AutoriRenato Capozzi, Federica Visconti, Camillo Orfeo, Claudia Angarano, Oreste Lubrano, Claudia Sansò, Sonia Viscione

AteneoUniversità degli Studi di Napoli Federico II

Anno2024

TECTVM VRBANVM INTER LOCOS NATURALES

Tipologia
Edificio pubblico
Ambito
Composizione architettonica
Committenza
ProArch - Call for Project
Programma / Call / Bando CfP Perugia – Studium 2030. La città degli studenti

1. Descrizione

Bisogna che una volta [...] ci si renda conto di ciò che soprattutto manca alle nostre grandi città: luoghi silenziosi e spaziosi, di ampia estensione, per riflettere, luoghi con alte e lunghe gallerie, per il cattivo tempo o il troppo sole, dove non penetri il rumore delle carrozze e degli imbonitori costruzioni e giardini pubblici che nel loro complesso esprimano la sublimità del meditare e dell’appartarsi
(Friedrich Nietzsche, Die Fröhliche Wissenschaft - später mit dem Untertitel “la gaya scienza”, KSA 3, 1882)

Perugia, forma Urbis
Gli Etruschi fondarono i primi centri urbani dell’Italia Centro-settentrionale in un periodo in cui altre popolazioni, inclusi i Romani, vivevano ancora in semplici villaggi. Inizialmente le città etrusche, fondate in posizioni geograficamente strategiche, si svilupparono seguendo l’orografia del suolo mentre più tardi cominciarono ad adottare uno schema a scacchiera, ripreso dalle città greche. Perugia, il cui disegno urbano asseconda l’assetto geomorfologico dell’area su cui insiste, si sviluppa secondo un impianto cardo-decumanico, riassumendo, così, entrambe le modalità. L’articolazione della città in cinque rioni, che convergono in piazza IV Novembre, riflette questa necessità, avviatasi in epoca etrusca e riconfermatasi durante tutto il medioevo, di far coesistere natura ed artificio nel medesimo impianto urbano, razionalizzando, mediante l’azione antropica, una geografia pervasiva fatta di alture alternate a profonde conche. Partendo dal “foro”, si sono così sviluppate differenti strade di crinale protese verso quelli che, poi, sono diventati punti strategici della città dove allocare “elementi primari” che hanno determinato lo sviluppo di luoghi urbani a sé stanti, separati dagli altri da profonde forre. Da questa alternanza di elementi solidi – gli insediamenti – e spazi boschivi dai confini incerti – gli avvallamenti – è esitato un disegno della città molto più contemporaneo della sua origine, dove i grandi cunei naturali, alternati al costruito, ricordano la Gross-Berlin di Möhring, Eberstadt e Petersen del 1910. Proprio uno di questi “cunei” costituisce l’area di progetto, la Conca, compresa fra due insediamenti di crinale, quello che sale verso il centro cittadino partendo dal complesso di San Francesco al Prato e quello che ospita buona parte degli edifici dell’Ateneo perugino, mensa, Rettorato, Dipartimenti vari, intervallati da episodi architettonici di particolare pregio come il vanvitelliano Palazzo Murena.

Progetto urbano
L’idea di progetto ambisce a connettere le due parti di città sopra citate, come era già avvenuto mediante il preesistente asse dell’acquedotto, senza tuttavia stemperare, nella unitarietà del disegno proposto, le differenti identità dei due versanti: uno più boschivo e naturale, l’altro più materico e costruito. Come in un “gioco degli opposti”, procedendo da nord verso sud, a una piazza arborata – natura naturata – corrisponde una equivalente piazza coperta, minerale e diafana – intesa à-la Goethe come «una seconda natura, la quale corrisponde agli usi civili» – che, a sua volta, si affaccia, come un termine mediano, sia nella corte di progetto che sulla collina boschiva – natura naturans – dominata dal convento di San Francesco al Prato, collegandosi mediante un ponte alla parte acropolica e intercettando il passaggio che collega l’Aula Magna a Palazzo Murena. Pochi segni che rileggono antiche giaciture e polarità presenti nell’area a partire da un ruolo determinante affidato allo spazio aperto, sia esso naturale o artificiale, in un rinnovato rapporto tra la forma generale della città, determinata in larga misura dal suo sostrato, e le architetture urbane che ne presidiano i luoghi e ne misurano i caratteri distintivi e le grane.

Architetture e referenti
Se le scelte progettuali a scala urbana sottolineano questa sorta di chiasmo che si stabilisce fra i due diversi margini dell’invaso della Conca, il progetto, alla scala architettonica, si articola in più “pezzi”: la piazza coperta, il giardino nella corte e il ponte viadotto assumono espliciti riferimenti ad “architetture esatte” riaffermando come in architettura, come in tutte le arti poietiche, non vi sia mai una creatio ex nihilo ma sempre un confronto con una tradizione viva, con Mahler, per «custodire il fuoco e non [per] conservare le ceneri». Come chiarisce Igor Stravinskij in Poetica della musica, la tradizione, il retaggio inalienabile dell’architettura «è cosa ben diversa da un’abitudine […] si definisce in un’accezione consapevole e volontaria. Una vera tradizione non è la testimonianza di un passato concluso, ma una forza viva che anima e informa di sé il presente […] tutto ciò che non è tradizione è plagio. Lontanissima dall’implicare la ripetizione di quel che è stato [essa] presuppone la realtà di quel che dura […] si riannoda una tradizione per fare del nuovo».

