AutoriDario Costi

AteneoUniversità degli Studi di Parma

Anno2023

Vita della rovina

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Napoli – MD’O. Archeologia urbana e Mostra d’Oltremare

1. Tesi / Ipotesi

Il progetto assume la rovina archeologica non come frammento inerte e nostalgico, ma come matrice dinamica per la rigenerazione della città contemporanea. L’ipotesi fondativa sostiene che, attraverso un’architettura di relazioni capace di operare a diverse scale (dalla quota urbana allo spazio dell'esposizione), sia possibile ricucire la frattura tra la stratificazione storica e la città attuale. Nel contesto delle Terme Romane di via Terracina, la ricomposizione delle relazioni tra patrimonio archeologico, polo universitario e tessuto urbano trasforma la rovina in un dispositivo spaziale ed emozionale attivo, restituendo alla comunità luoghi carichi di valore testimoniale e valore d'uso.

2. Descrizione

Napoli è la città della convivenza impassibile. I ruderi greci sussistono accanto a quelli medievali, il gotico arriva a toccare il rinascimento, il barocco si scontra con il neoclassico, l’ecclettismo urta contro il moderno. Le collisioni sono epocali e discrete. Il loro fragore incombe sulla città e ne diventa il silenzio.
(Vittorio Magnago Lampugnani, Napoli sospesa)

Il progetto trova nel luogo tutti gli elementi per la sua definizione costituendosi come un’architettura di relazioni che legge i segni della storia reinventando le forme potenziali delle geometrie originarie, dei volumi possibili dell’archeologia. Immagina una reinterpretazione contemporanea delle forme perdute che metta in valore le spazialità originarie.
La proposta è composta da tre azioni.
La prima è di natura urbana. È la ricucitura dei rapporti e dei collegamenti attraverso il lavoro sulle quote che ha messo in luce la possibilità di legare attraverso percorsi protetti i livelli dell’archeologia e della città attuale, dai ruderi della Masseria San Giuseppe, passando per i laboratori del Politecnico, fino al piano delle Terme Romane affacciate su via Terracina.
La seconda azione è di scala architettonica e riguarda l’introduzione di nuove forme contemporanee che orientano lo spazio recuperato e rimettono a disposizione della città luoghi dotati di un grande valore testimoniale e dal ritrovato potenziale per la comunità.
La terza azione riguarda la valorizzazione della rovina come esperienza emozionale attraverso innesti di elementi materici che reinterpretano i segni del passato in forma poetica. I volumi sospesi, che vengono posizionati in corrispondenza dei luoghi più significativi delle tipologie architettoniche, trasfigurano la spazialità originaria riproponendo la dimensione andata perduta attraverso una rilettura delle forme archetipe - la pianta centrale, la stanza, la doppia corte - in una misura che in parte è riconducibile alla dimensione originaria.
Dalla quota attuale di via Terracina il progetto immagina di recuperare il livello archeologico grazie all’inserimento di un sistema di collegamenti verticali che si inseriscono tra i segni ancora conservati delle terme, della strada romana e della città contemporanea. Sul fronte meridionale dello scavo, tra l’antica via romana e la vasca navale dell’Università progettata da Luigi Cosenza, posizionando l’attacco a terra alla quota archeologica, si inserisce un nuovo edificio che prende forma dalla giacitura della rovina risolvendo una serie di questioni di ricucitura delle quote sui vari livelli, ospitando i servizi museali e gli spazi di accoglienza. L’impianto planimetrico di questo volume deriva dal disegno di suolo e dalle relazioni tra le parti – quelle visive e quelle dei percorsi – e si basa su un sistema di arretramenti e fondali che ospitano il movimento delle persone e l’osservazione del comparto museale, da punti ed altezze differenti in forma adattiva e seconda.
L’ingresso alle terme è segnalato dalla presenza di una serie di volumi sospesi al di sopra dei muri storici che vanno a comporre nuove centralità per l’allestimento dei reperti scultorei coperti ma lasciati all‘aria aperta. Queste nuove presenze sono state corrotte per consentire una proiezione controllata della luce zenitale affinché il gioco delle forme classiche incise origini un rapporto mirato tra luce e materia che guida il posizionamento degli oggetti esposti.
Il tema della percezione indirizza la circolazione interna. Il dialogo tra forme antiche e nuove trasfigurazioni accompagna l’immersione nell’archeologia orientando la sequenza dei percorsi espositivi.
L’accesso dalla strada principale interna conduce al fondale curvilineo dell’ingresso dove il progetto immagina di posizionare un luogo informativo e di accoglienza che introduce ad una sequenza di spazi a reazione poetica, una successione di stanze a cielo aperto e ambiti intermedi di argomentazione tra le soglie.
Questa strategia progettuale sviluppa la capacità dell’architettura storica di offrirsi come matrice di sintesi tra tipologia e topologia. Questa dialettica è il motore delle grandi architetture. Se tipologia vuol dire discorso intorno al tipo ed è relativa all’organizzazione dello spazio, topologia significa discorso intorno al luogo ed è le capacità di adesione al contesto che lavora sulle relazioni che, rispetto alle strade, ai dislivelli, alle rotazioni e alle giaciture, si concretizzano per dare forma all’architettura. La proposta ragiona sulla vitalità potenziale di questa dinamica, esaltando i fatti tipologici a geometria conclusa in nuovi volumi e mettendoli in relazione con il luogo.
L’ingresso avviene in uno spazio a doppia corte, un sistema di muri sospesi sostenuto da un numero ridotto di appoggi perimetrali che ricuciono le murature interrotte e da due colonne di vetro posizionate dove erano per rievocare la presenza – dando anche un contributo statico alla struttura- e riproporre il diaframma intermedio che dava separazione ai due spazi. L’interno di questa doppia corte coperta è pensato come un paramento dove poter ospitare proiezioni, istallazioni e grandi opere di artisti contemporanei che possano reinterpretare la memoria del linguaggio decorativo di questi grandi complessi storici come avvenuto al Palazzo Ducale di Venezia con le istallazioni di Anselm Kiefer.
Le stanze che seguono questo primo momento sono una successione di luoghi dove coperti geometrici sospesi e bucati in maniera irregolare, vengono sostenuti da supporti asimmetrici. Questi diventano i luoghi privilegiati dentro i quali allestire il patrimonio scultoreo storico e le opere dei grandi maestri che hanno saputo leggere e reinterpretare la rovina, su tutti il fotografo napoletano Mimmo Jodice.
Questo lavoro sull’ evocazione delle forme perdute e sulla riattivazione di un dialogo tra rovina e trasfigurazione della memoria architettonica degli spazi trova un linguaggio comune nel tono della materia, nell’ immersione nei segni del tempo e nell’apertura di svuotamenti asimmetrici pensati per far entrare la luce naturale al centro delle scene espositive. Tutto questo rappresenta per noi il senso del lavoro sull’archeologia che non è solo patrimonio da recuperare ma è anche stimolo per una riflessione sulla limitatezza dell’esperienza sensibile dell’essere umano e delle aspirazioni dell’architettura.
Tutto è corrotto, tutto è archeologia come riconoscimento di una condizione esistenziale che contamina l’architettura. Anche Claudio Parmiggiani d’altro canto con la sua arte descrive il senso tragico dell’esistenza. Il progetto da forma ad un sistema di rimandi all’architettura perduta nella consapevolezza dell’impossibilità di una sua ricomposizione apollinea e perfetta.
L’aspirazione alle forme assolute si adatta ad una realtà crollata, ricomposta e corrotta da incisioni imperfette. Il senso profondo di questa scelta è quello di mettere in scena la condizione delicata della tensione impossibile verso la perfezione dello spazio grazie all’archeologia, da cui far emergere tutto il vissuto di una struttura morta.

