AutoriAdriana Bernieri, Francesca Coppolino, Ludovica Marinaro, Vincenzo Valentino, Miriana Benincasa, Erminia Barone, Ludovica Grillo, Alejandro Infantes
AteneoUniversità degli Studi di Napoli Federico II
Anno2026
Tra Gé e Ctòn. Architetture della terra per il parco di Tuvixeddu
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Tesi / Ipotesi
Il progetto interpreta il sistema dei colli di Tuvixeddu e Tuvumannu come una grande "architettura geologica unitaria", esito della lunga interazione tra morfologia, archeologia, attività estrattive, vegetazione e acqua. Due questioni ne orientano l'impostazione. La prima riguarda la necessità di leggere architettura e paesaggio come esito di lunghi processi di scavo, sedimentazione e metamorfosi della terra, tuttora in atto. Misurarsi con questa continua trasformazione significa assumere il carattere dinamico del paesaggio come fondamento stesso del progetto. L'indagine assume così una natura indiziaria: non introduce una nuova struttura, ma rende nuovamente leggibili le relazioni profonde che continuano a generare questo paesaggio, riconnettendole alla vita contemporanea. Seguendo questa visione diventa necessario indagare la natura doppia della terra, evocata dalla cultura greca, ovvero i dispositivi di connessione tra Gé e Ctòn, tra il mondo sotterraneo, oscuro e cavernoso, e la superficie luminosa e visibile, esposta alla luce del sole.
La seconda questione, connessa alla prima, declina il tema della “porta” non come un varco di accesso unico ma come sistema di soglie molteplici e interconnesse. La “porta” urbana è il parco stesso, nella sua unitarietà, che accoglie e fa muovere al suo interno diversi flussi, divenendo contestualmente parco archeologico, di quartiere, belvedere e attrezzatura culturale. Un luogo della memoria e uno spazio pubblico quotidiano. Si propone un’idea di “multi-soglia”: un sistema di soglie rivelatrici dei luoghi, capace di ricucire le relazioni tra Tuvixeddu e Tuvumannu, il sistema ambientale di Santa Gilla e le diverse condizioni del paesaggio. Ogni frammento di “terra” viene dotato di accessibilità autonoma, attraverso il recupero dei percorsi, l’inserimento di scambiatori di quote, il riutilizzo e la riconfigurazione di architetture esistenti.
A partire da queste premesse, il progetto lavora con la porosità dell’intero parco, operando sul rapporto tra forme e luoghi con diversi livelli di modificazione. Ogni “soglia” diventa un nodo di indagine per la relazione tra materie e livelli diversi, tra stratificazioni di tempi, lavorando sul rapporto tra natura e artificio e approdando ad una nuova materia ibrida in cui è il concetto di confine (tra il sopra e il sotto, tra le parti, tra Gé e Ctòn) a sfumare.
2. Descrizione
Il progetto rivela il parco di Tuvixeddu come naturale “cerniera urbana” tra la trasversale dei parchi, il centro storico e la città alta, attraverso la definizione di un sistema integrato in cui l’architettura della terra diviene lo strumento per la fruizione del paesaggio.
La lettura del paesaggio tra geologia, archeologia e frammenti di città rileva come questa “architettura geologica unitaria” venga in realtà percepita per “frammenti” di terra, tenuti insieme da due bordi di diversa natura. Il bordo “archeologico” a sud è caratterizzato da una cortina compatta, resti frammentati e stretti percorsi, attualmente chiusi. Il bordo a nord è incompiuto e escluso dalle dinamiche urbane.
L’interpretazione dei luoghi ha guidato la definizione della strategia generale e del programma e l’individuazione dei nodi progettuali. Lungo i bordi si aprono due accessi principali; nella parte centrale è presente un nodo di smistamento. I dispositivi introdotti accolgono diverse funzioni, configurando il parco come infrastruttura di connessione e laboratorio urbano.
Dal punto di vista compositivo, sulla traccia della necropoli, l’idea progettuale per la definizione delle soglie multiple si basa su azioni di scavo e deposito assumendo il vuoto come principio generativo e traducendosi in movimenti di terra coerenti con la memoria del luogo. Anche in termini di rappresentazione, le architetture così immaginate assumono caratteri di “porosità”, secondo le diverse specificazioni di soglie, come “brecce”, “estrusioni” e “nuovi suoli”. Le brecce rappresentano percorsi ipogei che consentono la connessione orizzontale tra diverse zolle. Le “estrusioni” sono elementi architettonici volti a evidenziare i passaggi di quota: nell’area centrale è realizzato un dispositivo di connessione verticale tra sotto e sopra. In contrappunto alla necropoli, i “nuovi suoli” costituiscono il piano ipogeo della vita contemporanea che accoglie funzioni museali, educative, di ricerca e sperimentazione e crea i due nodi di accesso principali. In quello sud è inserito un nuovo edificio i cui patii richiamo le vicine tombe e che ospita spazi espositivi, il museo della città, gli atelier archeologici, il centro di formazione, i laboratori temporanei, l’auditorium. Quello a nord ospita l’archivio, il digital e il community hub, legando, attraverso il Canyon, Tuvixeddu a Tuvumannu con una sequenza di spazi ipogei.