La piazza coperta
La piazza coperta assume sincronicamente alcuni referenti espliciti: il tipo del tempio etrusco, l’ipostilo della Festhalle di Rugen di Tessenow, a sua volta riferibile al Thersilion di Megalopolis, e infine le Case sotto un tetto comune di Jože Plečnik.
Il tipo del tempio etrusco e poi romano, come è noto, si distingue da quello periptero greco per la presenza di un alto podio, preceduto da una scalinata frontale, in luogo del crepidoma perimetrale a tre gradi, evidenziando, così, una composizione assiale dell’edificio. Ne deriva un impianto di tipo prostilo che presenta una singolare bipartizione, già indagata da Vitruvio, in due parti significativamente distinte denominate pars antica – spazio coperto ma permeabile, realizzato in materiali deperibili – e pars postica – solida e materica, recinto sacro dove praticare il culto. Chiaramente discendente da questo impianto, il progetto della piazza coperta, del grande riparo urbano, si articola in un corpo che ospita gli alloggi per studenti/foresteria e in uno stereobate che contiene mensa, servizi quali palestra e mediateca, parcheggi interrati. La piazza coperta, come il tempio etrusco, prevede una bipartizione fra un avancorpo ipostilo e un elemento arretrato che, ancorato al terrazzamento-podio in travertino, costituisce una sorta di sostruzione al piano dell’invaso vallivo. Ulteriore exemplum convocato dal progetto è la Festhalle di Rugen, quale “litizzazione” di un bosco attraverso l’adozione dell’archetipo dell’ipostilo che progressivamente si dirada verso il centro decentrato, qui ri-sondato nelle corti aperte nel crepidoma massivo. Come nella contrapposizione delle colonne con la parte muraria del palcoscenico a Rugen, si propone ora la stessa dialettica tra la teoria ordinata e tettonica delle colonne e la streotomia declinata dal corpo trasversale degli alloggi-foresteria che fa da fondale alla piazza coperta e direziona lo sguardo sui due fronti aperti: quello verso la corte-giardino che assume la stessa metrica dispositiva delle colonne e quello verso il fianco della collina ove la natura si rende acclive e tumultuosa. Infine, ultimo intenzionale antecedente del riparo urbano è il progetto, purtroppo non realizzato, di Plečnik: Case sotto un tetto comune a Lubiana. Da questo celebre termine a quo viene ripresa l’idea insuperata di comporre corpi diversi, finanche linguaggi diversi, sotto un unico abrì souverain, come lo chiamava Perret. Il tetto, nel progetto, diviene un “fuori scala” necessario per ricomprendere e ridefinire, come nelle logge medioevali ma anche nel progetto per Ancona di Monestiroli o nel Mercatino di Bisogni a Napoli, una miriade di corpi (le risalite), percorsi, traguardi, quote (i patii) e di materie (il travertino del basamento e l’acciaio delle alte colonne) a partire da un solo principio unificante che, nel lasciar vivere le singolarità, le sinterizza in un’unica figura riconoscibile. Il grande tēctum è sorretto da 32 colonne metalliche ordinate da un passo di 9,60 metri e alte 13,85 metri nel rapporto di circa 2:3, misura 40,00 per 80,00 metri ed è perfettamente piano all’intradosso dipinto di azzurro mentre all’estradosso presenta una teoria di falde incrociate ad impluvium, nel rapporto generale di 1:2 ottenuto dall’accostamento di due quadrati, a loro volta solcati da tre forature corrispondenti ai patii ricavati nella crepidine.

Il giardino nella corte
Lo spazio attualmente occupato da un insensato parcheggio a raso e definito a nord dagli edifici universitari che seguono la strada di sub crinale viene riconquistato per la collettività e la comunità-città degli studenti e dei docenti. Tale spazio, di forma vagamente trapezia e scalettata, viene riordinato amplificando la modularità dell’ipostilo a governare il sesto d’impianto di nuove essenze arboree, reimmettendo nella Conca la natura – ancorché organizzata e geometrizzata attraverso una rete di percorsi – con notevoli effetti positivi anche in termini di comfort ambientale. Ma ancor più importante è l’idea che la realizzazione di una corte con giardino possa costituire, nelle architetture destinate allo studio, uno spazio in cui poter riflettere e meditare: guardando con ammirazione a quanto fatto da Porcinai e Cosenza nel Politecnico di Napoli come riformulazione della corte dell’Università trecentesca di Casimiro a Cracovia o, in presentia, allo stesso chiostro “arborato” di Palazzo Murena. Un luogo, quello della Conca, certo dedicato alla trasmissione delle conoscenze ma anche in grado di definire al suo interno altrettanti luoghi distintivi: per l’incontro, per la riflessione ma anche per la contemplazione e lo svago, in una relazione rinnovata con la natura.

Il ponte viadotto
Il collegamento viadotto completa la triangolazione proposta dal progetto tra spazi artificiali e naturali, recuperando il ruolo che, nei secoli, aveva assunto l’acquedotto perugino attualmente utilizzato come un veloce ed efficace sistema di connessione tra le varie sedi dell’Ateneo. La nuova infra-struttura si colloca, a mo’ di contrappunto, in prossimità del riparo urbano a limitare la corte giardino ed è costruita attraverso un sistema murario chiamato a sorreggere travi spaziali Vierendeel in acciaio scandite da un modulo a base quadrata. Il ponte assume la medesima giacitura e orientazione del palazzo vanvitelliano con cui si connette e intercetta la quota del collegamento con lo slargo che ospita l’Aula Magna di Nicolosi: il ponte, lasciando in tal modo intonsa la continuità dei percorsi inclinati lenti che non interrompe, offre, nella risalita meccanica, una rapida alternativa nonché un’inedita possibilità di affaccio per traguardare i colli circostanti e, a distanza, le montagne appenniniche.

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