AutoriMarco Ferrari, Elisabetta Bertolotto
AteneoUniversità Iuav di Venezia
Anno2024
Figure della modificazione
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
Cominceremo da Perugia,
in cui davvero si respirano la grazia,
la gentilezza, ed una specie di dolcezza morale
come sciolta nell’aria
(Guido Piovene, Viaggio in Italia)
Collocando l’area oggetto di lavoro in un quadro spaziale più ampio, è evidente come la questione posta dalla call – immaginare una nuova idea di città degli studenti – debba obbligatoriamente confrontarsi con il riconoscimento dello straordinario rapporto che a Perugia, come e più che in altri centri storici italiani, si è instaurato tra artificio e natura, tra storia e geografia. Un rapporto che s’invera in quella forma stellare del suo cuore medioevale dove le dorsali dei borghi si alternano a profonde gole verdi; ma anche un rapporto che proprio nell’area degli insediamenti universitari della Conca, per come la città moderna si è indifferentemente sovraimposta alle precedenti logiche insediative, appare oggi fortemente indebolito. E ciò malgrado le sapienti sperimentazioni di un architetto come Nicolosi e il suo uso di un “altro Moderno”.
Condizioni come quella appena descritta rendono evidente quanto, al di là dell’emergere di nuovi temi e in primis di quelli legati agli aspetti ambientali, il confronto con il luogo, inteso come struttura morfologica (con tutta la ricchezza di significato che questo termine racchiude), costituisca tutt’ora una base indispensabile per il progetto d’architettura, la cui bontà si misurerà ancora – come sempre ricordava Vittorio Gregotti – sulla «qualità della modificazione che esso induce» e, perciò, sulla capacità di rivelare, attraverso la sintesi di cui la forma è portatrice, sia i caratteri costitutivi del contesto, sia le relazioni che con esso si vogliono stabilire. Tutto questo – potremmo aggiungere qui – anche a costo di rinunciare all’unitarietà del progetto stesso e anche a costo di accettare, fino il fondo, lo scomodo confronto con l’“impurità” e la “povertà” di ciò che esiste. D’altronde, commentava una volta Antonio Tabucchi, «parlare, e soprattutto scrivere [per noi disegnare e soprattutto progettare], è sempre un modo di venire a patti con la mancanza di senso della vita». Partendo da queste premesse il nostro operare si fa più complesso (in termini di contenuti e ambizioni), ma allo stesso tempo più semplice: improvvisamente le scelte trovano infatti una guida sicura e i grovigli di figure che tracciamo sulla carta appaiono dotarsi di una precisa necessità.
Il progetto
Mappe e altri documenti evidenziano come l’area della Conca si presentasse, almeno fino alla fine dell’Ottocento, con i caratteri di un ampio spazio libero da costruzioni (il più vasto tra quelli interni alle mura medioevali), occupato da orti e coltivazioni e strutturalmente legato a quella forma stellare della città che si è già evocata. Oggi la situazione è molto diversa, tuttavia la memoria di una pausa verde nel denso tessuto dei crinali permane nella presenza dei giardini alla base di Palazzo Murena, della fitta vegetazione che occupa il pendio verso San Francesco al Prato, dei grandi alberi di via Pascoli e di quelli che fronteggiano l’edificio del Dipartimento di Economia, i quali, tutti assieme e seppur per frammenti, suggeriscono ancora l’esistenza di un più esteso sistema paesaggistico-ambientale. È allora chiaro come l’attuale mensa e il piazzale alle sue spalle rappresentino non solo un’architettura infelice e uno spazio pubblico privo di qualità, ma, soprattutto, un’ulteriore drastica ferita in quel sistema. Ricomporlo e rafforzarlo, dando allo stesso tempo nuovo senso all’articolato insieme di edifici e spazi aperti che formano oggi la cittadella universitaria, è stato allora il principale obbiettivo del progetto. Per questa ragione, assieme alla totale rimozione del parcheggio (50 posti auto sono ricollocati su due livelli interrati sfruttando il pendio di via Pascoli per l’ingresso e l’uscita), si propone la completa ricostruzione della mensa in un corpo di fabbrica, allungato ma più compatto, capace di ridefinire l’invaso di fondovalle – come si dirà meglio più avanti – preservando la presenza del grande vuoto. E, sempre per questa ragione, lo stesso piazzale è stato immaginato, prima di tutto, come uno spazio in prevalenza verde: una piazza-giardino, un luogo ibrido dove però il giardino (qui vera e propria “terza natura”, per usare la nota classificazione di Jonh Dixon Hunt, che temporalmente si sovrappone alla “seconda”, quella dello spazio coltivato) non rappresenta solo una semplice area piantumata all’interno di uno spazio minerale, come avviene in tanti pur nobilissimi esempi della tradizione italiana ed europea. Qui il giardino è la piazza, si dissolve in essa (e viceversa), ne è immagine e contenuto (forse un giardino-piazza?). Così le alberature già presenti si propagano all’intera superfice secondo un accrescimento centrifugo che ricorda certi meccanismi di riproduzione biologici; allo stesso tempo, la nuova pavimentazione (che potrebbe anche essere sostituita da ghiaia o terra battuta) è punteggiata da grandi aiuole circolari con funzione di rain garden diffusi.
