AutoriFabrizia Berlingieri, Federico Casati, Josè Cherem Serur, Levan Eloshvili, Lucia La Giusa, Francesca Monteleone, Hector PeÑa Gonzalez
AteneoPolitecnico di Milano
Anno2024
Differenziale minimo
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
La vallata della Conca, situata nel rione di Porta Sant’Angelo a nord est del centro storico di Perugia, è stretta tra due artefatti lineari, l’acquedotto e le mura medievali, che lo caratterizzano come un interno, un’area di transizione tra la più recente espansione urbana ad ovest delle mura e il centro storico sul lato opposto. Il dato di costrizione spaziale si rilegge nella sua stessa condizione orografica, distribuita su terrazzamenti e declivi che costringono lo sguardo in visioni parziali, condizionate dai differenti livelli sui quali la città premoderna e poi la cittadella universitaria si sono ancorate. La compressione di questi due fronti – quello costruito del campus e l’altro più naturalistico della collina del rione di Porta Sant’Anna – non ha sfogo neanche nella direzione trasversale est-ovest dove la stessa valle si restringe e sale nuovamente verso il centro urbano. Linearità e piani orizzontali raccontano il lavorio continuo di addomesticamento del dato naturale in quest’area, punteggiata ai bordi da alcune emergenze storico-architettoniche: il Palazzo Murena su disegno di Luigi Vanvitelli – metà sostruzione e metà architettura, il romitorio francescano a nord che segna il cambio di direzione delle mura medievali verso la chiesa di San Michele Arcangelo e più in là il complesso monastico di Monteripido. Ancora dalla parte opposta, l’oratorio di San Bernardino nello spazio vago di un pianoro che guarda più in là alle mura etrusche, e infine all’acquedotto. Al centro, in basso, il Macello segna l’ingresso dalla Porta della Conca testimoniando la graduale conquista dell’area all’acquitrino. Il tema del terrazzamento è, in effetti, una tacita costante anche nei progetti più recenti di sviluppo della cittadella universitaria tra il 1948 e il 1975 ad opera dell’architetto e ingegnere Giuseppe Nicolosi che, oltre a confermare l’adagiarsi altimetrico del costruito sulle diverse terrazze come pause esterne dei nuovi muri abitati, definisce con chiarezza il volto materico, in laterizio, di questo nuovo brano della città.
In tale configurazione composita ed articolata, il progetto interviene come differenziale minimo dello stato di fatto, e con un rimando esplicito alle due persistenze morfologiche – i terrazzamenti, appunto, e gli artefatti lineari con le proprie concrezioni. La sua articolazione è data dall’innesto di tre figure nello spazio residuale dell’esistente: una passerella pedonale aerea – il ponte; un elemento distributivo – la torre; una sequenza di spazi esterni – il sistema delle piazze. Nel loro dialogo esse costruiscono un progetto di spazi esterni, essendo la loro funzione sostanzialmente legata alla gestione dei flussi e riducendo volontariamente al minimo l’introduzione di ulteriori elementi nel costruito. La prima figura, il ponte, è una passerella aerea di 1,50 metri di larghezza – con sezione pari a quella degli altri due elementi lineari – sospesa a 15 metri dalla quota della piazza principale, e rappresenta il principale elemento di connessione, la spina che governa e organizza l’intero impianto progettuale. L’attraversamento si innesta in un vuoto storicamente definito dalle testimonianze cartografiche del XIX e XX secolo, che registrano la suddivisione degli orti e degli appezzamenti agricoli prima e le giaciture insediative poi. Il nuovo corpo si snoda per una lunghezza di circa 200 metri e collega la quota inferiore dei giardini di Palazzo Murena e dell’Aula Magna con la risalita pedonale che dalla Conca si inerpica verso la collina e la chiesa soprastante, ricucendo i due versanti e instaurando relazioni dirette tra i poli dipartimentali. La passerella si aggancia al tessuto urbano con dispositivi diversi. Dopo l’innesto sul muro dei giardini, una colonna-scala vi si avvolge attorno e permette di accedervi direttamente dalla via dell’Elce di sotto. Al centro un portale segna il ritmo degli appoggi nel grande vuoto della piazza, tra la torre e il giardino, per poi arrivare ad una terrazza in quota sull’altro versante. Dalla terrazza, infine, sfiocca un doppio percorso pedonale. Il primo, che passa in mezzo al bosco, è ipotizzato in base alla cartografia del 1955, il secondo affianca il muro