AutoriGianmarco Chiri, Giacomo Casu, Maria Cuccu, Alessandro Raffa, Elisabetta Sanna

CoautoriMarlea De Simone, Gianmarco Almarez, Gaia Moro, Michela Madeddu

AteneoPolitecnico di Torino

Anno2026

Necropolis / Acropolis

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CFP Cagliari – Limen. Una porta per l’area archeologica di Tuvixeddu a Cagliari
01. Necropolis / Acropolis. Vista a volo d'uccello e planimetria di progetto

1. Tesi / Ipotesi

Il progetto assume Tuvixeddu come luogo di soglia, insieme acropoli e necropoli: altura esposta alla città e all’orizzonte lagunare di Santa Gilla, ma anche corpo scavato, profondo, attraversato da cavità funerarie, memorie ctonie e ferite della modernità estrattiva. La tesi è che, in un sito segnato da discontinuità storiche, morfologiche e simboliche, l’architettura non debba operare come ricomposizione pacificata, né come semplice dispositivo di valorizzazione archeologica, ma come pratica critica capace di trasformare fratture, vuoti e margini in strumenti di conoscenza e trasformazione. Il progetto verifica questa ipotesi attraverso il concetto di limen come soglia abitabile. La porta per Tuvixeddu non è quindi un oggetto architettonico in sé concluso, ma un sistema di spazi che mette in relazione città, colle, necropoli, cava e paesaggio. Il rapporto tra forma e luogo si costruisce a partire dalla natura stratificata del sito; il rapporto con i riferimenti agisce come costellazione interpretativa e non come modello da imitare; il programma viene assunto come occasione per trasformare accesso, archivio, museo, ricerca e abitare in dispositivi architettonici, tra soglie, incisioni, ascese, distanze e risonanze. La forma del progetto assume così il rapporto tra superficie e profondità, luce e ombra, città dei vivi e città dei morti come campo generativo. L’ipotesi generale è che il progetto architettonico possa produrre conoscenza quando accetta il conflitto come materia e trasforma il vuoto da esito traumatico in sequenza spaziale, pubblica e simbolica.

02. Padiglione fenicio-punico / Soglia dell'esperienza. Interno

2. Descrizione

A Tuvixeddu il progetto nasce dal riconoscimento di una condizione doppia. Il colle è acropoli, perché appartiene alla quota, alla luce, alla visibilità urbana e all’orizzonte lagunare; ma è anche necropoli, perché custodisce nella profondità tombe fenicio-puniche, cavità e memorie ctonie. Questa duplice natura non è opposizione, ma tensione generativa. Il progetto non cancella le fratture accumulate nel tempo né restituisce al sito un’immagine pacificata: assume il palinsesto di Tuvixeddu come materia viva. Il simbolo dell’ureo, presente nell’omonima tomba punica, incarna questa condizione. Appartiene alla cavità e all’oscurità della terra, ma porta con sé una forza solare, frontale, vigile. Custodisce e rivela, protegge e accompagna, tiene insieme morte e rinascita, profondità e luce. Il progetto interiorizza questa postura ureica e la traduce in una strategia dello stare sul limite: attraversare ciò che è interrotto, far emergere senza semplificare, custodire senza immobilizzare. L’azione del cavare, da cui deriva il nome stesso di Tuvixeddu, attraversa la storia del colle: dalle tombe punico-romane alle cave medievali, dagli scavi archeologici all’industria moderna. Cava e necropoli condividono una stessa condizione: aprire la terra, produrre vuoti, portare alla luce ciò che era nascosto. Le trasformazioni moderne hanno lacerato l’antica topografia, ma hanno anche rivelato la resistenza dell’antico. Il progetto trasforma la frattura in soglia, il margine in dialogo con la città, il vuoto in esperienza del sito. La porta è un sistema diffuso di dispositivi: passaggi, rampe, muri, piattaforme, piani sospesi, incisioni, volumi e sequenze di luce. Non è un edificio isolato, ma un’architettura-limen che accompagna il movimento tra città, colle e paesaggio, tra superficie e profondità, memoria archeologica e vita contemporanea. Orienta senza imporre, custodisce senza chiudere. Il "Padiglione fenicio-punico/soglia dell'esperienza" è il punto di massima condensazione simbolica: un corpo calcareo che introduce alla profondità della necropoli. Le cavità della copertura diventano pozzi di luce, evocano l’impronta perduta delle tombe e trasformano l’ingresso in rito di soglia. Il pavimento porpora richiama la memoria fenicia e una dimensione iniziatica della conoscenza. Il "Canyon/Archivio delle memorie" nasce nella ferita della cava. Il progetto non colma il vuoto: lo abita come soglia profonda. Tra due muri calcarei il corpo avanza come in una trincea; sopra, passerelle e tagli di cielo aprono la vertigine dell’emersione. Il "Canyon/Archivio" accoglie memorie disperse, registri e tracce civili. La cava diventa custodia, la profondità conoscenza, l’archivio paesaggio attraversabile. Il "Telaio/Infrastruttura di conoscenza" è bordo abitato tra strada, parco e città: si svuota dove incontra la collina e si addensa in stanze per ricerca, cultura e saperi. L’"Anello acropolitano" si posa su Tuvumannu come risarcimento della quota perduta: una corona bianca, sospesa, che accoglie l’abitare studentesco come nuova vita sulla sommità mutilata. Al centro, un giardino di roccia, alberi e spazi comuni; da qui i percorsi ricuciono quote e parti urbane. Nel suo insieme, il progetto lavora per soglie e non per oggetti. L’architettura non sutura le fratture, ma le rende leggibili; non musealizza la rovina, ma la riattiva come esperienza.