Ma se il passaggio a giardino può apparire semplice, meno scontato è trasformare in piazza un luogo privo di disegno che è chiaramente il risultato di risposte parziali, date in tempi diversi, a istanze puramente funzionali. Al rafforzamento dell’idea di piazza si legano dunque due precise azioni del progetto: la ridefinizione dell’attacco a terra degli edifici universitari esistenti e quella del bordo ovest dell’attuale piazzale.
Nel primo caso è evidente come i volumi con le sedi dei Dipartimenti di Fisica e Geologia, Matematica ed Economia siano privi di un vero rapporto con lo spazio pubblico antistante. Un rapporto che si riduce ad accessi troppo puntuali ed è ostacolato da continue differenze altimetriche tra interno ed esterno. Ciò che si propone è allora l’adeguamento delle quote della nuova piazza-giardino (quantomeno nella sua parte ovest) e la ridefinizione dell’attacco a terra dei corpi di fabbrica esistenti con l’inserimento di un’articolata pensilina (anch’essa verde, seppure non praticabile) sotto la quale trovano posto gli stessi ingressi, i parcheggi per bici e moto e una successione di spazi attraverso i quali l’università si apre alla città: sale studio fruibili per 24 ore al giorno, aule per lezioni aperte, il green office, una libreria, un info-point e la club house per gli studenti. Una struttura lunga quasi 150 metri, il cui profilo mistilineo enfatizza il rapporto con la piazza-giardino e le sue grandi alberature.
Quello del bordo ovest è un problema diverso, ma non meno evidente. Oggi infatti, da quel lato, lo spazio aperto si arresta timidamente contro il basso volume della mensa e la successione di piastre appena emergenti alle spalle dell’ex-Mattatoio. In questo senso ci è parso logico che fosse proprio la nuova mensa a ridefinire il fondale della piazza-giardino. Di più: si è immaginato di rafforzare tale fondale con la presenza di una “struttura cava”, aperta ma coperta, capace di offrire un grande spazio collettivo d’incontro (per gli studenti e non solo). Una loggia urbana contemporanea – memoria delle tante strutture presenti nelle nostre città medioevali, compresa la stessa Perugia – che anticipa il volume della mensa, offrendo riparo anche alle risalite dal parcheggio pubblico. Sorretta da una trave reticolare di 56 metri e da un unico pilastro a “V” centrale, essa appare alla stregua di un volume sospeso in un equilibrio logico ma instabile, evidente ma fragile. Questo è infatti reso possibile dalla presenza di quattro ulteriori travi reticolari, ortogonali alla principale, che però si rivelano solo dall’interno della loggia stessa.
Ancorate al corpo della retrostante mensa, queste ultime ne ritmano l’organizzazione planimetrica, articolandone il lungo e stretto spazio che la caratterizza.
La mensa vera e propria si sviluppa su due piani: quello della piazza, con un ambiente unitario attrezzato con smart food lockers (per consentirne un uso largamente flessibile negli orari) e quello a -1, dove sono ospitate le cucine e un più tradizionale self-service. Al livello della piazza, aperto sulla loggia, vi è anche il bar-caffetteria, mentre al piano superiore un’ulteriore sala è utilizzabile sia come ristorante (per pranzi riservati), sia come luogo per feste e altri eventi. Al piano -2, accessibile da via Pascoli, trovano posto i locali di servizio, i depositi, gli spazi di carico e scarico e impiantistici.
L’ultimo tema affrontato dal progetto è quello dei collegamenti con le altre aree universitarie a nord e sud. La soluzione proposta individua nell’edificio trapezoidale, testata del corpo del Dipartimento di Economia, un nodo strategico nel nuovo sistema di relazioni. Così esso viene completamente ridisegnato nelle forme di una piccola torre (anch’essa una “struttura cava” o, meglio, parzialmente cava) capace di accogliere sia una nuova scalinata, sia un sistema di ascensori che consentono di muoversi agevolmente tra la quota dei Giardini del Rettorato e quella della nuova piazza-giardino. Agli ultimi due livelli è ricollocata la grande aula a gradoni esistente, mentre al piano terra e secondo trovano posto le sale della nuova club house. La copertura si configura invece come un piccolo teatrino-belvedere sospeso sopra la piazza-giardino e rivolto a sud, verso il profilo della città storica. Infine, dal primo livello, posto a +5 metri e completamente svuotato, si stacca una lunga passarella che, attraversando via Pascoli, si connette a mezza quota al percorso pedonale verso San Francesco al Prato. Da qui è possibile continuare la risalita a piedi fino al Portale dell’Università, oppure scegliere un percorso meccanizzato con scale mobili in galleria che, con una soluzione ormai usuale per la città, conduce fino alla terrazza-basamento sotto le due potenti “ali” di Palazzo Florenzi.