AutoriPaola Scala, Marella Santangelo, Maria Pia Amore, Francesco Casalbordino, Fabiola Cristalli, Maria Fierro, Mario Galterisi, Grazia Pota, Sara Riccardi

AteneoUniversità degli Studi di Napoli Federico II

Anno2024

SUR-FACE. Dispositivo geografico di riconnessione

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Perugia – Studium 2030. La città degli studenti

1. Descrizione

Nel costruire la propria risposta alla seconda call for project di Proarch, il nostro gruppo ha colto l’occasione per verificare, attraverso il progetto, alcune delle ipotesi di ricerca su cui da tempo lavoriamo; ipotesi sulla natura e sulla forma aperta dello spazio pubblico contemporaneo, ma anche sui diversi modi di interpretare i temi architettonici e urbani che nascono dalla relazione con i contesti di riferimento. Perugia è una città geografica. Si potrebbe obiettare che ogni città è caratterizzata dalla sua geografia ma, come ci insegnano Timgad e Djemila1, l’eccezione è l’esito dalla necessità della regola di adattarsi ai contesti, prima di tutto quelli fisici. La città geografica è dunque quella in cui il rapporto tra architettura e geografia definisce la nascita di forme urbane inedite e architetture specifiche. Nella geografia c’è una specificità capace di trasformare il “fatto urbano” in un “luogo” ovvero una «parte della superficie terrestre che non equivale a nessun’altra e che non può essere scambiata senza che tutto cambi.»2 Ma, come sottolinea Vicente Guallart, «la geografia è la scienza che si occupa di mappare i fenomeni fisici, economici e sociali del territorio. Si occupa di catene montuose, flussi commerciali e interazione sociale.»3 Nella città “geografica”, dunque, le architetture non rappresentano solo la concretizzazione dei valori di posizione che definiscono il carattere, la struttura e le relazioni fra luoghi, ma sono «dispositivi spaziali»4 disponibili alla variazione, strutture narrative della realtà fisica, economica e sociale nella quale si inseriscono5. Il concept del progetto per la call for project di Perugia è appunto quello di un dispositivo geografico, una sorta di “Palazzo Spuntatore” che, attraverso la creazione di un grande spazio pubblico unitario, consenta la riconnessione di tre diverse quote. La nuova struttura urbana si inserisce al posto della vecchia mensa ed è pensata come uno spazio in-between, tra la piazza e la strada ma anche e, soprattutto, come «spazio abitabile tra le cose»6. Il tema dello spazio pubblico inteso come in-between viene introdotto, forse per la prima volta, da Aldo Van Eyck e rimanda non tanto a una condizione fisica, quella di un’area residuale all’interno o ai margini di un tessuto urbano, ma in maniera molto più efficace a un concetto di spazio-evento, non caratterizzato da specifiche funzioni ma disponibile ad accogliere una pluralità di usi previsti e imprevisti. Questa tesi, che ha attraversato tutta la postmodernità, è oggi più che mai al centro del dibattito architettonico. Cristina Bianchetti, nel suo libro più recente ha scritto che «il corpo è canale di transito tra lo spazio e il progetto: il tramite con il quale il progetto manipola lo spazio»7 e dunque è necessario che l’architettura e l’urbanistica si concentrino sul progetto di spazi aperti, disponibili, vaghi.
Se però la ricerca teorica può accontentarsi di definire il carattere “prescrittivo” dello spazio della contemporaneità, il progetto (qualunque progetto) deve necessariamente misurarsi con la traduzione di quei caratteri in un’immagine, accettando il rischio di una loro possibile banalizzazione. Partendo da queste considerazioni, l’ipotesi sviluppata come risposta alla call for project di Perugia riparte da alcuni riferimenti che, a nostro avviso, meglio catturano il carattere di questo spazio pubblico contemporaneo. Non solo gli spazi in-between di Van Eyck ma anche le “Strade in aria” di Alison e Peter Smithson8, gli spazi pubblici della “Ville Cosmique” di Iannis Xenakis – espressione di una urbanistica più attenta alle esigenze e agli stili di vita che alla quadratura degli standard dove la geometria elementare veniva sostituita da una legge di ordinamento spaziale molto più aperto9– e, soprattutto, basata sul concetto di “Programmatic Instability”10 di Rem Koolhaas che in italiano potremmo tradurre con indeterminatezza programmatica11. È su questa intuizione che il maestro Olandese fonda alcuni dei suoi progetti più significativi, a partire da quello per il Parc de la Villette. Il concetto Programmatic Instability è alla base di un’idea di architettura non intesa come esito formale, ma piuttosto come un processo aperto che costruisce le condizioni per accogliere l’intreccio di flussi e usi che caratterizza la società contemporanea. Queste ipotesi sono figlie “minori” del pensiero moderno, del quale ereditano la fiducia cieca e incondizionata nelle potenzialità della tecnica su cui fondare un’idea di città globale, ma quello che maggiormente le accomuna e le rende in qualche modo pre-visionarie è il loro essere risposta critica al progetto duro dell’ultramodernismo e il loro porsi come ipotesi alternative a un’idea di “Architettura totalizzante e autonoma”. Non è un caso che molte delle ricerche più contemporanee sull’abitare collettivo (dalle investigazioni “informali” degli Urban Think-Tank ai progetti più patinati degli MVRDV) ripartano dai concetti di flessibilità e indeterminatezza che pongono al centro del ragionamento la differenza tra uomo tipo e individuo12. Provando a interpretare il concetto di Programmatic Instability, il progetto si costruisce attraverso un sistema di piattaforme e scatole che si sviluppano in uno spazio aperto posto al di sotto di una grande copertura che accoglie diversi possibili usi e, soprattutto, cerca di costruire relazioni plurali tra “corpi e spazio”. La posizione libera degli elementi architettonici consente una molteplicità di punti di vista, mentre la struttura delle connessioni verticali, (scale, lift ed elevetors) inserisce nello spazio una condizione di dinamicità.
Il progetto dello spazio pubblico comincia dalla piazza attraverso un disegno che raccoglie le diverse direzioni e riorganizza il sistema dei parcheggi e della mobilità dolce, realizzando un’area attrezzata che, se da un lato, continua con la piazza inclinata, realizzata sulla copertura della struttura di spazi che sostituisce l’edificio della mensa, dall’altro confluisce nello spazio aperto-coperto attraverso i primi due “vassoi”, rispettivamente alla quota 0,00 e a -1,00. La doppia curvatura della copertura consente alla piazza di articolarsi su di un doppio livello e di configurare due punti di vista opposti sul paesaggio circostante. Come si è detto, dalla piazza si accede, attraverso la scatola del bar, al primo vassoio a quota 0.00 collegato a quello sottostante da un sistema di scale mobili che arriva fino a quota -8,00. Da qui è possibile uscire direttamente su via Pascoli. Il piano terra (quota -8,00) è quindi caratterizzato da una grande piazza coperta dotata di una struttura a gradoni in diretta connessione con la scatola della mensa. Quest’ultima è organizzata a sua volta in due parti: quella funzionale e la vera e propria sala. La zona dedicata alla preparazione dei cibi è organizzata in base al doppio percorso dello sporco e del pulito, si sviluppa sul lato di via Pascoli, e ha la possibilità di un accesso indipendente riservato al personale e al carico e allo scarico merci. La cucina usufruisce inoltre di un piccolo cortile esterno ricavato nell’area di sedime del vecchio edificio. La sala è invece a diretto contatto con la piazza coperta e si organizza intorno a una corte interna nella quale è collocato uno degli ascensori che collega tutti i livelli. Il piano intermedio, a quota -4,20, è accessibile direttamente dalla parte alta di via Pascoli. Dalla strada si arriva a una seconda piazza coperta, il solaio di copertura della mensa, dalla quale è possibile accedere a un primo blocco di alloggi per studenti con affaccio su strada. Il ballatoio di distribuzione delle camere prospetta sul vuoto centrale attraverso una facciata caratterizzata da un’alternanza di pieni e di vuoti. Dall’altro lato della piazza è posizionata la scatola del green office, una struttura passante che riconnette il lato della mensa con quello delle piattaforme collegate dal sistema di scale mobili. La piazza è inoltre connessa al livello -8,00, da una scala lineare che disegna il prospetto interno verso via Pascoli e da due ascensori che la ricollegano anche alla piattaforma posta a quota -1,00. Quest’ultima è a sua volta incastrata da un lato dalla scatola della club-house, accessibile anche direttamente dall’esterno e dall’altro, dal secondo blocco di alloggi per studenti, anche esso caratterizzato dalla distribuzione ad hotel. Le camere in questo caso sfruttano la possibilità di doppia altezza consentita dalla falda che ricollega il blocco di alloggi alla piazza inclinata. Mentre infatti il nuovo blocco, rispetto alla piazza, si configura come un sistema di superfici diversamente inclinate, la facciata su via Pascoli è invece un vero e proprio prospetto che prova a tradurre la tecnologia a secco adottata in una struttura compositiva impostata sul modulo oggetto del pannello di finitura13.

