AutoriFrancesco Costanzo, Gaspare Oliva, Michele Pellino, Giorgio Mastantuono, Sara Piccolo, Simona Puca, Lucia Tartaglione

AteneoUniversità degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli"

Anno2024

Figure architettoniche ed elementi per l’area della conca a Perugia

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Perugia – Studium 2030. La città degli studenti

1. Descrizione

La formazione urbana di Perugia - stabilita inesorabilmente dalla costituzione geografica – restituisce la natura tentacolare della sua forma, dettata dai pianori in sommità e dai crinali. Da ciò discende che le aree vallive comprese tra i crinali abbiano sempre presentato i caratteri prevalenti di naturalità e definito i principali luoghi di accesso urbano. Questa condizione – che fa ricadere Perugia in una particolare categoria di città multidirezionata dalla varietà orografica come ben rappresenta la cartografia storica (pensiamo alla pianta topografica della città di Perugia che Bofondi disegna nel 1851) – è il punto di avvio per il ragionamento sul progetto per l’area della Conca. Un’area valliva che si presenta con dei limiti fissati dal doppio sistema delle murazioni (etrusca e medioevale), con una fondazione recente (quella della città universitaria, avviata da Nicolosi a partire dal secondo Dopoguerra) e da un sistema di architetture che, ponendosi come emergenze puntuali e presidi (il Palazzo Murena, la grande Aula dell’Università, la chiesa di San Francesco al Prato), si determinano per fronteggiarsi a distanza. Eppure tutti questi elementi sembrano confermare – attraverso la logica fondativa dei terrazzamenti, la scelta delle posizioni dei grandi manufatti - che l’area della Conca abbia un carattere dettato dalla contrapposizione dei due versanti – teatro e contro-teatro – in cui i due piani geografici inclinati continuano a rivendicare la significatività della presenza della natura.
I due versanti mettono in scena una grande diversità. Il profondo intervento di costruzione che ha interessato il versante nord, con l’edificazione dei Dipartimenti Universitari e il Mattatoio, descrive un modo di interpretare il piano inclinato attraverso grandi sbancamenti e scalettamenti, una “discretizzazione” dell’inclinata naturale per via architettonica che ha avuto il vantaggio di ridurre l’impatto delle volumetrie architettoniche rilevanti trasferendo quest’impatto alla forma del suolo. E quest’area caratterizzata da questo modo per “forza di levare” trova in sommità il grande edificio vanvitelliano del Murena – oggi sede del Rettorato – che si forma per “via di porre”, con sostruzioni che consentono la conquista di nuovi piani che così diventano podi elevati che innalzano la mole architettonica.
A questa perentorietà della fondazione architettonica che connota il versante settentrionale, con le diverse ma tutte ardimentose azioni di livellamento, trova contraltare la naturalità del piano inclinato del versante sud, la cui sommità è tutta
segnata dalla forma continua delle murature che invece interpretano le isoipse, al pari dei limiti a mare delle città d’acqua.
Rispetto al tema del collegamento – per le nuove risalite o connessioni pedonali verso le aree universitarie a nord (Rettorato) e a sud (San Francesco al Prato) - si è pensato, partendo da queste condizioni del sito, che il modo per connettere i due versanti non fosse quella di una grande infrastruttura di trasversalità – pensiamo che l’unicum dell’acquedotto del XIII secolo debba rimanere tale. Il collegamento potrebbe invece risolversi con un modo più lieve ma comunque capace di rafforzare le relazioni tra elementi che si fronteggiano sui due versanti, relazioni che devono continuare a basarsi sulla logica del distanziamento. Alcune di queste nuove architetture che giacciono sul versante sud - vere e proprie macchine per risolvere, anche solo per tratti, il sistema delle risalite - vengono così opportunamente “figurate” e disposte. Come detto, i due piani inclinati geografici continuano a rivendicare la significatività della presenza della natura. Così, il tema della nuova piazza nella porzione a valle della città universitaria (con tutte le sue specifiche funzionali: area di parcheggio ridotta, stazioni di car sharing e bike sharing…) riguarda il modo con cui il riaffermare il valore della presenza naturale del versante settentrionale sia determinato attraverso l’analoga perentorietà che ha caratterizzato la storia del versante, come successione di piani terrazzati, come sequenza di piani orizzontali istitutivi di nuovi modi di costruzione e formalizzazione del versante. Così il grande spazio a valle ora adibito a parcheggio è sì naturalizzato, ma questa base naturale agisce su un plateaux che è esso stesso architettura, e come tale si mostra come grande elemento architettonico. Un piano che non aderisce al suolo oggi esistente, ma che da esso si stacca per isolarsi e per definire una grande spazialità interna a sviluppo orizzontale (evocando la vastità degli spazi infrastrutturali, delle giganti stanze ipogee…). Un modo per costituire il piano di natura (un piano architettonico determinante spazialità interne sotto di sé e superiormente ricoperto dal suolo vegetale) che non ha la pretesa di essere invenzione, di mirare ad una originalità della soluzione, ma che pensiamo corrisponda alla forma del versante per come è stata definita dalle vicende della costruzione urbana dell’area della Conca. Questo plateaux – vassoio infrastrutturale che regge la natura – diventa dunque il piano della collettività universitaria, piazza della “città degli studenti”, elemento e forma che tiene insieme le diverse architetture dipartimentali e che le precede dalla strada di accesso a sud (via Pascoli). Come vedremo poi, l’innalzamento della quota di circa 3,5 metri rispetto al piano attuale della piazza rimodula il peso degli alti edifici che lo contornano, risolvendo il loro attacco al suolo – con una prevalenza del pieno dei fronti al pian terreno dovuto alla presenza delle aule gradonate – che appare alquanto inadeguato.