03. Anello acropolitano / Abitare universitario
04. Telaio / Infrastruttura di conoscenza
05. Canyon / Archivio delle memorie
06. Padiglione fenicio-punico / Soglia dell'esperienza

3. Metodologia

La metodologia fa leva sulla dimensione transdisciplinare e multiscalare del progetto di architettura. Tuvixeddu non viene affrontato come semplice area archeologica, né come tema urbano circoscritto, ma come sistema complesso in cui interagiscono archeologia, geologia, morfologia urbana, paesaggio, memoria, infrastrutture, pratiche di conservazione e usi contemporanei. Il progetto assume questa pluralità non come sfondo analitico, ma come materia operativa: ogni scelta architettonica nasce dall’intersezione tra scale diverse, dalla cavità funeraria alla sezione del colle, dal margine urbano alla relazione territoriale con Santa Gilla. Il processo progettuale si è organizzato attraverso una sequenza di passaggi teorici e operativi. In primo luogo, il sito è stato letto come palinsesto stratificato, riconoscendo nelle tracce archeologiche, nelle ferite della cava, nelle differenze di quota, nei vuoti, nei percorsi esistenti e negli affacci paesaggistici non elementi separati, ma parti di un unico campo di trasformazione. In secondo luogo, questa lettura è stata tradotta in categorie progettuali: soglia, scavo, vuoto, emersione, attraversamento, custodia, distanza e risonanza. Tali categorie hanno orientato la costruzione della soluzione, consentendo di trasformare le discontinuità del sito in dispositivi spaziali. La sezione ha assunto un ruolo centrale come strumento di conoscenza e di progetto. Attraversare graficamente la massa del colle ha permesso di mettere in relazione superficie e sottosuolo, luce e ombra, acropoli e necropoli, città e paesaggio. Disegni, modelli, cartografie interpretative, strumenti digitali e analogici sono stati impiegati non come semplici mezzi di rappresentazione, ma come dispositivi di ricerca progettuale: strumenti per verificare relazioni, misurare dislivelli, riconoscere soglie, costruire scenari spaziali e controllare il rapporto tra gesto architettonico e materia del luogo. Le tecniche generative e l’intelligenza artificiale sono intervenute come supporti critici e prefigurativi, utili ad ampliare il campo delle ipotesi e a mettere alla prova configurazioni alternative, senza sostituire il giudizio compositivo. Il progetto si è così definito attraverso un movimento continuo tra interpretazione e figurazione, tra lettura del sito e costruzione della forma, tra analisi stratigrafica e decisione architettonica. Il posizionamento metodologico consiste nel considerare il progetto non solo come risposta a un programma, ma come modalità di produzione di conoscenza condivisibile. L’architettura diventa qui un dispositivo critico capace di rendere leggibili relazioni latenti, di riarticolare saperi diversi e di trasformare memoria, conflitto e discontinuità in spazio pubblico attraversabile. In questo senso, la metodologia non vale soltanto per Tuvixeddu, ma può orientare altre esperienze progettuali in contesti stratificati, feriti o complessi, dove il progetto è chiamato non a risolvere il conflitto, ma a renderlo abitabile.

4. Riferimenti teorici

Il progetto attinge a una costellazione di riferimenti interni ed esterni alla disciplina, assumendo Tuvixeddu come luogo in cui saperi diversi si condensano in forma architettonica. Archeologia, geologia, heritage studies, memory studies, antropologia e geografia non costituiscono apparati preliminari, ma materiali attivi del progetto, intrecciati alla tradizione italiana degli studi morfologici e alla letteratura sulla soglia come spazio abitabile. André Corboz orienta la lettura del sito come palinsesto territoriale, superficie continuamente riscritta da tempi, usi e conflitti differenti. Tim Ingold consente di interpretare il colle come intreccio di linee, traiettorie e pratiche di attraversamento. Da Latour deriva l’idea di Tuvixeddu come campo relazionale, in cui roccia, tombe, cava, città, archivi e dispositivi di progetto agiscono insieme e chiedono di essere riarticolati dall’architettura. Joseph Brodskij, con l’idea dei luoghi in cui “la geografia provoca la storia”, offre una chiave decisiva per leggere Tuvixeddu come sito in cui forma del suolo, cavità, quote, affacci e materia geologica sono agenti di lunga durata. Accanto a questi riferimenti, il progetto convoca figure più interne alla cultura architettonica: le sperimentazioni di Superstudio sul Monumento Continuo, sul rapporto tra segno, territorio e astrazione; le Carceri d’invenzione di Giovanni Battista Piranesi come esplorazione della profondità, del vuoto, della sezione e dell’archeologia d’invenzione; il Columbarium Habitable di Brodsky e Utkin come immaginario di memoria abitabile; Lebbeus Woods come pratica della frattura e della ricostruzione critica; Carmelo Baglivo per il rapporto tra forma, struttura, vuoto e antico. In questa cornice, i riferimenti non compongono un repertorio da citare, ma una costellazione operativa: frammenti di saperi, sperimentazioni disciplinari, figure già inscritte nel palinsesto locale. Il progetto li attraversa, li scompone e li ricompone, traducendoli in una soglia architettonica molteplice.