3. Metodologia
La metodologia è connessa all’ipotesi progettuale e ad un “posizionamento” che pone al centro il progetto come strumento di conoscenza dei luoghi e delle loro potenzialità trasformative.
Assumendo, con Anne Whiston Spirn, il paesaggio come esito di processi naturali e antropici in continua evoluzione, la conoscenza dei luoghi si fonda sull’interpretazione delle relazioni che li strutturano e delle dinamiche che continuano a trasformarli.
La soluzione proposta costituisce l’esito di un processo articolato nei seguenti passaggi: la conoscenza dei luoghi ha consentito, grazie al lavoro di mappatura e di ridisegno, di giungere ad una interpretazione precisa dell’area; la relazione con riferimenti teorici e progettuali, nell’ambito di specifiche linee di ricerca, ha sollecitato un inquadramento critico; l’individuazione di modalità di azione ha consentito di formalizzare le proposte coerentemente con i presupposti individuati, attraverso una continua indagine e verifica progettuale.
L’idea di “architettura geologica” stessa conduce ad un metodo basato sul “paradigma indiziario” (Carlo Ginzburg): il progetto assume un ruolo disvelatore e, seguendo le tracce lasciate da indizi e frammenti, costruisce una lettura progettuale capace di rendere visibili relazioni che una prima osservazione non consente di riconoscere. Si richiama la sua natura “tentativa”, nel senso attribuito da Giancarlo De Carlo: un processo aperto, fondato su una continua successione di azioni e retroazioni che mettono in relazione le diverse scale del progetto, consentendo una verifica costante delle ipotesi.
In questo quadro, il progetto è pertanto un innesco: da un lato costruisce nuovi strumenti di conoscenza e interpretazione della realtà, dall’altro sperimenta possibili dispositivi di trasformazione della stessa. A partire dalla definizione di alcuni obiettivi – la definizione di una maglia relazionale di connessioni dai bordi perimetrali dell’area; l’esaltazione della struttura paesaggistica del luogo attraverso la caratterizzazione identitaria delle parti; la configurazione di alcuni nodi di riferimento dal punto di vista architettonico e funzionale – le categorie di intervento sono state definite in termini architettonici attraverso gli strumenti della comprensione dello stato di fatto e secondo criteri di continuità delle trame della storia, di integrazione del progetto nel paesaggio geologico, di introduzione di nuove configurazioni dello spazio pubblico.
4. Riferimenti teorici
L’esperimento progettuale si inserisce nell’ambito di ricerche a cui gli autori hanno preso parte. Si fa riferimento alla ricerca del WP4 nel PE5 Changes sui temi del rapporto tra patrimonio archeologico e progetto (“Il paesaggio vulcanico come patrimonio dei Campi Flegrei”) e agli studi sul rapporto tra rischio, paesaggio e geologia nell’ambito del PRIN TEArch (“Verso un’architettura terrestre. Strategie di convivenza e cura”, coord. P. Miano). Tali ricerche si collocano in un articolato quadro teorico che attraversa diversi ambiti disciplinari: il rapporto tra architettura e geografia; le relazioni tra geologia, archeologia e paesaggio; il ruolo della cartografia come dispositivo interpretativo e progettuale.
Un riferimento teorico fondamentale è “Gaia e Ctonia” di G. Agamben: l’autore ricostruisce la genealogia dei due nomi della terra Gé e Ctòn mettendone in evidenza la reciproca dipendenza. Nella stessa direzione si collocano le riflessioni di F. Farinelli in “Geografia. Un'introduzione ai modelli del mondo”, che evidenzia la rimozione della dimensione ctonia nella tradizione occidentale.
Sul concetto di “architettura geologica”, un riferimento è costituito da “Dell'informe. Piccola filosofia pratica per l'architettura. Vol. 2. Assemblaggi” di M. Navarra. Il volume indaga le implicazioni teoriche e operative dell’interpretazione dell’architettura come processo di sedimentazione geologica tra materiali, tempi e forme eterogenee. Al concetto di “architettura geologica”, nel progetto si affianca quello di “architettura terrestre”, esplorato nell'ambito del progetto PRIN TEArch e nel volume “Verso un’architettura terrestre. Riflessioni teoriche ed esplorazioni progettuali”, dove si indaga il rapporto tra architettura, terra e processi geologici, contribuendo a definire nuove categorie interpretative e operative per il progetto contemporaneo.
In questa direzione si collocano anche le ricerche sul progetto di paesaggio come dispositivo di interpretazione e rigenerazione della struttura profonda sviluppate sul Parco di San Jacopo (Pt) e della ricerca InterregEuroMed Co2 PACMAN (Marinaro et al.).
“Terra Forma” di F. Aït-Touati, A. Arènes e A. Grégoire con B. Latour, è il riferimento sulla costruzione di dispositivi cartografici alternativi, capaci di rappresentare simultaneamente suolo e sottosuolo, processi ecologici e dinamiche antropiche, superando la concezione di semplice strumento descrittivo e attribuendole un ruolo attivo nella costruzione del progetto.