I modi con cui questo nuovo elemento architettonico-naturale sia accessibile e sia percepito dalla strada a sud (via San Galigano-via Pascoli, che ribatte la linea valliva e che è anche uno degli accessi della città) determina i criteri per affrontare il tema della demolizione e ricostruzione dell’edificio della mensa (con l’aggiunta di altri servizi o residenze per studenti e docenti). Si premette che il progetto pensa ad una nuova architettura di servizio per l’Università, mentre si crede che il tema della residenza non debba essere risolto all’interno di quest’area che, avendo una vocazione fortemente pubblica, non sembra ammettere l’immissione di modi e caratteri propri dell’abitazione. Così il progetto propone un’architettura che parte dalla lettura del sistema delle grandi sostruzioni che agisce sull’area e del dispositivo di conformazione di questa particolare architettura sostruttiva, come avviene emblematicamente negli edifici dipartimentali del Nicolosi (disposti lungo le spezzate artificiali di sostegno del suolo, questi si conformano come mere figure longitudinali lievemente distaccate dai grandi costoni). Dunque il progetto per la nuova mensa e servizi non fa che riprendere la “forma data” delle paratìe esistenti (alte circa 8 metri) e costituisce un esile manufatto longitudinale su più livelli, dai caratteri muti verso la strada e, attraverso un unico, gigante pan de verre, interamente rivolto verso la profonda, umbratile intercapedine generata dalla tensione tra opera preesistente dell’ingegneria ed il nuovo manufatto architettonico. A questa “stecca” si aggiunge una piastra che aderisce alla rettangolare figura planimetrica della fondazione, architettura che sviluppa spazi più vasti (per la mensa, o per altri luoghi collettivi) che riscattano le limitazioni dimensionali della ridotta profondità dell’edificio longitudinale.
Le architetture per le residenze sono pensate come l’occasione per definire un sistema di risalite sul versante sud, con una configurazione articolata di elementi puntuali (esili torri con ascensori) e lineari (ballatoi). L’intera costruzione formale di questa parte – dettata da logiche di disposizione e commisurazione dei “punti” e delle “linee” - si riferisce alla determinazione di una stretta relazione con le architetture del versante contrapposto e la configurazione deriva dalla proiezione delle giaciture e delle metriche del Palazzo vanvitelliano del Murena.
Il plateaux è una figura distaccata di 3 metri dalle architetture esistenti ed è sostenuto da setti a “C” di figura quadrata. In corrispondenza di queste figure avviene l’erosione del piano che così consente la presenza di alte alberature che affondano le proprie radici nell’attuale piano di campagna. Si pensa infatti che il plateaux verde non sia solo una superficie vegetale, ma debba porsi come spazio alberato, garantendo così sufficienti aree d’ombra. Questi patii garantiscono l’areazione e una seppur lieve illuminazione dello spazio ipogeo. Questo spazio – vasto ma di altezza limitata (2,5/3 metri) è pensato per funzioni tecniche (parcheggi, depositi, spazi specialistici ed usi oggi non prevedibili).
Il progetto prevede, in corrispondenza dei singoli Dipartimenti, un sistema di piattaforme atriali – come piano di pietra che anticipa l’edificio e media i rapporti con la grande superficie del plateaux verde. Lievemente sollevati rispetto al piano vegetale, sotto queste piattaforme si trovano spazi a campata unica per la didattica e la ricerca. L’edificio per la mensa e servizi è pensato come luogo di accesso alla piazza, definito dalla prima di una serie di grandi pensiline che la pendenza del suolo rende ad altezza variabile. Il mantenimento di cinque colonne di 8 metri restituiscono la condizione costruttiva del precedente edificio della mensa. Nella sua parte “a piastra” l’edificio garantisce una molteplicità di usi. L’accesso avviene raggiungendo la copertura vegetale di questa piastra che si connette così al plateaux verde.
Il collegamento tra i due versanti avviene risolvendo in alcuni tratti i dislivelli esistenti. Un sistema fatto con diversi punti di stazione a diverse quote e che consente il raggiungimento della strada perimetrale di via San Francesco, connettendo così il Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione e il complesso di San Francesco al Parto (oggi auditorium). Le residenze sono costituite da un blocco lineare con 24 alloggi doppi su tre livelli, che aderisce formalmente a questa macchina dei collegamenti.
La relazione e il coordinamento del progetto sono di Francesco Costanzo.

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