3. Metodologia

La ricerca adotta la metodologia del Progetto Urbano Strategico, fondata su un approccio sistemico e multi-scalare che integra la lettura strutturale del contesto con azioni progettuali mirate e interconnesse. Il metodo si articola in tre livelli operativi:

Dimensione urbana e topografica: ricucitura dei dislivelli per legare la quota archeologica alla città contemporanea e ai laboratori del Politecnico mediante percorsi protetti;

Dimensione architettonica e compositiva: introduzione di volumi funzionali conformati sulle giaciture dello scavo, fondati sulla dialettica tra tipologia e topologia;

Dimensione poetica ed emozionale: inserimento di elementi sospesi che reinterpretano le forme archetipe (pianta centrale, stanza, doppia corte), integrando luce, materia e patrimonio archeologico.

4. Riferimenti teorici

Il quadro teorico assume come riferimento fondante il volume Architettura delle relazioni di Dario Costi e le ricerche sviluppate presso l'Università di Parma sul Progetto Urbano Strategico. In tale prospettiva, la composizione non è un fatto formale isolato, ma la costruzione strutturata di relazioni tra spazio pubblico, morfologia, memoria e comunità. Questo approccio consente di leggere il palinsesto archeologico napoletano come campo relazionale aperto, in cui l'innesto contemporaneo riattiva il luogo. Si affiancano a ciò la lettura di V. M. Lampugnani sulle stratificazioni e collisioni urbane, la teoria compositiva sulla dialettica tra tipologia e topologia, e i contributi artistici (C. Parmiggiani, M. Jodice, A. Kiefer) che interpretano la rovina come condizione esistenziale e sensibile.