio pubblico attraverso un'unica strategia