AutoriMichele Giovanni Caja

CoautoriMartina Camesasca, Roberto Falciola, Nicola Librici, Leonardo Morelli

AteneoPolitecnico di Milano

Anno2025

Urbs in mari. Progetto per una nuova biblioteca per Genova

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Genova – Memoria Maris. Il quartiere della Diga Duca di Galliera

1. Descrizione

È grazie al processo analogico che è possibile associare architetture lontane nel tempo e nello spazio. La possibilità di libere associazioni – sulla base di processi immaginativi e intuizioni istantanee che vanno oltre la razionalità della logica tradizionale – scardina il tradizionale rapporto forma-funzione ascrivibile ai principi del Moderno. Non è tanto la funzione, quanto la forma intesa nella sua autonomia a definire la possibilità di individuare analogie, somiglianze ed elementi comuni tra architetture legate a luoghi distanti geograficamente e cronologicamente. La capacità dell’immaginazione come forma mentis dell’architetto è stata teorizzata da Oswald Mathias Ungers come procedimento compositivo che ritrova, attraverso immagini, metafore e analogie (Ungers 1976) i suoi fondamenti nella morfologia delle piante descritta da Johann W. von Goethe. Rispetto al processo analogico – assunto da Aldo Rossi come strumento mnemotecnico per costruire collage di riferimenti a scale differenti, da riproporre in forma paratattica come parti ed elementi riconoscibili – in quello morfologico si assiste ad una vera e propria trasformazione degli exempla originari tale da modificare l’Urtyp – come la molteplicità delle specie esistenti rispetto alla Urpflanze originaria– in forme contraddistinte da caratteri particolari, definiti in relazione alla specificità di un luogo. Così Ungers scriveva a proposito:
“Così come dal seme, dalla pianta originaria come l’intendeva Goethe, si manifestano forze e stati sempre nuovi, si producono serie tipologiche, così anche l’idea di tipologia va intesa come idea della trasformazione, della varietà, del mutamento in un decorso continuo. Tema centrale non è il tipo in sé, ma la successione di tipi, le trasformazioni e il vano manifestarsi di un unico tipo.” (Ungers, 1985)

Il transfert come metodo progettuale
Inteso come tecnica di tipo analogico, il transfert è stato praticato da esponenti del Moderno radicale, come Mies e Hilberseimer quando, in maniera visionaria, trapiantavano modelli nuovi, come edifici lineari, ad H e a torre, all’interno del contesto storico di Berlino. In questa operazione nuove tipologie edilizie venivano innestate all’interno del tessuto ottocentesco della Friedrichstadt berlinese, riscattandone la sua aura storica – come raccontata da Walter Benjamin – con una nuova immagine di modernità legata alla città americana. Fritz Neumeyer ha scritto di questi progetti visionari per Berlino degli anni Venti come ultimo tentativo razionale di salvare il corpo malato degli isolati storici, saturatisi nel corso del tempo, attraverso un vero e proprio trapianto chirurgico di nuovi impianti insediativi, fondati su una diversa idea di città (Neumeyer 1990). Non è un caso che sia proprio questa tecnica del trapianto che utilizzerà Rem Koolhaas nella proposta di Exodus per il centro storico londinese, dove l’immagine del doppio muro berlinese – da lui ammirato come autonoma architettura – si associa a quella del monumento continuo di Superstudio per delimitare una zona franca intermedia in cui i prigionieri della città preesistente possano fuggire.

La dimensione territoriale
Ciò che accomuna tali visioni utopiche elaborate dalle avanguardie e neoavanguardie del secolo scorso è la possibilità di operare a una nuova scala rispetto a quella della città storica tradizionale, fondata sulla scala dell’isolato e del parcellario. Questa nuova dimensione territoriale del progetto architettonico – come teorizzata da Vittorio Gregotti e che lo avvicina a coeve esperienze della land-art americana (Gregotti 1966) – si spiega secondo un duplice intento: da un lato, come proposto dagli esponenti radicali dal Moderno, sostituire secondo il principio della tabula rasa porzioni malate di città con nuove idee di città che presuppongono differenti forme di abitare; dall’altro, delimitare lo sviluppo indiscriminato della città contemporanea con grandi manufatti lineari estesi a scala territoriale – dal piano Obus di Le Corbusier per Algeri sino al Corviale di Mario Fiorentino o al Biscione di Daneri per Genova. Sono questi i progetti a cui si riferiscono idealmente alcune esperienze recenti – che alla No-Stop City (Archizoom) contrappongono la Stop City (Dogma) – intente a rifondare l’autonomia della forma urbana contro lo sprawl privo di regole della città contemporanea. A partire da queste proposte il nostro progetto si è voluto confrontare con la scala dell’intera città, estendendo gli assi principali che regolano la conformazione della diga al di là del bacino portuale, sino a confrontarsi con il tessuto compatto della città storica. La situazione territoriale dell’area di progetto definisce la sua dimensione lineare e isolata.