2. Riferimenti teorici

1 Orfeo C. (2018), L’eccezione e la regola-Djemila e Timgad, Aion.

2 Farinelli F. (20023), Geografia, Einaudi, Torino, p. 38.

3 Guillart V. (2009), Geologics. Geography Information Architecture, ACTAR, Barcellona.

4 Cfr. Boeri S. (2001), “Notes for a Reasearch Programm” in Mutation, ACTAR, Barcellona.

5 Scala P. (2019), Dispositivi ibridi. Oltre l’idea di verticale e orizzontale, Techne n.17. pp.29-34.

6 Hertzberger H. (1991) Lessons for students in architecture, 010 Publisher, Rotterdam. Tr. it. Furnari M. (a cura di) (1996). Lezioni di architettura, Laterza, Roma-Bari.

7 Bianchetti C. (2020), Corpi tra spazio e progetto, Mimesis, Milano.

8 Smithson A., Smithson P. (2001), Golden Lane in The charged void. Architecture. Monacelli Press, New York.

9 Giannantonio R. (2021), L’Utopia urbana negli anni Sessanta. Iannis Xenakis e la Città Cosmica/ Urban Utopia in the 1960s. Iannis Xenakis and the Cosmic City. OPUS. Quaderno di storia architettura restauro disegno n. 5.

10 Koolhaas, R. (1989). I combine Architectural Specificity with Programmatic Instability. Telescope, Tokyo n.3.

11 Bilò F. (2014). Programma e spazio: note su un rapporto complesso, in Palma R., Ravagnati C. (a cura di), Atlante di Progettazione. CittàStudi, Venezia.

12 Scala P. (2022), Davide contro Golia. Il lotto O di Ponticelli, Napoli in CRIOS n. 24, pp.6-19.

13 Scala P. (2023) NON SOLO PELLE. Modulo oggetto e modulo misura nella composizione dell’involucro architettonico/NOT JUST SKINObject module and measure module in thecomposition of the architectural envelope in AGATHÓN n.14, pp. 96-105.