AutoriLuigi Pellegrino, Fabrizio Foti, Gianfranco Gianfriddo, Valeria Bruno, Marialaura Calogero, Giulia Caruso, Lucila Castaneda aller, Cristina Elena Felice Licciardello, Michele Moliteo, Matteo Pennisi, Graziano Testa
AteneoUniversità degli Studi di Catania
Anno2024
Turrena. Città a mobilità alternativa
- Tipologia
- Edificio pubblico
- Ambito
- Composizione architettonica
- Committenza
- ProArch - Call for Project
1. Descrizione
Ingresso a Perugia, l’accessibilità come patrimonio
Entrare alla città di Perugia è un’esperienza singolare. Chi arriva con l’autobus si trova di fronte le prime ripide scale che dalla stazione puntano verso il centro storico, segno che la città sta lassù. Dopo un paio di lunghe rampe, il percorso induce a entrare in uno spazio sotterraneo, le indicazioni segnalano che quella è la direzione per il centro storico, dev’essere la strada giusta. Antri voltati in mattoni si protendono verso l’alto, il calpestio e le pareti segnalano la spinta della terra, gruppi di gradini connettono questo incastro di spazi, le luci intermittenti delle scale mobili le pareti logore, è la Rocca Paolina. Risalendo verso la superficie, seguendo la luce naturale, finalmente si riemerge in città “da sotto”, o meglio “da dentro”: un percorso dantesco.
Se c’è una città in Italia che ha affrontato strutturalmente i propri principali problemi di accessibilità, questa è Perugia. La città ad oggi si presenta come una delle più accessibili a un’utenza con diverse possibilità di movimento grazie alle sagge decisioni intraprese in “tempi non sospetti”, già quarant’anni fa, come ricordano alcune targhe all’ingresso della Rocca Paolina. Si tratta forse del capoluogo di regione orograficamente più incomodo d’Italia ma la sua importanza politica e il fatto di essere la città più popolata dell’Umbria hanno giocoforza indotto a porsi la questione dell’accessibilità già quasi mezzo secolo fa. Se l’obiettivo fosse stato unicamente il miglioramento della mobilità garantendo ad ogni utente la possibilità di accedere e muoversi, si sarebbe potuta costruire una qualunque nuova infrastruttura atta a collegare attraverso percorsi automatizzati la parta bassa di arrivo in città con la parte alta; la scelta, invece, è stata quella di usare la Rocca Paolina, quarant’anni fa in abbandono, innervando al suo interno i percorsi necessari a svolgere il compito prefissato e a ridarle un ruolo nella città. È accaduto che un problema pratico è stato affrontato “nella” città, tenendo insieme la risoluzione di una questione tecnica con la possibilità di farne uno spazio urbano. La questione dell’accessibilità, un tema nelle altre città sorto solo negli ultimi tempi o addirittura ancora “avveniristico”, a Perugia è una questione consolidata e già storica, “addentro” al proprio patrimonio.
È su questa complessità di spazi e percorsi che si è fondamentalmente lavorato, nel tentativo di “estendere” i caratteri della città densa oltre i propri confini, costruendo un pezzo di centro storico nell’area della Conca non in termini formali ma di complessità di relazioni.
Le torri, il carattere della città
I dipinti del Quattrocento del Perugino e di Bonfigli raccontano di una Perugia fittamente popolata di torri snelle e lunghe svettanti sul costruito, avvisaglie della presenza di un’importante città arroccata su un sistema di valli e crinali. Le torri sono state da sempre portatrici dell’immagine di una città, segnali evidenti dell’insediamento di una comunità in un territorio e presidio della strutturazione dell’uomo del mondo che abita, non a caso un piccolo insediamento frequentemente si identifica nella torre campanaria della chiesa principale che ne segnala l’esistenza rinnovandone l’atto insediativo. Oggi, per varie ragioni, le città hanno progressivamente perduto questa immagine a causa di una netta diminuzione del numero di torri presenti (a Bologna, ad esempio, ne sopravvive solo un quarto). Questa call ha portato a una riflessione sul ruolo che l’elemento torre può ancora rivestire nella costruzione di un forte carattere di urbanità, al netto, evidentemente, delle mutate condizioni storiche e delle funzioni in essa allocate.
Il progetto lavora con la possibilità di costruire un immaginario, tenendo insieme il tema atemporale del carattere della città con quello contingente di una maggiore accessibilità all’interno dell’area della Conca, che viene migliorata come richiesto dalla call. Il fronte sud della scarpata, la discesa che va da San Francesco al Prato alla strada di fondovalle, risulta particolarmente impervio e non garantisce l’accessibilità ad ogni tipo di utenza per la presenza di forti dislivelli e scalinate; nell’area a nord, il pendio, seppur discretizzato attraverso terrazzamenti che ne geometrizzano i piani, non risulta comunque comodamente accessibile a tutti. Vengono costruite quattro torri-ascensore che garantiscono a chiunque un sistema di risalite pedonali atte a superare a sud i quaranta metri di dislivello tra la piazza della Conca e il Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione e a nord i quasi trenta metri tra la piazza bassa e la piazza dell’Università in alto su cui si affaccia il Rettorato. La torre è parte di un organismo composto da tre elementi, due massivi e uno aereo: la torre vera e propria a valle, il contrafforte a monte e una trave-parapetto reticolare che li collega. Il contrafforte estende verso valle la quota più alta, accogliendo il fruitore, la trave-parapetto in piano conduce all’ingresso della torre dalla quale si può prendere l’ascensore e raggiungere la quota più bassa e così riprendere l’altro elemento posto a poca distanza o comunque agevolmente raggiungibile.