Tra utopia e disincanto
Da queste considerazioni – il transfert analogico e la scala territoriale – si è mossa la prima idea del nostro progetto. Lo spunto iniziale trova ragione nella particolarità dell’area, che rievoca in senso analogico quelle esperienze di edifici a grande scala che, nonostante tutto, non smettono di affascinare ancora oggi per la forza della loro carica utopica. Dall’altro, tuttavia, rilegge queste stesse esperienze con occhio critico, alla luce del parziale fallimento di queste utopie all’interno della città attuale, che spesse si sono trasformate in vere e proprie distopie.
Tra utopia e disincanto – come ben ha riletto Claudio Magris le storie, le speranze e le illusioni del Moderno nell’ambito letterario (Magris 2001) – questi interventi possono essere richiamati alla memoria grazie all’analogia che evoca il sito di progetto – l’impianto lineare allungato quasi per un chilometro di lunghezza completamente isolato in mezzo al mare – pur rimanendo consapevoli dei rischi che questi stessi esempi comportano dal punto di vista della loro ricaduta sul paesaggio marittimo e l’ambiente circostante.
È a partire da questo aspetto – la condizione pressoché inaccessibile dell’area di progetto – che ci si è a lungo chiesti se fosse questo il luogo ideale per una proposta concreta di un progetto che, seppur teorico, cercasse di mantenere un certo grado di fattibilità, ma anche di credibilità rispetto alle nobili intenzioni del bando di spostare qui i depositi di tutti i volumi cartacei delle biblioteche universitarie genovesi, per impedire una loro futura smaterializzazione alla dimensione puramente digitale.

Il montaggio tipologico
A partire da queste considerazioni il nostro progetto ha voluto rifarsi al tipo della Galleria – che nei secoli si è definito come elemento autonomo in cui conservare ed esporre opere rare di natura figurativa e libraria – trasponendolo secondo un’operazione di montaggio analogico sul sito definito dal bando – la porzione della vecchia diga foranea che verrà preservata in vista della nuova in costruzione nel porto di Genova. Da qui i modelli noti di gallerie della storia – come la Galleria degli Antichi di Sabbioneta o altri esempi del Rinascimento italiano e francese trattati con teutonica sistematicità da Wolfram Prinz (Prinz 1988) – sono stati il primo, più semplice e ovvio riferimento a cui abbiamo pensato. Un riferimento ripensato nella sua dimensione archetipica, secondo forme semplificate e depurate del loro apparato rappresentativo, legato all’epoca in cui sono sorti i vari esempi, che si è provato letteralmente a montare sulla vista storica della diga in costruzione. In questa operazione si è voluto citare quasi letteralmente la tecnica del montaggio che – diversamente dal carattere frammentario del collage, come ben sviscerata da Martino Stierli a proposito del Moderno e delle sue diverse forme di rappresentare lo spazio della città (Stierli 2018) – cerca di ricostruire una unità tra le parti, qui intesa come un frammento di monumento continuo, ma praticabile al suo interno.

Progettare in sezione
È nella sezione che si spiega la prima idea di progetto, inteso come struttura leggera, allo stesso tempo autonoma e strettamente legata al sito. Il piano orizzontale della diga serve da fondamenta della nuova impalcatura seriale di pilastri, sotto i quali si preserva la passeggiata a filo mare aperta verso la città e protetta dalle onde dell’alto mare dalla massiccia muratura di protezione. Oltre questa si apre il triplice ordine di balconate panoramiche, pensate come le gallerie aperte di una nave attraccata lungo il molo. Lo sviluppo del progetto prevede un piano terra aperto praticabile a sezione quadrata, con cerchio iscritto, e una sequenza di quattro piani, ciascuno corrispondente a metà cerchio, in cui l’ultimo resta aperto a creare una terrazza continua terminale, protetta dai muri di contenimento con aperture, ed esteso fino all’altezza massima consentita di 30 metri dal livello del mare.