storico esistente e conduce alla porta del complesso universitario sul lato sud, l’Arco dell’Università, per poi risalire verso un secondo affaccio posto in sommità della collina con un rimando visivo e indiretto tra il Dipartimento di Filosofia, Scienze Umane, Sociali e della Formazione e il nucleo principale dei Dipartimenti e del Rettorato. Il secondo elemento della torre si affianca al corpo basso della mensa intercettando la passerella pedonale e specchiandone la direzione per il secondo tratto. L’edificio, con una sagoma stretta e che contiene esclusivamente un sistema di scale ed ascensori, sale dal suolo per rendersi visibile nella vallata circostante quale nuovo punto di riferimento, un elemento diafano che dal basso corpo dei servizi permette l’accesso diretto al ponte, aprendosi con una loggia sull’ultimo livello. Alla base, la mensa viene parzialmente demolita e soggetta ad una riconfigurazione funzionale dei livelli esistenti. Pur mantenendo intatto l’ingombro del primo interrato che ospita ora i parcheggi, il volume è tagliato per i due livelli successivi e rifasciato in un corpo rettangolare senza eccezioni ospitando una mensa al piano seminterrato e uno spazio di studio aperto e ombreggiato a quello superiore con affaccio verso la vallata e collegato a terra con una rampa esterna. La copertura ospita i campi sportivi per gli studenti dialogando così anch’esso con il sistema delle piazze alle quote inferiori. La torre appare all’esterno con un telaio regolare in calcestruzzo, chiuso su tre lati, aperto solo in sommità e nell’aggancio con la passerella pedonale, diventando esso stesso un terzo punto di appoggio. Il ponte articola la nuova configurazione dello spazio pubblico in due ambienti correlati: le tre piazze, che caratterizzano il progetto di modellazione del suolo, e l’ingresso ai Dipartimenti di Economia e Scienze Politiche legati in un’unica struttura spaziale di vuoti attraverso alcune semplici azioni di ripavimentazione, riconfigurazione del parcheggio esistente e abbattimento della recinzione esterna.
Il sistema delle piazze, la terza figura di progetto, dà spazio all’esigenza di una nuova centralità pubblica nell’area, un luogo di incontro e socialità per gli studenti articolato su due quote principali. La prima, al piano seminterrato della mensa, inscrive sulla sagoma originaria dell’edificio un patio che dilata lo spazio interno. Questo è un grande bacino di raccolta stagionale delle acque meteoriche, si inonda nella stagione invernale e diventa suolo minerale nelle stagioni più calde, raccordando la mensa alla quota superiore della piazza principale attraverso un’ampia gradonata, mentre una rampa circolare ne caratterizza plasticamente l’invaso. Alla quota superiore, sotto il ponte, lo spazio esterno si caratterizza di altri due elementi: il campo e il podio. Il campo è un grande prato punteggiato da rade alberature ad alto fusto, è concepito come una “piscina ribaltata” che mantiene fissa la sua quota dialogando con le minime pendenze presenti nell’area e raccogliendo le acque piovane con un sistema di pozzo a raso collegato al patio sottostante. È uno spazio semplice, aperto e multifunzionale per gli studenti e la comunità. Alla stessa quota, di fronte ai Dipartimenti di Fisica e Biologia, vi è il terzo spazio verde attrezzato – il podio – che interpreta il gioco dei dislivelli presenti attraverso una rampa e una gradonata con un percorso ascensionale verso un piccolo spazio ombreggiato, insieme verde e minerale. Il gioco di quota esistente nell’area lo colloca alla stessa altezza del campo, instaurando un legame visivo e di continuità con il sistema dei vuoti, un corollario di giardini sulla scorta di quelli esistenti e caratterizzati da modalità di fruizione diverse e complementari. Dall’altro lato del ponte, il cortile riconfigura lo spazio di ingresso ai Dipartimenti attraverso l’utilizzo di una pavimentazione verde ibrida che permette di mantenerne una vocazione pubblica.
“Poche e semplici cose” ridefiniscono un luogo già molto strutturato e incardinato nella costrizione di una complessa orografia antropica, dove l’intenzione progettuale di riconnessione delle diverse aree della cittadella universitaria si manifesta nella ricerca di un intervento minimo. Un progetto che accoglie lo stato esistente con le sue sbavature e lo rimodella senza eclatanti rivoluzioni. Un intervento silenzioso di infrastrutture architettoniche e di ricucitura urbana.