Iniziando il percorso dal lato della valle verso la città, all’uscita del Dipartimento, posso prendere la torre circolare che mi porta a una quota intermedia del pendio, nel mezzo dell’area più boschiva, dalla quale posso prendere la torre rettangolare che attraverso il nuovo edificio mi porta alla quota della nuova piazza, proprio come accade muovendosi nel centro storico di Perugia interno ed esterno si confondono; dalla piazza a valle prendo poco più in là la torre quadrata che mi porta sul piano dei Giardini sotto il Rettorato che posso attraversare per raggiungere l’ultima torre che mi porta sulla piazza dell’Università dall’altro lato della Conca.
Questa famiglia di torri, tutte diverse tra loro ma riconoscibilmente afferenti ad una stessa idea, costruisce un percorso inedito “dall’interno” e un paesaggio profondamente identitario “dall’esterno”, riuscendo a caratterizzare un’area al momento percepita come periferica attraverso elementi puntuali che mirano a conferire un carattere di centralità.
La stecca, la forma della città
Le uniche vere criticità che impediscono all’invaso a valle di essere oggi una piazza sono la presenza delle automobili e la mancata definizione di alcuni fronti. Il primo problema viene risolto riconfigurando o modificando leggermente gli edifici attualmente esistenti mentre il secondo attraverso la costruzione di un nuovo edificio, una stecca oblunga che mira a risolvere in modo unitario le criticità dei diversi fronti restituendo forma a questa parte di città.
Per quanto riguarda la questione delle automobili, il progetto ne prevede la totale rimozione dalla nuova piazza attraverso lo spostamento in uno dei piani dell’edificio della mensa che la call suggeriva di ripensare. Il piano più basso dell’edificio, accessibile dal primo ingresso a valle sulla via Pascoli, continua a svolgere la propria funzione attuale di spazio a servizio della mensa, che viene mantenuta ove si trova ad oggi, mentre il piano superiore, che attualmente ospita il bar 100dieci, viene adibito a parcheggio con una capienza di circa 175 stalli accessibile a raso dal secondo accesso sulla via, al cui interno si prevedono stazioni di car e bike sharing. Il parcheggio è realizzato estendendo di due filari di pilastri la superficie attualmente dedicata al bar 100dieci verso la piazza, ottenendo così un numero di stalli sufficienti alla richiesta e che non intacca la spazialità pedonale trovandosi un piano più in basso.
Per quanto riguarda la questione dei fronti, va evidenziato che attualmente l’edificio della mensa mostra sulla piazza il retro e sulla via Pascoli il fronte principale; chi ha progettato questo edificio ha compiuto la scelta decisa, e ragionevole rispetto ai propri scopi, di attestarsi sulla strada. Oggi le esigenze sono diverse e va ribaltata la gerarchia tra questi due fronti. L’altro fronte non adeguatamente definito è quello tra la via Pascoli e la piazza, di fronte al Dipartimento di Economia e Scienze Politiche, segnato da una discontinuità altimetrica tra la quota della piazza e quella più alta della strada che non permette di definire con chiarezza l’alveo pubblico. Si procede con la ridefinizione di questi due fronti attraverso l’inserimento di un nuovo edificio, una stecca sagomata che mira a “rivestirli” ridefinendo il rapporto piazza-strada. L’edificio è concepito come fosse il risultato della sottrazione tra un grande tetto a capanna e la sagoma della stecca. Questo grande tetto racchiude al di sotto un volume a due elevazioni variamente “scavato” a seconda delle necessità, come nel caso degli ingressi agli spazi interni o anche dell’entrata pubblica alla piazza, in cui lo scavo è tale da svuotarlo interamente generando un accesso a doppia altezza coperto unicamente dalla doppia falda che soltanto qui è possibile apprezzare, un portale. Il blocco a sinistra ospita le funzioni più propriamente pubbliche trovandosi maggiormente a contatto con lo spazio della nuova piazza, ovvero il bar 100dieci e la club house; il blocco a destra, leggermente “riparato”, è più adatto al cohousing per gli studenti e i docenti. L’accesso alla piazza avviene dal portale centrale a doppia altezza o dalle scale pubbliche posizionate all’estremità destra della stecca, garantendo una maggiore accessibilità all’area.