L’iter ideativo del progetto
Nello sviluppo del progetto si è tenuto conto del programma funzionale posto dal bando, in particolare suddiviso in due parti. Da una parte il deposito dei libri, che prevede un numero consistente di volumi (pari a 1/1,3 milioni), dall’altra i servizi aggiuntivi (le postazioni per il prelievo e restituzione libri; i locali di consultazione e studio; la sala digitalizzazione e conservazione digitale; il laboratorio restauro manoscritti; magazzini beni interesse storico; gli spazi workshop e seminari; gli uffici di gestione e catalogazione).
Da qui si è ripensato al sistema dei depositi librari come uno zoccolo compatto di tre piani serviti da gallerie, su cui si sviluppa la struttura allungata degli altri spazi richiesti, conclusi da una torre terminale.
In una altra versione dei depositi, si è ripartiti da Boullèe, la cui struttura gradonata è stata pensata come soluzione per i depositi, addossati al muro della massicciata e rivolti verso la città.

La soluzione finale del progetto
È da questo spunto che si è giunti alla soluzione finale per gli spazi dei depositi, in cui le gradonate sono state ruotate di 90 gradi, disponendosi parallelamente alla diga a creare un sistema di piani speculari, secondo l’esempio della Humboldt Bibliothek di Max Dudler a Berlino.
Il progetto finale si compone di un’alternanza di corpi alti e corpi bassi, a creare una sorta di palazzata rivolta verso la città. Anche qui vengono alla memoria innumerevoli riferimenti, dalla palazzata di Samonà a Messina, al fronte porto di Le Havre di Perret o quello di Pouillon a Marsiglia. Ma anche alla fitta sequenza di palazzi che proprio qui a Genova trova il suo prototipo nella Strada Nuova e nella versione di villa in forma di palazzo nella vicina Sampierdarena.
Rispetto all’iniziale andamento continuo lineare, nella sua definizione finale il progetto si compone di un’alternanza di due tipi. Nei corpi alti, veri e propri palazzi dall’impianto allungato, cui si trovano gli archivi librari. Ciascuno di questi è pensato come destinato ad un “ambito” specifico del patrimonio librario (discipline umanistiche, tecniche, scientifiche, etc.) con archivio e spazi di lettura e studio. Nei corpi bassi si trovano invece gli ingressi con gli spazi di consegna e ritiro dei volumi, i laboratori di restauro, i laboratori di digitalizzazione e tutti gli altri spazi richiesti dal bando.
Per raggiungere la biblioteca dalla città si prevede di utilizzare gli approdi principali esistenti, mentre un altro sistema di nuovi moli è previsto per la mobilità interna tra un corpo e l’altro, in corrispondenza degli ingressi principali dei corpi alti posti sui lati dei volumi lineari.
La torre terminale, pensata da un punto di vista compositivo come elemento conclusivo dell’impianto lineare, è pensata come belvedere panoramico da cui osservare la città e il mare aperto.

2. Riferimenti teorici

Gregotti, Vittorio, Il territorio dell’architettura. Milano: Feltrinelli, 1966.
Magris, Claudio, Utopia e disincanto. Storie, speranze, illusioni del moderno. Milano: Garzanti, 2001.
Neumeyer, Fritz, “OMA’s Berlin: The Polemic Island in the City”, Assemblage, n. 11, aprile 1990: 36-53.
Prinz, Wolfram, Galleria. Storia e tipologia di uno spazio architettonico, a cura di Claudia Cieri Via. Modena: Panini, 1988.
Rossi, Aldo, “La città analoga”, in Lotus, n.13, dicembre 1976: 4-7.
Stierli, Martino, Montage and the Metropolis. Architecture, modernity and the representation of space. New Haven/London: Yale University Press, 2018.
Ungers, Oswald Mathias, “Designing and Thinking in Images, Metaphors and Analogies”, in Man trans-Forms. New York: Cooper-Hewitt Museum, 1976: 98-113.
Ungers, Oswald Mathias, “Pensare in termini tipologici”, in Dieci opinioni sul tipo, «Casabella», n. 509-510, gennaio-febbraio 1985.